Finché morte non vi separi l’impresa

"Impresa coniugale": quando i diritti su utili e incrementi dell'azienda precedono il matrimonio

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Anna e Vincenzo sono appena sposati, lei non ancora ventenne, quando decidono di trasferirsi nella campagna a sud di Milano e di aprire lì il loro ristorante. L’idea di preparare piatti di mare in quella terra di prati nebbiosi incastonati tra le tangenziali potrebbe sembrare incosciente, ma conquista il gusto di tantissime persone abituate tutt’al più a pesci di fiume o di naviglio: per oltre quarant’anni, due turni a pranzo e a cena e spazio sufficiente per organizzare ricevimenti e feste.

Quando Anna muore, Vincenzo e i suoi figli non hanno tempo di parlarmi di lei: il ristorante, la banca, i fornitori, i dipendenti, tutto è intestato a lei e bisogna fare in modo che niente si fermi. Per un attimo penso allo spirito imprenditoriale che toglie spazio ai sentimenti, ma sono fuori strada: il ristorante non è stato un luogo di lavoro; è stato il luogo in cui tutta la famiglia ha realmente vissuto, nel quale marito e moglie hanno trascorso tutto il loro tempo insieme e hanno allevato ed educato il figli. Quella è la vera casa (e infatti, come vedrò di persona, si dorme in un appartamento al piano di sopra, comunicante direttamente con la sala).

Le Riforme, spesso informi

Facciamo un passo indietro. Nel 1975 – nello stesso periodo in cui Anna e Vincenzo fanno le valigie – arriva la Riforma del diritto di famiglia. Il diritto deve essere capace di disciplinare i fenomeni reali dando risposte ai bisogni della collettività, ma arriva necessariamente in ritardo rispetto ai mutamenti sociali: il legislatore pensa al modello della famiglia con un solo reddito (quello del marito) che nel 1975 è già in parte superato. Tuttavia, la riforma dà risposte accurate e persino coraggiose ad una serie di questioni molto spinose che riguardano la posizione svantaggiata della donna. Questioni che oggi sono ancora attuali, se si guarda ai dati sulla disoccupazione femminile e sulla disparità retributiva tra uomini e donne.

Il legislatore, “inventando” la comunione dei beni come strumento compensativo dell’impegno che la donna esprime all’interno della famiglia, si preoccupa anche dei rapporti patrimoniali sorti nell’ambito di una “impresa coniugale”, applicando la comunione anche agli “utili” e agli “incrementi” dell’azienda che apparteneva all’altro coniuge prima del matrimonio e poi gestita da entrambi. E non basta: se anche l’impresa continua ad essere esercitata da un solo coniuge, sono oggetto di comunione anche i beni destinati all’attività, se ancora presenti nel patrimonio al momento in cui la comunione cessa di avere effetto.

Passiamo dal tecnico al pratico: significa che il coniuge ha diritto a metà del capannone, dell’ufficio, dei macchinari, dei conti correnti e di tutti gli altri beni aziendali che ancora esistono nel momento in cui l’imprenditore muore, o nel momento in cui entrambi scelgono di passare alla separazione dei beni, o si separano personalmente.
Se poi un coniuge (privo di un proprio lavoro) collabora in modo continuativo nell’impresa di cui è titolare l’altro, ha diritto – come gli altri familiari coinvolti nella “impresa familiare”-  non solo al mantenimento, ma anche ad una partecipazione agli utili dell’impresa, ai beni acquistati con gli utili stessi e all’avviamento: un diritto di partecipazione che può essere monetizzato. Inoltre, ha diritto di voto nelle più delicate decisioni relative alla gestione e, se non bastasse, ha anche la prelazione nel caso di divisione ereditaria o di cessione dell’azienda.

Non c’è che dire: una bella protezione per il coniuge non imprenditore, e anche un deterrente efficace contro eventuali “colpi di testa”. Sarebbe stato utile alla moglie dello spregiudicato Ray Kroc (“The Founder” nel bellissimo film proiettato in questo periodo nelle sale italiane): non contento di soffiare ai veri fondatori di Mc Donald’s la loro idea e di estrometterli totalmente dal vero business che condurrà alla creazione dell’impero mondiale che tutti conosciamo, Ray dapprima usa la moglie per coltivare le relazioni sociali che gli permettano di sopravvivere in provincia, per poi abbandonarla sostituendola con la moglie di un socio, più adatta ad accompagnarlo sullo scenario del successo nazionale. Le istruzioni date all’avvocato sono: “Dalle tutto, ma deve restare fuori dalla mia impresa”.

A lezione di prudenza: comunione o separazione?

L’esercizio di un’impresa da parte di un coniuge (o di entrambi) consiglia di adottare scelte prudenti, e di collegarle alla scelta tra la comunione e la separazione dei beni. Per esempio, si può optare per quest’ultima e intestare al coniuge che non assume rischi patrimoniali i beni più importanti per la famiglia; privandolo, però, della protezione che deriva dalle regole sull’impresa coniugale.

La prudenza e la conoscenza dei problemi da affrontare sono decisive, perché dentro l’attività dell’impresa non ci sono solo denaro e lavoro: ci sono le storie delle persone e delle famiglie.
Le imprese condotte da persone che appartengono alla stessa famiglia costituiscono l’ossatura dell’economia italiana, con qualche difficoltà sul piano della competitività e della crescita ma con grandi risultati in termini di qualità e di intraprendenza.

Informarsi, quindi, ma senza spaventarsi troppo perché il più delle volte si tratta di storie molto belle, come quella di Luigi Zaini, fondatore nel 1913 dell’omonima fabbrica di cioccolato. Luigi ha una visione modernissima: “Tutti gli uomini sono differenti, perché allora non creare tanti cioccolati e caramelle diversi per ciascuno di loro?”. Muore giovane, nel 1938, ma la sua idea viene realizzata dalla seconda moglie Olga che, con i figli di entrambi e quelli del solo Luigi, crea un autentico colosso del settore dolciario grazie ad idee altrettanto innovative: le “ricette dello Zio Piero” nelle confezioni del block di cioccolato “Emilia” e le “Foto sport” (prime figurine della storia) usate come incarto dei cioccolatini.

Prima della comunione dei beni, c’è quella dei sentimenti e delle idee.

Di origini siciliane (per un quarto calabresi), è nato nel 1970 a Milano, dove vive da sempre. E' sposato e ha due figli. Da ottobre 2017 fa il notaio a Milano, dopo avere esercitato la professione per quasi quattordici anni a Pavia. È stato per otto anni docente di diritto societario presso la Scuola del Notariato della Lombardia e ha collaborato con la Fondazione Italiana del Notariato, come membro del comitato scientifico e come relatore in convegni, a due importanti progetti formativi in materia di diritto dell'UE cofinanziato dalla Commissione Europea, con il coinvolgimento dei Notariati e di Università di più Stati europei. Nel triennio 2012/2014 ha fatto parte della Giunta nazionale di Federnotai, di cui è stato Presidente nazionale per il triennio 2015/2017. Appassionatissimo di narrativa e saggistica, cerca di dedicare il tempo libero alla musica e al cinema. Ama viaggiare in luoghi che consentano di coniugare la vacanza e la cultura, preferibilmente percorrendo lunghe distanze alla guida. Rimandando troppo a lungo il proprio ritorno all'attività sportiva (tennis e volley), accompagna in veste di team manager una squadra di volley giovanile. [ Guarda tutti gli articoli ]

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