Quindicinale, Numero 57 - 1 dicembre 2017

Il buon samaritano non è mai servito

Il microcredito raccontato dal Banchiere dei poveri, Muhammed Yunus, e riletto per l'Italia da Corrado Passera
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Quando nel 1977 Muhammed Yunus fondò in Bangladesh la Grameen Bankun istituto di credito avente come  scopo la diffusione di microcrediti a utenti privi di garanzie finanziarie, il Paese asiatico era sull’orlo del collasso. La carestia del 1974 aveva provocato centinaia di migliaia di vittime e questa, sommata ai tanti e numerosi disastri ambientali che sino ad allora avevano devastato un Paese già in bilico, ha contribuito a logorare le già precarie condizioni di una nazione che vanta uno dei più alti tassi di densità popolare al mondo: 830 persone per chilometro quadrato.

Yunus, meglio noto come il Banchiere dei poveri e Premio Nobel per la Pace nel 2006 , era solo un giovane economista che, colpito dalle conseguenze della carestia che dilaniò i bengalesi, ebbe l’idea di fornire alcuni microprestiti a un gruppo di famiglie del suo villaggio per consentire loro di migliorare le condizioni economiche attraverso la fabbricazione e la vendita di utensili di legno. Il banchiere, infatti, fermamente convinto che l’essere umano fosse dotato di un potenziale illimitato, si propose l’ambizioso obiettivo di sconfiggere la povertà ormai dilagante nel suo Paese attraverso lo stanziamento di prestiti irrisori che, il più delle volte, non avrebbero dovuto superare i 27 dollari, erogandoli solo ai contadini più poveri.

Il microcredito: strumento d’impresa o di solidarietà?

A questo punto, ci si chiede se il microcredito, soprattuto in certi Paesi che, pur non vantando un’economia florida, contemplano redditi adeguati, possa essere considerato solo uno strumento di solidarietà. Sulla base del pensiero di Yunus sono sorti Centri accreditati dallo Yunus Centre di Dhaka che non si occupano direttamente di elargire microcrediti ma sostengono, piuttosto, piccoli e grandi progetti, italiani e non, dal punto di vista economico e in termini di sostenibilità socio-ambientale. Lo Yunus Social Business Centre University of Florence è il primo centro italiano accreditato Yunus, fondato a Firenze nel 2011 da un accordo fra il centro bengalese e il PIN s.c.r.l. (Servizi Didattici e Scientifici per l’Università di Firenze ndr) ed è coordinato da Enrico Testi, Direttore del Centro, Executive Director ad ARCO-lab ed esperto di tematiche legate al Terzo Settore. « Il nostro centro si occupa di ricerca e consulenza sul tema del social business e dell’impresa sociale. Il Social Business è un’impresa a tutti gli effetti che viene fondata con l’obiettivo di risolvere una o più problematiche sociali ed ambientali, rimanendo economicamente sostenibile. Nel social business gli eventuali dividendi devono essere usati per una finalità sociale e non per un arricchimento personale e possono essere quindi reinvestiti solo per l’ampliamento di attività, il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, o essere destinati ad attività sociali di organizzazioni non profit», commenta Testi.

Un progetto che interviene, seppure in parte, sui problemi che affliggono la società a livello nazionale e internazionale. Tra le principali attività di consulenza, il programma Social Business City lanciato dal 2012 a Pistoia, ora coordinato dal Social Business Lab Pistoia (associazione creata dalla Fondazione Cassa Di Risparmio di Pistoia e Pescia e Fondazione Un Raggio di Luce ndr), e la Social Business City di Barcellona, partita nel 2015 e che ha come fine quello di agire sulla disoccupazione giovanile.

Microcredito e sviluppo del Mezzogiorno

A proposito di disoccupazione giovanile, secondo recenti dati Istat, nel Sud Italia il numero dei disoccupati supera il 53%. Per questa ragione ci si domanda se iniziative come il Business city possano essere utili anche per risollevare le sorti del nostro Mezzogiorno: «Non sono un esperto di Meridione, ma credo che il problema non sia la mancanza di mentalità imprenditoriale. Ci sono tantissimi giovani e persone che vorrebbero fare impresa e che hanno la mentalità e le capacità giuste per farla. Il problema, forse, è più legato alla mancanza di un terreno fertile affinché si possa fare impresa. Da organizzazioni di supporto che non supportano alla mancanza di un mercato che non offre certi servizi, fino ai problemi legati alla criminalità e alla cultura, radicati in certi territori. La questione è molto complessa quindi non mi sento di dire che un programma come la Social Business City possa risolvere i problemi che generano disoccupazione nel Meridione. Sicuramente, però, può contribuire assieme ad altre politiche a rilanciare alcune città e a dare fiducia e supporto a coloro i quali vogliono fare impresa», prosegue Testi.

Microcredito e spirito d’impresa

Secondo la filosofia economica di Yunus, la vera rivoluzione sociale sarebbe potuta partire solo dagli strati più bassi della popolazione e avrebbe potuto avere buon esito solo se qualcuno avesse dotato queste persone dei giusti mezzi. Sempre secondo l’economista, peraltro, partendo da questi mezzi si sarebbe potuta diffondere osmoticamente, e a tutta la comunità, una mentalità imprenditorialmente fertile e ben predisposta verso l’utilizzo del microcredito per la realizzazione di progetti imprenditoriali tali da garantire un miglioramento delle condizioni economiche del posto.

Da quel momento in avanti, il Sud del mondo ha raccolto i frutti di quell’esperimento pionieristico, che ha portato alla creazione di oltre 2.500 filiali in 81.393 villaggi ed è arrivato a finanziare almeno 8,8 milioni di clienti, il 96,5% dei quali sono donne. Uscito dai confini del Bangladesh, il microcredito è diventato uno degli strumenti finanziari più apprezzati e utilizzati tanto da rappresentare un vero e proprio faro per una società in cui la crisi economica imperante ha portato gli istituti di credito a non erogare più finanziamenti né ai privati né alle imprese.

Il microcredito all’italiana secondo Passera

Ma il microcredito funziona anche in Italia? Secondo Il Sole 24 ore, tra il 2009 e il 2014 sono 10 gli istituti di credito italiani che hanno tagliato oltre 120 miliardi di euro di crediti alla clientela con le due teste di serie: UniCredit e Intesainfatti, hanno accumulato una limatura secca per oltre 90 miliardi. Dati di questo tipo sono indicativi di come, in tempo di crisi, almeno il 10% del portafoglio prestiti sia stato praticamente risucchiato dalla congiuntura economica negativa e come, di conseguenza, siano aumentate le erogazioni di microprestiti che, secondo i dati dell’European Microfinance Network, hanno raggiunto oltre il 69%.

Eppure, come afferma in esclusiva per Senza Filtro Corrado Passera, ex ministro dello Sviluppo Economico e ex A.D. di Intesa San Paolo: «Nell’utilizzo del microcredito si riscontra un peso differente in relazione al contesto nel quale viene adottato. Ad esempio, in Paesi come il Malawi, che mantiene un’economia tra le più povere, questo strumento ha un peso differente rispetto all’Italia, dove riscontriamo un contesto economico maggiormente sviluppato e nel quale le persone si ritrovano a dover scegliere tra il pagare l’asilo nido piuttosto che l’assistente per gli anziani. È chiaro quindi che si tratta di forme di microcredito diverse che si adattano alle esigenze dei diversi Paesi. Vi sono nazioni in cui con 50 euro si può mettere in piedi una società agricola, mentre in Italia, con la stessa cifra, non si può realizzare niente. È ovvio che il microcredito è micro rispetto alle caratteristiche del Paese che lo adotta».

Nonostante tutto, il tasso d’interesse decisamente più basso e il non richiedere specifiche garanzie al momento della concessione del microcredito, anche in nazioni seppure in crisi ma con un’economia più florida, potrebbero essere fattori determinanti per il risollevamento della stessa. «Se parliamo di start-up e di nuove iniziative, sappiamo che ci sono modalità specifiche e incentivi che consentono ai giovani di dare vita a progetti imprenditoriali. Anche il D.L. 212/2012 ha previsto, in tal senso, molti vantaggi e agevolazioni finanziarie e la possibilità di poter accedere al microcredito. Bisognerebbe scindere il microcredito destinato alle imprese da quello utilizzato dalle famiglie per risolvere situazioni specifiche. Altre forme di microcredito sono quelle che avvengono direttamente sullo stipendio, attualmente disciplinate a livello legislativo, e vi è uno sgravio per coloro che decidono di accedervi. Nella categoria microcredito in Italia, personalmente, inserisco il prestito d’onore e i prestiti sullo stipendio».

Quello del microcredito è uno strumento dalle mille opportunità e dalle implicazioni sociali tutt’altro che sfavorevoli; un mezzo che, secondo l’Ente nazionale per il microcredito ha portato alla creazione in Italia, in pochi anni, di 2.43% posti di lavoro e ad introiti pari a 147.1 di euro solo tra 2011 e 2014. Questo ha favorito lo sviluppo non solo di start-up che nel tempo si sono dimostrate realtà imprenditoriali solide ma ha anche cercato di contrastare quella passività e quel senso di rassegnazione tipico della generazione dei Millennials.

Ha senso riprendere le parole di Yunus, padre moderno di questo approccio alla finanza: «L’elargizione di denaro non costituisce una soluzione, né a breve né a lungo termine. Il mendicante passerà a un’altra auto, e poi a un’altra ancora, affidandosi per sopravvivere a un meccanismo senza via d’uscita. […] La carità può avere effetti devastanti. Chi raccoglie denaro mendicando non è motivato a migliorarsi; […] mendicare priva l’uomo della sua dignità. […] lo rende passivo e incline a una mentalità parassitaria».

 

(Photo credits: unsplash.com/Christine Roy)

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Autore

Lucana di nascita spagnola d’adozione, dopo la laurea in Filologia moderna, l’abilitazione come docente d’italiano L2 e un master in didattica a Madrid, matura un’esperienza come redattrice per Metis magazine e come docente ed esperta d’integrazione culturale presso alcune associazioni lucane. Appassionata di arte, scrittura e cinema sogna di stabilirsi definitivamente in Spagna e di lavorare come mediatrice culturale ai fini dell’inclusione degli studenti Kalé nel tessuto sociale andaluso.

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