Quindicinale n. 31 del 22 giugno 2016

Il buon manager si vede nel momento della pausa

Spediscono email notturne e sono sempre "sotto budget": sono la vera sconfitta di chi ha perso interessi e curiosità.
Massimo Troisi
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C’è un brano musicale che dovrebbe avere all’incirca 60 anni, scritto da John Cage, musicista eclettico e per certi versi poco disposto a farsi costringere nei canoni della musica tradizionale, che si chiama 4’33”. Il brano, scritto per qualsiasi strumento, costringe il musicista a non suonare e dunque a prestare attenzione a tutti i suoni circostanti.

Io lo interpreto come una forma di allontanamento da sé e di richiamo all’attenzione verso l’esterno: rumori, fruscii, risatine, bacchette, calpestii. Un foglio che cade, un colpo di tosse. C’erano anche prima, ma adesso li ascolti.

John Cage usa la pausa per fermare il momento. Per concedere meno attenzione a se stesso e a ciò che si sta facendo (che nel caso di un direttore d’orchestra si tratta di interrompere l’attività più importante:  l’esecuzione di una sinfonia), per prestarla altrove.

Viviamo una tradizione di manager super-impegnati sostenuti da scuse da scolaretto che vanno dal “dottore è in riunione” a “risentiamoci fra 3 mesi, adesso siamo sotto budget” (che una volta di queste vorrei chiederlo: ma se lei che è il direttore del personale ci mette 3 mesi a chiudere un budget, che vita farà mai il direttore amministrativo-finanziario?) sono lo specchio di un management molto concentrato su di se’, su obbiettivi sempre più personali e sempre meno aziendali più o meno chiari, attenti a dimostrare e sempre meno a ragionare, confrontare, relazionare. Sono quelli che continuano a guardare il computer quando sei di fronte a loro a spiegargli qualcosa di profondamente importante per te, mentre loro fanno “sì sì” con la testa.

E questo fa male all’azienda, come dimostra l’intervento di Stefan Sagmeister, designer e titolare di uno degli studi più creativi di NewYork a un TedX del 2009 (che potete godervi nella magia del sottotitolo) dove si afferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che non è stando asserragliati in ufficio che si diventa più produttivi, ma bensì conoscendo persone e temi nuovi e respirando aria diversa.

Ogni 7 anni Sagmeister chiude lo studio e si dedica ad un anno sabbatico dove viaggia alla ricerca di nuove ispirazioni, di nuove conoscenze, di nuove relazioni da far confluire nel suo lavoro, importando così nuove tendenze, attitudini, esperienze.

Elementare, considerando le tendenze di tante aziende che negli ultimi anni teorizzano l’home office, l’auto-certificazione delle presenze o l’orario flessibile, l’equilibrio fra vita familiare e benessere aziendale.

Complesso, considerando certi imprenditori che devono avere “sotto controllo” i propri dipendenti anche nei casi di figure professionali che potrebbero tranquillamente collaborare da casa una parte del loro tempo aumentando efficacia ed efficienza (è statistico che da casa si tenda a lavorare quasi il doppio rispetto all’ufficio) e diminuendo costi e spazi.

Sebbene tirando un po’ di acqua al proprio (business) mulino, Expedia.it,  realizzò due anni fa uno spot pubblicitario molto azzeccato, dove Alex, bruttino, dall’aspetto generoso e con il nodo di cravatta fatto male, ride e socializza con il suo capo raccontando che i Bulgari scuotono la testa per dire sì e la chinano per dire no (“perché lui è appena stato in Bulgaria“), mentre il diligente “povero Christian”, vestito tutto in tiro, con in mano il suo caffè americano (particolare che lo certifica quasi sicuramente quale MilaneseImbruttito), rosica nel vedere la scena. (“Lui che probabilmente ha passato le ferie in ufficio”).

I Christian devono sparire. Gente che risponde alle mail a mezzanotte o perennemente connessi per dimostrare attaccamento all’azienda e efficienza 24/24 non servono più a nessuno, nè mai sono serviti. Alimentano una catena di (im)produttività che esalta attività inutili generate di proposito in orari presidiati da nessuno (mail e ordini che verranno comunque lette ed eseguiti almeno 9 ore dopo) dove invece è più utile dedicarsi ad attività che ossigenino il cervello, alimentino la curiosità, stabilizzino la vita affettiva e familiare permettendo maggiore serenità sul posto di lavoro.

Non c’è niente di più palloso, inutile e dannoso di un capo o un collega che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e le battute sulle colleghe. Niente è più imbarazzante di un interlocutore senza interessi, senza un libro da scambiare, un film di cui discutere, un Paese da suggerire per il prossimo viaggio.

Si dice che il business spesso si fa a tavola, ma devi aver qualcosa di cui parlare. Forse è per questo che certi business-men si sono spostati sui campi da golf o nelle palestre.

Stressati  dagli impegni mal gestiti e frustrati dalla totale mancanza di creatività, si finisce per confondere i valori aziendali con i propri interessi. E spesso le due cose non coincidono.

“alla nostra azienda questa attività non interessa” / “splendida idea, per la nostra azienda questi sono valori importanti” mi hanno detto a dicembre due dirigenti della stessa azienda.

Io stacco.

Da quando sono consulente (ormai 5 anni), mi sono dato una regola: 40 giorni d’estate e 15 d’inverno mi fermo. Perché durante l’anno i clienti non possono aspettare e quindi macino 80.000 chilometri in macchina e 20.000 in treno. Perché durante l’anno mi alzo troppo presto e vado a letto troppo tardi. Perché durante l’anno faccio fatica a leggere libri. Perché durante l’anno ho poco tempo per la famiglia, gli amici di una vita, la scrittura, la chitarra, le playlist sull’Ipod, le passioni.

Stacco perché voglio avere qualche argomento in più da condividere durante i miei pranzi (e odio il golf e la palestra), che sia un viaggio, un aneddoto, o anche solo qualche titolo di libro fra le decine che d’inverno compro e che affollano il mio comodino impolverati in attesa dell’estate.

Anche se probabilmente non riuscirò a leggerli tutti, perché come diceva Troisi “loro sono un milione a scrivere e io uno solo a leggere“. Buone ferie.

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Autore
Appassionato di Umane Risorse e tecnologie. Inizia l’attività di recruiter nel 1997 selezionando profili legati al settore alberghiero e oggi collabora con Carriere Italia seguendo le selezioni di middle e top management. È il fondatore della Business Community FiordiRisorse nominata da Linkedin come caso di successo italiano, l’ideatore dell’unico Master italiano per manager e imprenditori definito etico, lowcost, itinerante che in tre anni ha coinvolto oltre 60 aziende italiane. Collabora con Wired Italia ed è contributor del blog di Linkedin sui temi legati al social recruiting e sul lavoro.
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  • rox

    è stato un piacere leggere il tuo articolo… mi ha fatto riflettere molto. Grazie

    • Osvaldo Danzi

      Grazie Rox, è già qualcosa.

  • barbara

    Lo penso da 20 anni….e per quanto posso lo applico….,ma è molto difficile nel mondo manageriale trovare altri adepti di questa filosofia…..

    • Osvaldo Danzi

      Considerando il numero di condivisioni direi che siamo molti di più di quanto non si pensi.

  • Enrico

    Articolo molto interessante e scritto molto bene, concordo pienamente.
    Non dobbiamo mai dimenticarci i “milestone” inseriti nei nostri progetti, io li considero come le fasce “SAN” (soglia anaerobica) per gli appassionati di running o bike quando ci si allena per una gara. In realtà la nostra attività professionale o personale (tempo libero) viene gestita volontariamente o involontariamente dal tempo (in un giorno ci sono 24 ore, ne più ne meno).
    La gestione del tempo (Time Management) è un bellissimo tema formativo, ma di difficile applicazione……spesso è il tempo a gestirci.
    Qualche tempo fa discutevo con un Manager di un’azienda che mi diceva “belle parole” ma con tutti gli impegni che devo gestire è impossibile applicare il “Time Management”, non ho tempo per nulla e devo lavorare 16 ore su 24.
    Gli risposi Lei deve fare 2 cose;
    1°- Mettere su carta le fasi dei sui progetti (attività) inserendo gli step intermedi (milestone), from “start” to “finish”.
    2° – Utilizzare uno specchio per condividere con il “Personal Trainer” il feedback di ogni step.
    Il Manager mi rispose incuriosito: ma non ho un “Personal Trainer”……….lo specchio dissi, nello specchio troverà il suo personal trainer.

    Pillole di Management by Enrico Fogato

  • Marco Briotti

    Da qualche anno, complice una maggior seniority che me lo consente, applico questo mantra anche io. Il lavoro è una parte della mia vita e – per quanto possa piacermi – è né più né meno che il mezzo per vivere bene l’altra parte, quella più importante, personale, della famiglia, del tempo libero, degli interessi culturali, ecc.

    Prendo le ferie quando mi fa comodo, mai in agosto. Mi prendo qualche pomeriggio a casa per godermi i figli. Non manco a una recita o a un impegno dei bambini. Pazienza se perdo un’opportunità. Pazienza se il manager x, cliente abituato ad avere fornitori Yes Man, si troverà male o deciderà di guardare altrove.

    Io produco di più così. E vivo meglio. Più sereno e più felice.

    Una cosa sono sessioni intense e brevi, dove anche l’adrenalina aiuta a mantenere alti i livelli di attenzione e di produttività; ma è noto e vero come se il periodo di stress si prolunga, la produttività crolla verticalmente. Rovinarsi le giornate per lavorare peggio e rischiare di commettere più errori? No grazie.

    E come dico sempre a chi si strappa i capelli (che non ho più, beati loro!) per il 24/24 e 7/7 o per qualsiasi emergenza dell’ultimo secondo, non siamo chirurghi e non operiamo a cuore aperto. Dunque, respirate, prendete il vostro tempo, relativizzate tutto. Poi agite. Al meglio.

    Articolo perfetto. Grazie

    • Osvaldo Danzi

      Commento impeccabile. Grazie.

  • cgalletti

    Lo penso da sempre! Complimenti per averlo scritto.

    • Osvaldo Danzi

      e allora condividiamolo con tutti coloro che sicuramente lo pensano!

  • http://www.lucianolucci.com/ Luciano Lucci

    Gran bell’articolo ! complimenti ! :-)

    • Osvaldo Danzi

      Grazie Luciano. Alla prossima!

  • Giorgio Marandola

    Parole sante! Quando fai quelle riunioni in cui si è in 15 e ci sono 12 persone chine sui laptop a scrivere o a leggere email, a fare altro, finire presentazioni.. fastidio.
    Proprio ora sto scegliendo di concigliare maggiormente la famiglia con il lavoro.
    Gran bell’articolo, grazie.

    • Osvaldo Danzi

      Grazie Giorgio. Come diceva una bella vignetta: “ti senti solo? organizza una riunione!”

  • Marco Ingarao

    Buongiorno Osvaldo,

    complimenti, un bell’articolo con tanti punti di
    discussione e riflessione.

    Ho solo una domanda inerente la Sua conclusione:

    ritiene che facendo due pause lavorative all’anno
    (40gg in estate + 15gg in inverno), queste La possano “mettere in pari” per essere stato “super
    impegnato” durante tutto l’arco dell’anno senza avere avuto (per così tanto
    tempo) la possibilità di curare la Sua Vita, condividendola anche con le
    persone a Lei care?

    “”… Perché durante l’anno i clienti non possono
    aspettare e quindi macino 80.000 chilometri in macchina e 20.000 in treno.
    Perché durante l’anno mi alzo troppo presto e vado a letto troppo tardi.
    Perché durante l’anno faccio fatica a leggere libri. Perché durante l’anno ho
    poco tempo per la famiglia, gli amici di una vita, la scrittura, la chitarra,
    le playlist sull’Ipod, le passioni.””

    Ritiene che durante l’anno non sia possibile o non si
    riesca a far coincidere i valori aziendali con i propri interessi?

    Queste domande, oltre che farle ora a Lei, me le
    sono fatte anch’io.

    Grazie per la riflessione

    Marco

    • Osvaldo Danzi

      Buonasera Marco. E’ evidente che durante l’anno non ci sia una “totale sospensione” altrimenti la vita e le relazioni andrebbero sottosopra. Quello che intendo è un ribaltamento delle priorità al fine di dedicarsi esclusivamente a se stessi. Cercare il momento meno “dannoso” per sospendere il business e dare senso solo a sé stessi e a chi ci vive intorno.

  • http://www.pragmatica-mente.com Fabrizio Pieroni

    Complimenti, un bell’articolo. Forse, piano piano, questi punti di vista riusciranno a diffondersi e ad affermarsi, non son più tempi da talebani del lavoro

    • Osvaldo Danzi

      Ci spero molto Fabrizio. Grazie per i complimenti.

  • Pingback: Il buon manager si vede nel momento della pausa...()

  • Bond 

    “Gente che risponde alle mail a mezzanotte o perennemente connessi per dimostrare attaccamento all’azienda e efficenza 24/24 non servono più a nessuno, nè mai sono serviti”

    Chi non ha avuto colleghi così ? Io, invece, stacco: mi leggo un libro, sorseggio una birra artigianale, guardo un tramonto, pranzo in un osteria Slowfood: e quando riattacco, gli faccio un culo così..;-)

    • Osvaldo Danzi

      Strategia vincente, direi.

  • Laura

    Articolo molto ben scritto, e, ahimè, incredibilmente VERO. Leggendo le tue parole, soprattutto la parte in cui parli delle email a mezzanotte, avevo davanti agli occhi il mio capo. Che non solo invia email di notte e nel weekend, ma che pretende anche una risposta. Che a pranzo non sa parlare di altro che di business, e che se esci alle 18 ti guarda male. Purtroppo credo che siamo ancora lontani dall’avere la possibilità di vivere il lavoro in questo modo, ma ci speriamo tutti.. Grazie per la lucida ed attenta analisi.

    • Osvaldo Danzi

      Grazie a te Laura. Conosco il genere. Dal punto di vista maschile significa anche far finta di ridere a battute idiote o acconsentire a pianificazioni e progettazioni commerciali senza capo ne coda.

  • Antonio Marmolaro

    Articolo molto interessante e ben scritto. Ognuno di noi ha avuto, e i meno fortunati continuano ad avere, esperienze del genere. Vorrei evidenziare, tuttavia, un aspetto dell’articolo che ha avuto meno risalto nei commenti dei Colleghi: la mancanza di rispetto da parte dei Manager e degli imprenditori per tutti coloro che, consulenti, fornitori, clienti, ogni giorno spendono ore e ore al servizio delle aziende. Sono reduce da un viaggio di lavoro durante il quale ho incontrato i vertici di diverse importanti aziende italiane. Il bilancio è tutto sommato positivo dal punto di vista dell’accoglienza che ci hanno riservato. Tuttavia, durante l’ultimo incontro,nonostante avessimo un appuntamento, abbiamo comunque dovuto aspettare che si terminasse una presentazione e, una volta ricevuti, l’imprenditrice ha continuato a inviare e leggere mail. Finchè non si è accorta che il nostro progetto era per lei molto interessante ed ha cambiato immediatamente atteggiamento. Ma a quel punto anche il nostro atteggiamento era cambiato e la sua azienda non ci sembrava più così strategica per il nostro progetto…..

    • Osvaldo Danzi

      questo, Antonio, è un altro aspetto: quello dei manager nei confronti dei consulenti. Credo tuttavia che qui il discorso sia molto più ampio: innanzitutto negli ultimi anni c’è stata una prolificazione di consulenze eccessiva e spesso di scarsa qualità. Dall’altra, alcuni manager (acquisti, prodotto, HR..) non hanno ancora capito che fa parte del loro lavoro ANCHE incontrare nuovi fornitori o quanto meno attivare quel minimo di curiosità per capire come potrebbero migliorare le performance aziendali. Ne parleremo ancora.

  • http://www.ferrucciogianola.com/ Ferruccio Gianola

    La maggior parte delle struttura manageriale italiana è formata dalla scuola italiana, un sistema carente di creatività e inventiva. La strada, purtroppo è ancora lunga. Ci sono manager di trent’anni vecchi come sessantenni che subiscono il lavoro

    • raffaele

      Condivido a pieno la tua affermazione, la scuola italiana suppone di sapere cosa serva alle aziende e su ció prepara le risorse, errore enorme . Il mercato cambia ogni istante e loro presuppongono che liste di argomenti didattici generate ogni tot anni siano utili a qualcosa, per non parlare del fatto che la creatività non è prevista (se non ostacolata) .

      Perciò ho creato http://www.skilledin.com un software capace di acquisire le esigenze del mercato, per illustrare subito al candidaro la lista delle skill piú richieste per il suo profilo lavorativo, in modo da poter subito illustrare ai candidati una via da seguire “reale” e non “pressuposta” .

      Anche se ancora in beta sono già online, fine Settembre inizio il lancio ufficiale .

    • Osvaldo Danzi

      Sei mai stato a un incontro dei “Giovani” di Confindustria? Sono più vecchi dei “Vecchi” di Confindustria.

      • http://www.ferrucciogianola.com/ Ferruccio Gianola

        Lo so! Conosco l’ambiente! 😀

  • marco menoncello

    Diversamente, lavorando in una località turistica, si possono fare pause per un mese e mezzo in primavera e circa due in autunno. Senza macinare tutte quelle migliaia di chilometri, per lo più camminando e avendo tempo a sufficienza per sé, i propri cari, i propri immancabili libri. Parola di cittadino trasferito.

    • Osvaldo Danzi

      Non tutti hanno questa fortuna.

  • Pingback: Post-it()

  • Luca Poma

    Condivido al 1000 per cento 😀 Io però le email a mezzanotte le mando eccome, adoro lavorare tranquillo di notte quando nessuno disturba 😛 Però mi sveglio “tardi” (alle 9, per lo standard comune è tardi), e faccio un ora e mezza di pausa dopo pranzo. E a gennaio al caldo tutto il mese: bisogna spezzare l’inverno. Ma sono molto produttivo, anzi, continuo a spiegare ai Clienti che devono pagarmi per restare in vacanza, dato che le idee più travolgenti ed efficaci mi sono venute in spiaggia…ma non ci credono! (e sbagliano!) 😀

    • Osvaldo Danzi

      Il problema non sono le mail mandate a mezzanotte. Sono le richieste di feedback a quell’ora. Che uno si organizzi il lavoro come meglio crede a seconda dei ritmi della sua vita e del suo ambiente (idealmente, se dalle 18.00 alle 21.00 uno preferisce dedicarsi esclusivamente alla famiglia e trova più efficace lavorare fino a mezzanotte, chi glielo impedisce?) non c’è niente di male. Il problema avviene quando a quell’ora pretendi risposte dai tuoi collaboratori o quando le tue comunicazioni servono solo per “far vedere” che stai lavorando.

      • Luca Poma

        certamente, Osvaldo, condivido. In generale chi “vuole dimostrare che” è intrinsecamente debole. La gente dovrebbe rileggersi un po di Freud e Jung 😉 bell’articolo, comunque, e grazie :)

  • Paola

    Quando leggo post come questi: respiro! Grazie perchè la creatività, la motivazione, le idee nascono dalle contaminazioni, dai viaggi (anche non distanti da casa), dall’aria aperta, dai libri, dai film, dalle chiacchiere con gli amici e dalla buona cucina. E prima tutti capiamo che queste cose non sono “perdere tempo” ma vivere, prima il lavoro sarà un luogo piacevole dove andare, stare e crescere ;). …te lo racconta una che ha ricevuto mille mail e messaggi di attività da svolgere da parte dalla propria titolare in sala parto, mentre stava per nascere il suo primo figlio. Ancora grazie!

    • Osvaldo Danzi

      … e naturalmente ti sei licenziata, vero? :)

      • Paola

        Naturalmente sì! 😉

  • Fra

    e quando stai per perdere la speranza di leggere articoli del genere (faccio molto fatica a conciliare le dieci/undici ore lavorative con una qualsiasi parvenza di vita privata) mi imbatto per fortuna in questo articolo e mi sento sollevata nel sapere che non siamo in pochissimi apensarla così! Il difficile è fare qualcosa di concreto quando sei un dipendente e le decisioni sullo “stile della casa” non ti competono (tuo malgrado). Continuo a sperarci (?)…Complimenti per l’articolo e ancor più per le idee!

    • Osvaldo Danzi

      Grazie mille Fra. A quanto pare sembra che siamo in tanti a pensarla così. Non appena questo pensiero inizierà a fare tendenza non si preoccupi, diventerà di moda dire . “io non mando una mail oltre le 18.00. Se mi vogliono, mi trovano domattina”.

  • Silvia

    Complimenti Osvaldo, bell’articolo.
    L’azienda in cui lavoro ha iniziato a lavorare proprio con questo metodo. Flessibilità di orario, conciliazione dei tempi famiglia-lavoro, rapporti informali fra responsabili e dipendenti, possibilità di usare liberamente Internet e i social networks.
    Purtroppo però non tutti i colleghi hanno saputo capire e vivere correttamente questo approccio.
    Per cui c’è stato chi ha approfittato della flessibilità di orario per non lavorare (=produrre) quanto gli altri, creando mal contento innanzi tutto fra i colleghi.
    Chi ha scambiato l’azienda per una comune e ha preteso di dire la sua su tutte le decisioni aziendali, non avendo abbastanza competenze e/o informazioni per farlo; in alcuni casi anche sovrapponendosi a chi aveva il ruolo per prendere tali decisioni.
    Chi si è offeso perchè, sul server, è stato ridotto lo spazio dedicato ai download personali per dare più spazio ai file aziendali.

    Risultato? Ora purtroppo siamo un’azienda più “tradizionalista”.
    Secondo Lei, come si può far sì che questo approccio sia l’approccio di tutti, ma senza che qualcuno se ne approfitti nel modo peggiore?
    Grazie
    Saluti
    Silvia

    • Osvaldo Danzi

      E’ molto interessante quello che mi sta dicendo. In genere questi cambiamenti rivelano reazioni molto contrapposte. In Tetrapak e Barilla, che ho la fortuna di conoscere e con le quali ho condiviso la trasformazione, è successo qualcosa di simile, ma quei manager in qualche maniera, non riconoscendosi più nella nuova organizzazione hanno preso altre strade. Lei mi sta dicendo invece che l’azienda si è piegata alla resistenza al cambiamento. Possiamo parlarne ?

      • Silvia

        Buongiorno Osvaldo,
        innanzi tutto mi scuso per la latitanza ti questi giorni! Certo che possiamo parlarne. Mi preme però fornirle un tassello in più.
        La nostra è una piccola azienda (sotto i 40 dipendenti, tutti impiegati).
        I 4 managers condividono l’approccio dell’AD, e quindi tutti conciliano ampiamente lavoro e vita privata. Sì, capita la mail di sera o la telefonata dalla vacanza, ma uscire alle 17.00 è assolutamente la prassi di tutti i responsabili.
        Le persone a cui mi riferivo nella mia precedente risposta sono gli altri dipendenti (ossia non i managers). Invece che godere dell’approccio easy dell’Azienda, c’è chi ne ha approfittato in modo scorretto e chi ha preteso sempre di più.
        Per darle un’idea, ho sentito un collega dire: “l’azienda deve coccolare i proprio dipendenti”. Il concetto non è sbagliato, se intendiamo che valorizzare e dare “spazio” alle proprie risorse fa bene all’azienda, ma in quel contesto l’espressione “coccolare” voleva proprio dire: ” l’azienda mi deve dare quello che chiedo e quando lo chiedo”.
        La Sua frase “si finisce per confondere i valori aziendali con i propri interessi”, per alcuni miei colleghi è esattamente ribaltata: “i miei interessi prima di tutto, anche a scapito dell’azienda e dei colleghi”.
        Quindi pur condividendo appieno il Suo punto di vista, il mio dubbio è come riuscire a diffondere la cultura del giusto equilibrio lavoro-vita privata, salvaguardando però anche le esigenze dell’azienda e dell’attività lavorativa.
        Saluti
        Silvia

  • lucio

    Come ex manager non posso non associarmi a chi manda le mail dopo la mezzanotte e a chi fa o suggerisce 40/50 giorni di ferie. Ho frequentato entrambi questi lidi. La mia fortuna è stata quella di poter scegliere prima come dirigente perchè ho lavorato con una proprietà illuminata (leggi commento Silvia parte prima), ora come consulente perchè per certi versi posso scegliere i progetti sui quali impegnarmi.
    Buona pausa estiva a tutti

    • Osvaldo Danzi

      Ben arrivato nel Paradiso dei consulenti. Quelli veri, però!

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  • elena

    bravo, un bellissimo post per tutti i manager (e non solo) per i quali è stata creata la parola “workaholic”. Io che sono una libera professionista neo mamma troppo spesso faccio fatica a far accettare a molti clienti che se non rispondo entro 4 ore dalla loro mail mandata alle 5.35 del mattino non è per pigrizia ma perche sto allattando… 😉

    • http://www.fiordirisorse.eu Osvaldo Danzi

      ;a tu Elena, hai già fatto una scelta di benessere, decidendo di lavorare in proprio!

  • http://internetmanagerblog.com Gianluigi Zarantonello

    Ottimo post, che condivido al 100%, avendo tra l’altro scritto anche io in passato sul tema.

    A tale proposito riprendo in sintesi alcuni concetti di un mio post dove elencavo alcune delle abilità che oggi sono richieste, a maggior ragione, per gestire questo tipo di bilanciamento avendo in mano dei device sempre connessi.

    1) saper programmare in modo nuovo quello che si deve fare e avere pronte delle alternative: essere sempre raggiungibili non vuol dire decidere al momento

    2) avere la visione di insieme: quando si modifica al volo un tassello occorre la consapevolezza del fatto che ogni azione ha una ricaduta su altre realtà interconnesse nell’ecosistema

    3) essere flessibili è un beneficio che si costruisce con fatica impostando strumenti e procedure che permettano velocemente un cambiamento improvviso o la gestione dell’emergenza. Se ogni variazione costa invece tanta fatica non è questione di impegnarsi di più: c’è un problema.

    4) saper cambiare idea è un’ottima cosa se questo risponde a un’esigenza reale, supportata da fatti e dati. Altrimenti si chiama insicurezza, e non ha nulla a che fare con i benefici dei nuovi strumenti di lavoro.

    5) bisogna saper collaborare: banale ma se proviamo fastidio davanti a software fatti apposta per questo e viviamo male il fatto di dover passare informazioni e lavorare in team vuol dire che il problema non sono gli strumenti, è la testa

    6) non si può fare tutto solo a distanza: ogni tanto bisogna parlare guardandosi in faccia.

    Il post completo è ancora online qui: http://internetmanagerblog.com/2013/10/09/avete-mai-pensato-che-gli-strumenti-di-lavoro-sempre-connessi-talvolta-ci-rendono-meno-efficienti/

    Ribadisco che il focus è la testa, e non la tecnologia, in Italia purtroppo abbiamo questa sindrome del lavoro misurato sulla quantità invece che sulla qualità. Anche se di certo non siamo i soli a voler lavorare 80 ore a settimana: https://hbr.org/2015/04/why-some-men-pretend-to-work-80-hour-weeks

    • http://www.fiordirisorse.eu Osvaldo Danzi

      Grazie mille Gianluigi, ottimi spunti.

  • http://alessandrazecchini.blogspot.co.nz/ Alessandra Zecchini

    Interessante ma anche un po’ severo… se è una donna, moglie e madre, che lavora, magari pure da casa, allora le email di mezzanotte sono cosa normale. Alla faccia dell’orario flessibile :-)

    • http://www.fiordirisorse.eu Osvaldo Danzi

      Però c’è da dire che in questo caso si è già fatta una scelta di “benessere”…

  • Sabbin’

    Complimenti per l’articolo Osvaldo.
    Lavoro anch’io in una società di consulenza, e devo confessare che ho rivisto molte situazioni da te descritte nella realtà che vivo in ufficio.
    Ho notato anche io che molto spesso diviene prassi trattenersi in ufficio senza una reale necessità ma solo per “mettersi in mostra” davanti al manager, quasi a voler confermare l’equazione tante ore lavorate = alta produttività, a mio avviso profondamente falsa.
    In più le pause pranzo si esauriscono quasi sempre in momenti gossip, dove si parla del cliente per cui si lavora o dove comunque i discorsi difficilmente esulano dall’ambito lavorativo.
    Credo che questo provochi un deterioramento del lavoro e delle persone, uno scenario senza dubbio da evitare!
    Dovrebbe essere interesse di tutti favorire un ambiente composto di individui con passioni differenti, interessi differenti e anche provenienti da realtà differenti.
    Sperando in un cambiamento in questo senso ti ringrazio ancora per lo spunto di riflessione che mi ha suscitato questo articolo.
    Ciao!

    Fulvio

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  • Luca Tacconi

    Buona sera. Bell’articolo, utile e stimolante. Non ho molta esperienza lavorativa ad oggi purtroppo ma dove ho lavorato fino ad ora ho trovato persone che non erano sempre “connesse” e che dimostravano di avere interessi al di fuori del lavoro, per cui si riusciva a trovare il modo di scambiarsi esperienze e idee, cose che trovo stimolanti anche per il lavoro in sé perché penso che possano aiutare a sviluppare un pensiero “trasversale”, cioè allenare il cervello a vedere i problemi e le attività in generale sotto altre angolature. Non so se sono riuscito a spiegarmi bene ma ciò che intendo dire è che, in definitiva, la contaminazione tra stili e discipline diverse può rappresentare un arricchimento perché amplia la propria visuale: nei secoli addietro, molti letterati non erano solo tali ma abbracciavano anche altre discipline (valga l’esempio di Leopardi su tutti: non era solo poeta ma anche filologo, scienziato, filosofo, glottologo), oggi troppo spesso ci si specializza troppo e si rischia di non riuscire ad avere poi uno sguardo d’insieme. Io concepisco il lavoro in un’azienda come una situazione in cui si è tutti sulla stessa barca, ognuno con un proprio compito ma che si concorre ad un unico obiettivo, che è il bene dell’azienda: per questo credo sia importante il lavoro d’equipe, la collaborazione e quant’altro, senza arrivare ad estremi come appunto le mail a mezzanotte perché siamo comunque degli uomini e il lavoro non può e non deve essere tutto. Per questo mi irritano le invidie, le gelosie, le persone che non vogliono aiutarti perché va al di là del loro compito (questo succede soprattutto negli enti pubblici) o perché hanno paura di perdere il loro potere all’interno dell’azienda trasferendo le proprie conoscenze ad altri: sono cose umane d’accordo ma proprio perché si è tutti insieme si dovrebbe remare tutti nella stessa direzione secondo me. Poi non è da sottovalutare il fatto che passiamo ormai più tempo in ufficio piuttosto che con i propri cari, anzi, quindi è ancora più importante cercare di rendere il più umano e più stimolante possibile il posto di lavoro. Va beh, ho divagato e forse ho fatto anche un po’ di confusione, spero di avere fatto almeno in parte passare il mio pensiero. Un’ultima cosa: ti ringrazio per la citazione del grandissimo Troisi. Io ricordo quando da piccolo seguivo su RAI3 la trasmissione de “La smorfia”, con lui, Lello Arena e l’altro di cui mi sfugge il nome: era un comico “triste”, delicato, timido, lontano anni luce dalle volgarità e i doppi sensi di tanti presunti “comici” moderni (la Littizzetto su tutte), con una spontaneità e ingenuità commoventi e quella malinconia di fondo che era unica, ci ha lasciato troppo presto. Se non la conosci già, ti consiglio di cercare in internet la poesia che l’amico Benigni gli dedicò dopo la morte e che fece leggere ad Arbore anni fa: un testo molto toccante che commosse pure Arbore mentre lo leggeva.
    Un saluto. Alla prossima.

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