Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Conflitti generazionali: ferite umane nelle imprese

È necessaria una buona cultura economica per diminuirli
conflitti generazionali
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I conflitti sociali causati dal cambio di paradigma economico e dalle nuove tecnologie di produzione coinvolgono inesorabilmente tutti gli asset italiani. Nel XXI secolo si registrano cambiamenti sostanziali dell’economia a seguito dello stravolgimento delle abitudini delle persone, accompagnato dalle diverse rivoluzioni sociali. Nei moderni Paesi occidentali sono avvenute grandi trasformazioni nell’ambito della stratificazione sociale, ineluttabile conseguenza dello sviluppo e del declino di determinati settori delle attività economiche. Queste rivoluzioni comprendono anche l’agricoltura italiana e, più in generale, quella europea. Facciamo un passo indietro. Nel XIX secolo, in tutta Europa, la maggioranza della popolazione era impiegata nel settore agricolo, come braccianti o come proprietari.

Il famoso processo di industrializzazione ha sancito in maniera determinata il lento declino di queste classi sociali, facendo avanzare a pieno titolo la classe operaia. Questo segmento sociale è aumentato quantitativamente con il progredire economico, fino a toccare un culmine per iniziare, in seguito, a diminuire per lasciare il posto al settore terziario, il tipico asset fortemente presente nelle moderne società post-industriali. Quando affrontiamo i conflitti generazionali possiamo capire meglio la differenza delle realtà sociali e di come influenzano l’asset economico. Complice la crisi economica o le distrazioni di famiglia, spesso ci troviamo di fronte a delle vere e proprie guerre all’interno di dinastie blasonate. Sono frizioni che spesso vengono alimentate da autentiche scelte strategiche il più delle volte non comprese da tutti.

L’intervista a Paolo Casalis

A risentire della situazione è il mercato con notevoli perdite economiche registrate anche all’estero. Paolo Casalis, autore e regista, realizza nel 2014 il film documentario “Barolo Boys. Storia di una rivoluzione”, premio DOC Travel Wine come miglior documentario dell’anno sui temi del food&wine. Il documentario è un racconto di un conflitto generazionale che spesso non viene gestito opportunamente, agevolando rotture drastiche che introducono innovazioni di settore. Ed è proprio con Paolo Casalis che esaminiamo questa criticità per conoscere le diverse sfaccettature della reazione sociale, inevitabile conseguenza negativa sull’economia italiana.

I vecchi agricoltori lasciano spazio con difficoltà alle nuove tecnologie. Come pensare a un futuro dell’agricoltura capace di veicolare nuova linfa?
“Il documentario, ogni documentario, è il racconto dell’esperienza umana dei suoi personaggi e il tentativo di veicolare, attraverso le loro storie, un valore e un significato universale, che sappia andare oltre l’esperienza individuale. Tutte le storie che ci troviamo a raccontare, anche quelle positive e vincenti, comportano dei conflitti, degli adattamenti, delle situazioni in cui l’uomo deve adattarsi a una nuova situazione, oppure decide di opporvisi con forza.
Nel mio ultimo film “Barolo Boys. Storia di una Rivoluzione” (diretto con Tiziano Gaia) il racconto di una storia di successo, quella di un gruppo di piccoli produttori di vino delle Langhe che, negli anni ’80 e ’90, ha rivoluzionato il modo di fare vino in Italia, diventa anche inevitabilmente il racconto di una rottura con le vecchie regole, con i vecchi mezzi, e l’adozione di nuove tecnologie. La storia di Elio Altare e dei Barolo Boys è (anche) la storia di un manipolo di giovani produttori che rifiuta i metodi di produzione dei loro padri, il vino invecchiato in grandi botti, spesso marce o in uno stato di conservazione precario. È la storia di un un gruppo di giovani che non nasconde di avere “copiato” metodi e tecnologie produttive dalla Francia, o dall’industria.

Il simbolo di questa rivoluzione è la barrique, la botte piccola di stampo francese, che viene importata dalla Borgogna nelle Langhe, e diventa la pietra dello scandalo, adottata con entusiasmo dai Barolo Boys, rifiutata con sdegno dalla generazione dei loro padri. Ma la stessa cosa accade anche negli stessi anni per altri strumenti produttivi e tecnologici, ad esempio il diradamento in vigna o i rotomaceratori e la cosiddetta “catena del freddo”, che in quegli anni vengono letteralmente copiati dalla grande industria (siamo nella stessa zona della Ferrero) e adattati alle esigenze dei contadini. Oggi, a mio parere, il ruolo positivo delle nuove tecnologie in agricoltura è stato ampiamente sdoganato. Dall’altra parte assistiamo, però, a un passo indietro rispetto a prassi che si erano consolidate a partire degli anni ’60 – ’70. Ad esempio l’uso delle chimica in agricoltura, un tempo visto come la panacea di tutti i mali, ora è esso stesso (fortunatamente) il male da evitare o da ridurre ai minimi termini.
Le nuove generazioni si trovano ad affrontare un problema inedito: non devono più lottare con i loro padri per pigiare l’acceleratore sull’innovazione tecnologica e produttiva, ma devono discernere tra le innovazioni positive, da mantenere ed esaltare, e quelle negative, da rifiutare. Infine, il gap tecnologico tra le generazioni oggi si gioca anche su altri punti: i giovani figli dei produttori di vino portano le cantine sui social network, girano il mondo, conoscono le lingue, sono loro i protagonisti di una nuova agricoltura.”

Quanto incidono i conflitti generazionali sul ruolo dell’agricoltura come asset economico italiano da valorizzare?
“I conflitti generazionali sono sicuramente quelli più radicati, e radicali, nel mondo dell’agricoltura e non solo. L’elemento che è emerso da “Barolo Boys” e da altri miei lavori è l’inevitabilità di questi conflitti, che sono fortemente positivi oltre che ineluttabili.
Nei conflitti generazionali c’è la linfa del cambiamento, il germe di ciò che verrà. Il “problema”, perché di problema si tratta, è che questi conflitti sono anche i più aspri e difficili, perché coinvolgono la sfera familiare mettendo i padri contro i figli. Elio Altare, il più famoso dei “Barolo Boys”, venne letteralmente diseredato dal padre per aver demolito le vecchie botti con una motosega, al fine di fare spazio alle barrique. Un conflitto drammatico da cui è scaturita, come dicevo, la storia di un successo, ma anche una ferita umana tuttora da risanare”.

L’economia italiana e la crisi internazionale come influenzano il cambio generazionale?
Nei miei documentari mi piace raccontare storie coraggiose, personaggi che fanno scelte radicali e che tentano strade pericolose e inedite. Secondo la logica, la crisi economica dovrebbe bloccare il cambio generazionale, determinando una situazione di stallo.
In questa chiave, però, gli agricoltori di “Barolo Boys” o del mio precedente “Langhe Doc. Storie di eretici nell’Italia dei capannoni” non sono stati frenati da un contesto economico di crisi. Anzi, la crisi economica, nelle loro storie, ha contribuito a generare la scintilla del cambiamento, a convincerli che era necessario cambiare passo, cambiare strada. “Si fa la rivoluzione quando si è a pancia vuota”, dice Elio Altare nel film. Ovvero, quando non si ha più niente da perdere, il coraggio diventa l’unica forza disponibile, e allora è più facile, quantomeno a livello psicologico, rischiare e provare a cambiare tutto”.

Nella visione economica ciò che rinnova dovrebbe essere visto con favore mentre spesso si scontrano mentalità differenti. Come superare questo conflitto che genera soltanto negatività?
“Per decenni in agricoltura il “nuovo” è stato, necessariamente e inevitabilmente, positivo. Era positivo sostituire i buoi con un trattore (nelle mie Langhe fino ancora agli anni ’60 non c’erano trattori nelle vigne, si arava con i buoi), era positivo il trattamento chimico, era positivo il diserbante, era positivo il passaggio dal negozio di paese alla grande distribuzione, dall’Italia al mercato estero. Oggi questa catena senza fine di progresso e di innovazione non è più così lineare, sia a livello tecnologico sia a livello di mezzi di produzione-distribuzione. Il glifosato e altri agenti chimici sono finiti sul banco degli imputati, così come emergono i limiti della grande distribuzione, che fagocita i piccoli produttori.
L’elemento più interessante in questo cambio di prospettiva è che gli agricoltori diventano oggi i protagonisti del loro destino. Sono loro, e non più i rappresentanti farmaceutici, a decidere entità e natura dei trattamenti, oppure a rinunciare del tutto all’utilizzo della chimica in agricoltura. Sono loro a consorziarsi e a vendere direttamente i loro prodotti, anziché delegare tutto alla grande distribuzione. Due esempi per dire che è ancora possibile un pensiero positivo, ma che questo poggerà su altre fondamenta rispetto al passato e queste fondamenta, che potremmo definire “dal basso”, sono ancora in gran parte da studiare e da raccontare”.

La testimonianza di Chiara Migheli

I conflitti generazionali sono una realtà del mondo del lavoro con cui dobbiamo fare i conti quotidianamente, senza dimenticare la buona gestione da applicare su queste criticità che incidono pesantemente sull’economia. Le trasformazioni industriali hanno sempre generato conflitti specialmente se in una famiglia di imprenditori la visione cambia, a seconda delle generazioni chiamate a guidare l’impresa. È necessaria una buona cultura economica per diminuire questi conflitti, aumentando la comunicazione e la conoscenza delle nuove tecnologie e delle innovazioni.
L’imprenditore più anziano tende, di regola, a fidarsi maggiormente delle sue solite pratiche senza stravolgere la governance dell’impresa. Ed è un fattore più che comprensibile quando la visione dell’impresa non si aggiorna alle nuove opportunità economiche, continuando a usare le stesse metodologie di lavoro.

“Sulle crisi generazionali di impresa sono state raccolte molte testimonianze. Conflitti generati da cambiamenti di gestioni familiari – commenta Chiara Migheli, Business e Team Coach, Formatrice Manageriale – oppure da vedute completamente differenti di fare impresa. Questa che racconto è una storia un po’ diversa, quella di una crisi aziendale coincidente con il cambio generazionale, in cui la nuova generazione, da sempre spontaneamente in linea con la gestione dei soci fondatori, con il loro modo di intendere l’attività, con i progetti di sviluppo industriale dell’azienda, non ha mai sentito la necessità di mettere in discussione nulla di questo meccanismo perfettamente oliato. La mancanza di dialogo e di confronto tra padri e figli in azienda, vecchia e nuova generazione, dovuto all’assenza di punti di vista differenti, hanno privato l’azienda di importanti momenti di confronto, di consapevolezza e di crescita, rendendola di fatto molto vulnerabile a una crisi economica la quale investiva tutto il mondo occidentale, diversa dalle precedenti, che avrebbe imposto nuovi paradigmi economici e organizzativi.

Sono stata ingaggiata come consulente manageriale prima e come business coach dopo dagli stessi eredi dell’azienda, che ormai non esisteva più. Durante il percorso sono emersi molti spunti davvero interessanti: se avessero intrapreso un percorso del genere anni fa, forse sarebbero entrati in possesso di più strumenti a disposizione per affrontare i momenti critici, al fine di comprendere e di analizzare le dinamiche aziendali in gioco. Gli imprenditori avrebbero sicuramente avviato un sistema di verifica e di monitoraggio di tutte le strategie per testare la validità delle stesse, in modo da intervenire tempestivamente prima che il mercato mostrasse segni di insofferenza. È stato sufficiente dare soltanto uno sguardo al passato per comprendere con chiarezza che genere di persone e di imprenditori si vuole essere nella propria impresa”.

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Autore
Giornalista professionista, ha collaborato con diversi giornali nazionali tra i quali Paese Sera, Qui Roma, supplemento di cronaca romana de La Stampa; Plein Air, mensile di turismo; I Viaggi, supplemento de La Repubblica; Traveller, mensile della Condé Nast; Tuttolibri, supplemento de La Stampa; Famiglia Cristiana, Jesus. Crede nel turismo e nella cultura dei luoghi per riscoprire l'identità di una popolazione. È coautore de La fuga di Hamir, storia di un rifugiato politico, Libellula Edizioni 2012 e autore di Scrivere da giornalista, Libellula Edizioni 2012 e Sulla strada dell'enoturismo, Alter ego edizioni 2015. È interessato alle questioni sociali ed economiche rivolgendo una costante attenzione alla scommessa del XXI secolo: un maggiore incontro tra i popoli per una consapevole condivisione del pianeta. Che può tramutarsi in una grande ricchezza culturale ed economica.
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