Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

In Italia più avvocati che detenuti

Quattro legali ogni mille abitanti, senza grandi possibilità di carriera né reddito minimo
Avvocati italiani tra possibilità di carriera effettiva, compensi minimi e abilitazioni professionali
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“Ci sono troppi avvocati in Italia: non possono crescere di numero senza che la giustizia perda di severità ed efficienza”, una frase storica del magistrato Piercamillo Davigo denuncia il rischio per la qualità della giustizia.
In Italia ci sono più avvocati che detenuti, 246 mila nel 2015, contro 62 mila appartenenti alla popolazione carceraria, con una media di quattro legali ogni mille abitanti, nel 1985 erano circa 48 mila, aumento record del 500 per cento. In Europa, tra i paesi di maggiori dimensioni, solo la Spagna si avvicina all’Italia per numero di avvocati, con 253 mila iscritti alla categoria professionale, ma soltanto 151 mila componenti attivi. In Francia ci sono soltanto 60 mila avvocati, in Germania 163 mila, nel Regno Unito 188 mila, secondo i dati del Ccbe (Council of Bars and Law Societies of Europe). In Italia ci sono il triplo di avvocati, rispetto alla media europea, un numero che inevitabilmente crea condizioni sempre più difficili per i giovani che intendano esercitare la professione forense.

I numeri fotografano una realtà impietosa a livello di reddito per gli aspiranti avvocati, dopo almeno sette anni trascorsi tra università e pratica. Nel 1996 il reddito medio Irpef di un avvocato era di 54 mila euro, nel 2014 di 37 mila euro. Secondo i dati della Cassa Forense, nello stesso periodo il volume d’affari medio annuale è sceso di 28 mila euro. Più si è giovani, meno si guadagna. Il reddito medio tra i 25 ed i 29 anni è di 9 mila 900 euro, tra i 30 ed i 34 di 13 mila 700 euro, si sale a ventimila tra i 35 ed i 39 anni. Il 45 per cento degli avvocati italiani ha un reddito sotto i 10 mila euro, l’importo medio della pensione, per i 27 mila avvocati a riposo, è di 27 mila 200 euro. Nel 2014 le immatricolazioni a Giurisprudenza sono scese del 22 per cento, a cinque anni dalla laurea il 13 per cento circa dei laureati, è disoccupato.

Sul tema riflette l’avvocato Michele Vaira, presidente Aiga (Associazione italiana giovani avvocati): “Il problema è da affrontare e risolvere su un altro piano, programmare gli accessi, il mondo dell’avvocatura è fatto di storture, occorre dare ai migliori la possibilità di fare la pratica, noi ci siamo attivati sotto molti profili, per dare uno spazio concreto ai giovani avvocati, ci stiamo muovendo per retribuire lo status dei collaboratori, in modo gli avvocati giovani che lavorano a tutti gli effetti negli studi professionali, possano essere adeguatamente ricompensati, il problema è la gratuità, appoggiamo la proposta di legge dell’onorevole Mazziotti”.

Possibilità di regolamentare i rapporti di collaborazione e praticantato, modifiche al tirocinio ed all’esame di Stato, con contratto scritto e compenso minimo per collaboratori di studio e praticanti, revisione del tirocinio e dell’esame di abilitazione in senso meritocratico, modifica delle norme di elezione del Consiglio Nazionale Forense, per garantire la rappresentanza dei giovani: sono alcuni dei contenuti della proposta di legge del presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera.

“Ciò che sorprende, a mio modesto parere, è l’errore con cui si vuole affrontare il problema dell’alto numero di avvocati in Italia. Ritengo, infatti, che sarebbe opportuno operare uno sbarramento a monte, ossia all’inizio del percorso universitario, tramite l’introduzione del numero chiuso nelle facoltà di Legge, come avviene per altri percorsi di studi come in Medicina – spiega Fabrizio Calmanti, giovane avvocato marchigiano, che ha superato al primo colpo l’esame di abilitazione.
In questo modo – continua – si eviterebbe di andare ad ingrossare il numero di laureati in giurisprudenza e forse anche di avvocati, sarebbe opportuno una rivisitazione del percorso universitario e del piano di studi delle facoltà di Giurisprudenza, a mio avviso oggi poco selettivo e fin troppo fruibile da tutti, tanto che spesso, molti scelgono questo corso di studi come ancora di salvezza”.

Diciotto mesi di pratica forense, poi a dicembre lo spauracchio dell’esame di Stato, che ogni anno lascia sul campo percentuali molto alte di bocciati. La riforma che ha preso il via nel 2016 prevede il tirocinio retribuito, con l’introduzione di un rimborso spese, il cui importo minimo sarà deciso dal ministero della Giustizia; la pratica obbligatoria e a numero chiuso in base al merito accademico e con la previsione di tre verifiche intermedie e un esame finale che ricalcherà le modalità dell’esame di stato; l’introduzione di una quarta prova scritta, senza più l’ausilio dei codici commentati, nonché l’introduzione di due prove orali.

“Noi riteniamo che la pratica forense vada fatta per la maggior parte negli studi e nei tribunali, le scuole rischiano di essere propaggini dell’università – spiega il presidente Aiga Vaira.
Il praticantato è la parte più bella, in cui si impara a svolgere la professione, per lo meno per chi l’ha vissuta in un certo modo, come me, non come ostacolo. La recente riforma dell’esame di avvocato, non dà le risposte che servono per l’avvocatura, pur essendo stata introdotta per eliminare una serie di deformazioni e mancanza di trasparenza, la mancata possibilità di utilizzare codici non commentati, costringerà gli avvocati ad approcciarsi in modo mnemonico anziché logico”.

Alcuni scelgono la strada dell’abilitazione all’estero, per scavalcare l’ostacolo dell’esame. “Coloro che si recano in altri paese europei per ottenere l’abilitazione non mi sento di biasimarli, in quanto va detto che il concorso di abilitazione italiano è ancora caratterizzato da una forte componente discrezionale, specialmente nella correzione delle prove scritte che non sempre riesce a far capire in maniera precisa quale sia il parametro di valutazione usato.

Questo a significare che non si deve incappare nell’errore di considerare tutti coloro che si abilitano fuori dai nostri confini nazionali siano poco preparati o dei semplici “furbetti” – osserva l’avvocato Calmanti – sarà poi lo stesso mercato del lavoro a premiarci o punirci, infatti, una volta abilitati saremo più che mai artefici del nostro destino e saranno le nostre abilità, conoscenze e competenze a fare di noi professionisti affermati o meno”.
Per ovviare alla tentazione delle “scorciatoie facili”, l’Aiga ha proposto la carta di Biella, per uniformare l’accesso alla professione in ambito europeo.

Nonostante i numeri indichino una realtà difficile, per chi vuole intraprendere la professione, un’indicazione sul livello di qualità dell’offerta formativa viene dall’annuale classifica del Censis. Sono 47 in Italia le università che offrono il corso di laurea magistrale in giurisprudenza a ciclo unico. Secondo la classifica Censis 2015-2016 la migliore università in cui studiare legge è Macerata, a metà classifica ci sono a pari merito diversi atenei tra i quali il Piemonte Orientale, ultima in classifica Napoli Parthenope.

A Macerata il piano di studi prevede per gli esami una progressione negli anni, con gli insegnamenti maggiori suddivisi nelle differenti annualità e con corsi di approfondimento “progrediti”, negli ultimi anni di corso. Ciò avviene per procedura penale e civile, ma anche per le principali materie giuridiche, per gli esami di area economica ci sono diverse discipline tra le quali scegliere, previsti anche cinque corsi in inglese per diritto dell’Unione europea, legge internazionale, vasto il numero di insegnamenti opzionali articolati in numerose specializzazioni del diritto, tra cui spiccano medicina legale e tossicologia forense. La costruzione del corso di laurea nell’ateneo marchigiano, appare solidamente ancorata alle varie articolazioni teoriche del diritto.

L’università del Piemonte Orientale prevede una serie di insegnamenti orientati a contenuti meno tradizionali, tra i quali diritto dello sport, diritto del lavoro europeo, economia cognitiva e sperimentale, criminologia, tecniche di comunicazione, tirocini e stage ed esperienze lavorative menzionate per sostituire seminari di approfondimento. Per l’università di Napoli Parthenope l’impostazione è conforme alla griglia ministeriale, nessuna suddivisione in annualità per gli esami caratterizzanti, come invece avviene a Macerata, si rileva la presenza di alcune materie spiccatamente economiche nel piano di studi.

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Autore
Classe 1976, è una giornalista freelance che vive e lavora nelle Marche dove approfondisce temi di attualità imprenditoriale legati alle dinamiche economiche e ambientali del territorio di riferimento. Collabora con Corriere Adriatico e Cronache Maceratesi. Il suo motto è "memento audere semper".
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