Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

I manager italiani non hanno abbastanza paura

Leadership all'europea
Paura dei manager
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Ho sempre considerato interessante il tema della “Paura del Manager”. È un terreno di discussione indicativo delle dinamiche di business dei giorni nostri. Una chiave di lettura delle differenti visioni del modo di affrontare il business che ci sono tra le due sponde dell’oceano e delle cronache del nostro paese.

Siamo soliti caratterizzare il mondo del business Nord Americano come la terra delle opportunità e dell’assenza di Paura. Letteratura e aneddotica ci raccontano di imprenditoria diffusa, di minacce trasformate in opportunità e di storie di coraggio nel decidere di cambiare status quo. Non per altro identifichiamo gli USA come la patria delle libertà e dell’espressione del libero pensiero. Un contesto che ha dato origine negli ultimi decenni a molti dei movimenti culturali di rottura rispetto al presente esistente.

Esemplificativo di questa realtà è la storia e la figura di Sheryl Sandberg, numero due di Facebook, che ha raggiunto l’onore delle cronache per le sue battaglie contro la “gender discrimination“, tema sul quale il nostro continente deve fare un deciso passo di miglioramento, e che in un discorso pronunciato davanti alle studentesse del Barnard College ha dichiarato di avere in ufficio un cartello con la scritta: “Cosa faresti se non avessi Paura?” rafforzando il messaggio con un commento chiaro “È vero, la fortuna aiuta gli audaci. I vostri desideri non devono essere schiacciati dai vostri timori”. Non c’è sintesi migliore dell’atteggiamento e della cultura che le “nuove” aziende vogliono avere nel DNA e che vogliono rappresentare all’esterno.

Questa visione è decisamente distonica nei confronti di una cultura europea che ha associato al concetto di Paura una visione psicologica ed analitica quasi da psico-terapia. Mi piace ricordare su questo punto l’intervento di Alex Rovira, scrittore imprenditore spagnolo, al WOBI parlando di crisi, cambiamento e Paura.
Nelle sue parole appare ben chiaro il legame esistente tra la convinzione, la costrizione e la Paura. La Paura può essere naturale, quindi se ne siamo convinti in modo naturale l’affrontiamo con l’atteggiamento “USA”. Non la si nasconde perché accettata, non se ne ha paura perché è naturale, perché è strumentale alla capacità di cambiare lo status quo. Può essere dolorosa quando ne siamo costretti e quindi non l’accettiamo e la nascondiamo. Un atteggiamento che caratterizza il concetto di Leadership all’europea, un capo senza Paura, che è sintesi della nostra storia culturale e delle nostre esperienze politico e storiche.

Dobbiamo avere Paura perché questo è naturale. Rovira ci dice che per affrontare la Paura in una situazione di “costrizione” dobbiamo individuare quali sono le nostre false convinzioni e individuare quali sono le nostre reali competenze che la “costrizione” ci costringe a rivedere per poterla affrontare in modo costruttivo.

Riportando queste considerazioni al mio vissuto professionale, a quello che vedo tutti i giorni interagendo con manager e leader di differenti settori, è che i Manager in Italia non hanno sufficiente Paura perché sono quelli meno disposti a mettere in discussione quelle che sono le loro “convinzioni” e le “competenze” su cui si basa il loro successo ed il successo, passato presente e futuro, delle loro aziende. E questo capita ancor di più se questo “successo” appartiene al passato. Un atteggiamento tipico di un contesto culturale in cui la difesa dello status quo è una priorità e il contesto economico è caratterizzato da modelli di business “tradizionali” e non da modelli culturali di evoluzione e cambiamento come quelli rappresentati dalla Sandberg.

La mia affermazione deriva proprio da questa constatazione: sono quelli che meno vogliono, meno sono messi nelle condizioni o meno possono discutere lo status quo che ha sostenuto la loro crescita. La Paura non ha motivo di esistere nel momento in cui modifichiamo le nostre convinzioni, perché se proprio dobbiamo credere in qualcosa sarebbe il caso di credere in qualcosa di diverso quando il contesto circostante ci porta al cambiamento.

Se il costrutto di elementi e dinamiche intorno a me sta cambiando e io non ho Paura allora questo è deleterio per il manager e per la sua azienda. “A noi non può accadere” o “Accadrà prima agli altri e poi forse dopo a noi” sono le reazioni verbali più comuni. L’esempio e la risonanza sui canali social delle parole espresse dall’AD di ENEL Francesco Starace in un intervento alla LUISS “Bisogna ispirare paura nei dipendenti” devono essere interpretate in tal senso. Per spingere le persone fuori dalla propria area di sicurezza.
Occorre avere paura delle dinamiche dell’oggi per poter essere messi nelle condizioni e poter avere gli strumenti necessari per affrontare il futuro. Come diceva Totò “Non ho paura, è il coraggio che mi manca”.

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Autore
Nomade dell'Innovazione, neotenico ed emigrato da Torino a Milano. Ora Partner di Bip. e Managing Director di Ars et Inventio, appassionato di Corporate Innovation e Corporate Creativity. E’ coordinatore scientifico del Master Innovation Management e del Master di Design Management presso la Business School of Il Sole 24 Ore. Docente nelle aree di strategia, marketing e innovazione in Italia ed all’estero. Public speaker in occasione di eventi nazionali ed internazionali sui temi dell’Innovazione, della creatività e delle Exponential Organization. Il suo Blog “Atteggiamento Zen” è il suo esercizio zen preferito con quello di temperare le matite.
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