Quindicinale, Numero 53 - 15 settembre 2017

Siamo tutti in vetrina

Nel momento in cui creiamo un contenuto, ne siamo responsabili. E non è più questione di privacy
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Scaffale “digitale” in una qualsiasi libreria Feltrinelli. Li conto. Saranno almeno 60 i libri che parlano di strategie, personal branding, vendere se stessi, usare il web in maniera corretta. 

Trovarli non è difficile, basta cercare nel reparto “faccione in copertina”.

Eppure, nonostante alcuni temi siano triti e ritriti, c’è ancora chi non ha capito che da quell’altra parte della tastiera c’è una piazza. Ci sono certo le persone a cui stai scrivendo, ma poi ci sono anche tantissimi passanti che origliano, alcuni che si fermano ad ascoltare, addirittura qualcuno che commenta, ma soprattutto molti che ascoltano ma non dicono nulla. Sono i più numerosi e anche i più pericolosi. Possono essere i colleghi, il tuo capo, un vicino di casa o un cliente.

E’ evidente che un post di questo genere possa nuocere gravemente alla salute di chi lo pubblica:

InfermieraBlind

Privato o Pubblico?

Certo, sono opinioni personali. In molti ritengono che il profilo LinkedIn, in quanto privato, renda legittimo scrivere ciò che si ritiene opportuno. Ma, se notate bene, a differenza di Facebook dove chiunque può gestire i contenuti anche più personali, in LinkedIn dopo il proprio nome e cognome compare il tuo titolo professionale e l’azienda per cui lavori.

E dunque, un’infermiera che per vocazione dovrebbe avere fra i suoi valori l’accoglienza senza discriminazioni, il senso del soccorso e tutta l’etica di cui ogni mestiere in generale ma il suo in particolare richiede, che impressione trasmette a chi la legge?

E’ sufficiente che Giovanni, uno solo dei contatti di quell’infermiera, condivida quel post attraverso l’apposito pulsantino “Consiglia” che automaticamente venga trasmesso a tutti i suoi contatti. Ed ognuno di questi, a loro volta, ai propri contatti. E l’effetto è virale.

E se fra questi ci fossero pazienti dell’ospedale in cui lavora l’infermiera?

O se quel post arrivasse sulla bacheca del suo dirigente sanitario o degli investitori dell’ospedale?

Ognuno si assume la responsabilità di ciò che pubblica

Questo ragionamento vale per tutti. Tuttavia, a mio avviso alcuni professionisti hanno delle responsabilità che coinvolgono non solo i diretti interessati, ma tutte le persone che per necessità si affidano loro (avvocati, commercialisti, medici, selezionatori del personale).

E questo è il motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo, volendo condividere la strategia che io stesso ho definito nella gestione dei miei contenuti ma soprattutto di quelli altrui. Strategia che qualche volta mi ha sollevato delle critiche ma che per me è fondamentale per tre motivi:

  • utilizzando dati inequivocabili (gli screenshot) si evita che il proprio commento venga percepito come “pettegolezzo” o “sfogatoio”, ma assume maggiore autorevolezza ed è un dato confutabile. Un pò come se quella dichiarazione fosse sottoscritta e confermata.
  • tutelare ed orientare Persone e candidati per evitare loro di trovarsi in situazioni imbarazzanti o quantomeno da esiti controproducenti (per i candidati) annunciati.
  • si prendono le distanze da chi comunica il tuo mestiere in maniera errata e ti usa come bersaglio indiretto per propri sfoghi e frustrazioni personali. Niente di più facile vedere post come questo:

contro i recruiter

del tutto comprensibile, se penso che in rete molti “colleghi recruiter” pubblicano cose di questo genere:

Be to be

 

o peggio ancora:

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L’effetto TripAdvisor si estende anche alle Persone

Qui la domanda sorge però spontanea: perché i candidati si lamentano di non essere compresi o tutelati se si affidano a questi “recruiter” o rispondono ad inserzioni di questo tenore?

Così come siamo tutti capaci di prendere informazioni sull’ultimo modello di telefonino, perché non siamo capaci di informarci prima su chi sarà la persona con cui avremo un colloquio e magari, proprio su LinkedIn, verificarne seniority, capacità, tipo di percorso professionale e se ha degli “endorsement” sul proprio profilo? Da chi è composta la sua rete? Cosa dicono di lui/lei?

Perché mai l’effetto “Trip Advisor” non dovrebbe coinvolgere anche le Persone e perché solo alcune Persone? Perché accettiamo che vengano criticati un politico, i commessi di un negozio, un sindaco e invece ci irrigidiamo se viene criticato l’operato di un qualsiasi altro professionista su una piattaforma professionale?

E anche le aziende non possono più sottrarsi all’effetto TripAdvisor. Il sito che le giudica attraverso gli occhi di chi ci lavora o ci ha lavorato o anche solo fatto un colloquio di selezione si chiama Glassdoor.

E dunque, esclusivamente per questi motivi che ho deciso di riportare fedelmente – senza cancellare i nomi e i cognomi – chi pubblica contenuti privi di etica sui social o anche solo là dove la professionalità ne risulta tristemente impoverita, partendo dal presupposto che, come scrivevo sopra, ognuno è responsabile dei contenuti che propone e che lo fa su una pubblica piazza dove non è possibile controllare chi li legge e chi li commenterà. Pertanto, se non sei stato attento in partenza, inutile lamentarti o appellarti agli avvocati e alla privacy dopo.

Se pubblichi qualcosa sui social, hai già rinunciato alla tua privacy.

Il tuo post è diventato un contenuto editoriale e devi accettare qualsiasi tipo di commento questo produca.

Chi fa il mio mestiere – il selezionatore del personale – ha delle responsabilità che interferiscono nella vita di molte persone. Come ci presentiamo, cosa scriviamo, come lo scriviamo è estremamente importante.

Per questo, quando ti definisci “recruiter” su una piattaforma professionale, dove la stragrande maggioranza delle persone ha una frequentazione mirata solo al proprio ricollocamento, bisogna presentarsi ed esprimersi in maniera corretta.

HRBlind

Dunque, sui social a mio avviso si capovolge la percezione del privato e ciò che è personale diventa di tutti perché siamo noi stessi a liberare i contenuti, anche i più personali, e a renderli disponibili. Cercare di riappropriarsene quando ormai sono circolati liberamente, sono stati condivisi, hanno rotto gli argini e invaso strade e palazzi invocando privacy e avvocati non fa che rendere ancora meno idonee quelle persone allo strumento.

Perché non solo non sono state accorte nel selezionare i contenuti giusti da proporre a un pubblico sempre più vasto senza valutarne le conseguenze, ma peggiorano la situazione invocando una burocrazia e una formalità fuori contesto. Un anacronistico “Lei non sa chi sono io 3.0”

lei non sa chi sono io!

 

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Autore
Appassionato di Umane Risorse e tecnologie. Inizia l’attività di recruiter nel 1997 selezionando profili legati al settore alberghiero e oggi collabora con Carriere Italia seguendo le selezioni di middle e top management. È il fondatore della Business Community FiordiRisorse nominata da Linkedin come caso di successo italiano, l’ideatore dell’unico Master italiano per manager e imprenditori definito etico, lowcost, itinerante che in tre anni ha coinvolto oltre 60 aziende italiane. Collabora con Wired Italia ed è contributor del blog di Linkedin sui temi legati al social recruiting e sul lavoro.
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  • Andrea Biagini

    La signora che recluta l’energia elettrica è stata il mio primo litigio feroce su LD, quanti ricordi 😉
    Aggiungo solo che mi pare incredibile che LD non permetta una personalizzazione dei filtri privacy come fa FB, e ancora più stupefacente che non dia la possibilità di costruire una gestione dei contenuti fatta su misura per ciascun utente.
    Bell’articolo, grazie Osvaldo.

    • Osvaldo Danzi

      Grazie mille Andrea. I litigi sono destinati a protrarsi ancora molto!

    • Facci sapere anche com’è andata! :)