Numero Speciale, Estate 2017

L’odio in rete è metallo pesante

I sette principi dell'odio in rete misurati attraverso la comunicazione on line sul caso Vanessa e Greta
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Vi porrei una domanda, per avere la vostra risposta alla fine di quanto condivideremo: chi sono i cattivi?

Scordiamo ora la domanda. Provate ad immaginare una moltitudine di persone e un luogo dove possano godere di una libertà illimitata e l’assenza di ogni regola chiara. Provate ad immaginare che ognuno abbia l’illusione di potersi celare in una sorta di nebbia che lo avvolga e lo renda irriconoscibile e irraggiungibile. No, non mi riferisco a San Siro.

Ora immaginiamo di avere un grande palcoscenico dove vanno in scena alcuni frammenti della vita altrui. In breve tempo questa massa rivolgerà la sua attenzione a queste rappresentazioni e le mille voci, inizialmente indistinte, cominceranno a dare forma ad una corrente. A vibrare all’unisono. Formando una entità del tutto nuova che supera il singolo. Se pensate che tutto questo sia un esercizio di pura speculazione filosofica purtroppo vi sbagliate: questo lo viviamo tutti i giorni.

In rete e nei social network ognuno di noi vede andare in scena la vita altrui, soprattutto osserva e in alcuni casi commenta. Sembra un quieto e operoso (beninteso non produttivo) vociare fintanto che qualcosa non attira l’attenzione della folla digitale. In quel momento tutto cambia. Non pensiate in meglio. La folla digitale è una entità del tutto nuova che non si manifesta come somma delle intelligenze dei singoli, tutt’altro, è regressione al minimo comun denominatore.

Ultimamente si è provato a dare un nome a questo fenomeno, gli Haters, pensando di coglierlo ma a mio avviso siamo molto lontani, questi sono solo la punta (rumorosa) dell’iceberg. Mi occupo di Data Science da anni, ho visto crescere nel tempo questo fenomeno e alcune, molte volte a dir la verità, lo abbiamo fronteggiato. Vi posso assicurare che non è Gardaland. Spezziamo subito una falsa credenza: il fenomeno non è cresciuto perché siamo peggiorati, semplicemente è cresciuto perché abbiamo avuto, grazie ai social network, più modo di dimostrare cosa scorre nel nostro animo. La famosa disintermediazione attraverso cui ogni persona può rivolgersi direttamente al Presidente del Consiglio ha aperto il vaso di Pandora.

La dimensione della folla presente in rete è l’esplosione delle reti sociali che hanno reso istantanea e fluida la conversazione. Con i blog e i forum tutto era più rarefatto (beninteso tutt’altro che assente), più lento. L’odio in rete ai tempi dei social (un caffè a chi coglie una citazione molto occulta) si manifesta all’improvviso ed è giudice e giuria. Non è gossip, non è umorismo o un fenomeno di passaggio, è qualcosa di più strisciante, più potente e purtroppo, anche se non ci piacerà, molto vero. Attraverso una analisi attenta e scientifica del fenomeno si svelano aspetti che rappresentano lo specchio dello spirito sociale. Questo fenomeno ci mette a nudo. Proviamo a delineare alcuni precetti dell’odio in rete:

Primo principio: L’odio non è uguale per tutti.

Sulla legge qualche sospetto ci era venuto ma sull’odio pensavamo di essere equi. Non è affatto così, le regole dell’odio e della lapidazione digitale sono diverse, non sono politicamente corrette. Anzitutto è maschilista, c’è una evidente asimmetria nella reazione agli stessi comportamenti tra uomini e donne. In molti casi per il sesso maschile non costituisce neppure oggetto di discussione. Pensate al caso del revenge porn ovvero quando un soggetto all’interno della coppia, per vendetta, pubblica in rete video intimi della coppia stessa. L’uomo non viene per nulla considerato e soprattutto è lui stesso che nella stragrande maggioranza dei casi diffonde il video. Nel caso Blanco – Belen (video hard pubblicato da Blanco al tempo fidanzato di Belen) gli insulti in rete erano tutti per lei e coprivano un vastissimo spettro dell’immaginario umano. Per Blanco la moltitudine si è espressa su affermazioni che rasentano pericolosamente il positivo e l’invidia. Attenzione non è solo questione di intensità ma di sostanza dei temi, lo stesso caso può risultare per l’uno negativo e indifferente/positivo per l’altro.

Secondo principio: L’odio è un’onda emotiva, non razionale.

Ad una lucida analisi l’odio in rete non viene scatenato dall’importanza dei temi ma dall’importanza emotiva che questi hanno nella nostra vita. È del tutto simile ad un litigio ad un semaforo piuttosto che ad una discussione filosofica. Pensate solo ad una evidenza: nei casi di omicidio vi è spesso una quasi assenza di commento mentre in quelli di gossip si registrano reazioni migliaia di volte superiori. Su molte condanne si registra il silenzio mentre su alcune affermazioni abbiamo onde mediatiche di rilevanza nazionale. Potremmo citare casi innumerevoli, ricordiamo ad esempio il caso di Greta e Vanessa rapite in Siria. Le loro colpe quali che siano non possono essere paragonate a dei reati gravi. Eppure ecco alcune pagine che fotografano l’odio e la sua spropositata manifestazione in rete:

Greta e Vanessa

ben analizzato in questo articolo o riassunto in tutti gli sfottò possibili della rete in quest’altro

Aggiungiamo un immancabile commento di Gasparri su Twitter:

Tweet Gasparri Greta e Vanessa

Ho evitato di citare i commenti più violenti e volgari, lascio a voi se ne avete stomaco e curiosità. Questo esempio riafferma anche il primo principio in quanto francamente dubito che a parità di condizioni se fossero stati due uomini si sarebbe scatenata questa violenza.

Terzo principio: L’odio è per sempre.

Un evento oggi non si conclude, si congela in attesa di essere ripreso. In rete tutto resta in un continuum persistente. Il caso appena riportato è tuttora raggiungibile con moltissimi contenuti. Non soltanto è sempre presente ma è anche una bomba pronta a riesplodere, infatti alla prima informazione rilevante sui protagonisti si riaggrega e riparte come se fosse solo stato messo in pausa.

vediamo alcuni commenti di questo articolo:

“Personalmente per me potete partire subito. Ma prima di partire, dovete firmare una liberatoria, che qualora sorgerebbero problemi (non credo, tanto tornate dai vostri fratelli amanti)lo Stato Italiano non dovrà sborsare un centesimo. ps. MI AUGURO CHE CI RESTERETE, E NON TORNERETE A ROMPERE LE BALLE IN ITALIA.”

“La nostalgia di robusti…siriani comincia forse a farsi sentire ?”

“Due maledettissime idiote infarcite della peggiore spocchiosa ignoranza, un governo serio le farebbe scappare la voglia di giocare.”

“queste sono da ricovero in psichiatria , anche se dubito che possano guarire”

E questi sono i commenti all’interno di un quotidiano, quelli nei social sono decisamente più duri.

Quarto principio: L’odio non ammette confronto.

Le conversazioni sono impermeabili, per molte ragioni, non si instaura un dialogo ma una serie di sentenze. L’enorme folla digitale si muove come un’onda, come una sola coscienza primitiva, non dialettica. Rabbiosa che reitera l’argomentazione migliaia di volte. Una sorta di immenso Vittorio Sgarbi digitale che ripete ossessivamente “capra..capra ..”. Lo so è inquietante.

Analizzando le discussioni si possono sempre sintetizzare poche unità originali ripetute in molte forme, rarissimi gli scambi e le risposte. Le poche risposte sono nella gran parte dei casi sono del tutto fuori tema. Giusto per fare un esempio un politico dice “Buon giorno” la risposta è “Sei un ladro devi soffrire” (casi reali, purtroppo).

Quinto principio: Effetto contagio.

L’odio è contagioso, superata una soglia critica travolge e spinge altri soggetti prima silenziosi ad unirsi alla gogna mediatica. Viene travolto ed insultato anche chi si oppone. La folla digitale decade nelle sue funzioni intellettive al crescere della dimensione regredendo a livelli difficilmente coniugabili in una società civile.

Sesto principio: l’odio è vile.

Perdonate la sintesi ma queste forme sono nella quasi totalità dei casi frutto di un senso di anonimato, di invincibilità all’interno di una massa monocorde, di impunibilità, di euforia isterica per la liberazione dalla costrizione sociale e di valvola di sfogo personale. Panem et circenses insomma, del resto nonostante l’educazione siamo sempre gli stessi, prima c’era il Colosseo ora lo stadio e il telefonino.

La stragrande maggioranza di quelli che vomitano insulti on line lo farebbe fisicamente nella vita reale. Non solo presi singolarmente tutti condannerebbero questi comportamenti.

Settimo principio: La rivalsa è una chiave formidabile.

Nulla è più catartico per la massa che vedere sgretolarsi i ricchi e i potenti. Ogni loro scivolone assume l’enfasi di una questione nazionale. Vi sono più commenti e immagini su Lapo che sul fallimento della missione su Marte. Con tutto il rispetto per Lapo parliamo di cose di diversa importanza per il futuro dell’umanità.

Il fenomeno descritto è molto potente e ingovernabile, cieco e irrazionale, ma soprattutto guardato con onestà fa calare il velo su una verità che non ci piace affatto ammettere.

A questo punto vi chiedo, chi sono i cattivi? Gli altri?

 

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Autore
Andrea Barchiesi è fondatore e CEO di Reputation Manager, principale istituto italiano specializzato in web intelligence e analisi della reputazione on line dei brand e delle figure di rilievo pubblico e prima società ad aver introdotto in Italia il concetto di “ingegneria reputazionale”: metodologia strutturata, finalizzata alla tutela e alla costruzione dell’identità digitale. Ingegnere elettronico, Andrea Barchiesi dal 1999 al 2004 è in Accenture dove si occupa di consulenza tecnologica, organizzativa, e strategica per le aziende clienti. Nel 2005 crea il brand Reputation Manager, società autonoma dal 2011. Vincitore del Premio Nazionale dell’Innovazione 2011 nella categoria "Innovatori nel Commercio" con il progetto “Brand Protection”, è autore del libro “Web intelligence e psicolinguistica”, edito nel 2012 da Franco Angeli, è direttore scientifico del primo master in Italia in Reputation Management, istituto da Reputation Manager in collaborazione con l’università IULM. Coautore del programma televisivo di La3 “Reputescion. Quanto vali sul web?” condotto da Andrea Scanzi. Consulente per la comunicazione e l’identità digitale del Ministero della Salute. Nel 2016 ha pubblicato il libro “La tentazione dell’oblio. Vuoi subire o costruire la tua identità digitale” (FrancoAngeli), una riflessione sul ruolo dell’identità digitale nella sfera professionale e personale e le implicazioni del diritto all’oblio sulla reputazione on line.
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