Quindicinale n.41, 11 gennaio 2017

I troll, i social e il test del Vampiro

Dalle slide su Gianni Morandi a Brâncuși: perché è fondamentale non curarsi di tutti, ma imparare ad ascoltare ciò che dicono di noi le persone giuste
social-media-trolls
Shares

Posta come se chiunque ti legga abbia il potere di licenziarti (Lauren Cerand)

Condividere è un atto di generosità: si mostra qualcosa perché si pensa che qualcuno dall’altra parte dello schermo possa trovarlo utile o divertente. Ma c’è una differenza enorme tra seminare, tema tanto caro ad Austin Kleon autore di “Semina come un artista”, e sparpagliare. Chi ha capito l’importanza dei social per il proprio Personal Branding, e di conseguenza per il brand dell’azienda con la quale collabora, semina. Chi ha scelto di recitare la parte del troll preferisce, invece, sparpagliare. È un ruolo ben preciso, quello del troll. Ha un confine etico, ed è quello che separa la battuta e l’ironia dal sarcasmo, sovente figlio di un atteggiamento poco collaborativo, un volersi ergere al ruolo di paladino della giustizia. Una giustizia sommaria, presuntuosa, nel senso che presume verità figlie di esperienze personali.

I social network funzionano più o meno come taccuini pubblici: sono luoghi in cui pensiamo ad alta voce, lasciamo che gli altri ci rispondano con i loro pensieri per poi, si spera, continuare a riflettere. Sono i social a trasformare un flusso in riserva. Stock e flow sono concetti economici che lo scrittore Robin Sloan ha adattato per descrivere i media: il flusso è il feed, è il fluire degli aggiornamenti che uno o più volte ricordano alla gente che esistiamo. La riserva (stock) è il valore durevole. È il contenuto che produciamo e che tra due mesi, o un anno, sarà interessante quanto lo è oggi. È quel che la gente scopre facendo una ricerca. È quel che si diffonde lentamente ma inesorabilmente.

I social network sono il luogo ideale per trasformare il flusso in riserva: ogni testo, ogni conversazione, ogni commento sui blog, ogni tweet, foto, video, è un frammento, uno scampolo di narrazione multimediale che viene costruito. Fino a quando non arriva qualcuno a distruggerlo, a volte per il semplice gusto di farlo. Gianni Morandi va a fare la spesa la domenica e posta una foto? Ecco una serie di troll pronti ad accusarlo di insensibilità verso i lavoratori dei centri commerciali. Lui risponde usando tutto il giannimorandismo (tecnica assertiva di comunicazione promossa da moltissimi social media manager) di cui è capace: “Scusate, non mi ero reso conto della gravità di ciò che ho fatto, la prossima volta andrò di sabato con Anna!” e le conversazioni finiscono nelle slide del social media manager di turno che le mostrerà al prossimo corso di formazione nel modulo sulla gestione della crisi. Nulla di più sbagliato. Il buonismo alla Gianni Morandi, nei confronti del troll di turno, va bene per una sola persona: Gianni Morandi, appunto. Ma noi facciamo un altro lavoro.

Gianni Morandi spesa

Il trucco è non curarsi di ciò che TUTTI pensano di te, ascoltando solo quello che pensano le persone GIUSTE. (Brian Michael Bendis)

I troll nel lavoro

I troll sono ovunque, non solo sui social, esistono in ogni professione e in ogni contesto. Sono quelli che si rifiutano di pagare i prezzi necessari, quelli che vogliono tutto e subito. Non vogliono ascoltare le idee degli altri, vogliono parlare a tutti costi delle loro. Non vogliono andare a nessuno spettacolo ma ti sommergono di volantini per strada, strillando per andare al loro. Bisognerebbe provare pena per queste persone e per le loro illusioni, non cercarne a tutti i costi la mediazione, il consenso, il dialogo. Smetterla di preoccuparsi per il numero di follower che abbiamo online e iniziare a riflettere sulla qualità delle persone che ci seguono. Non sprecare tempo leggendo articoli su come aumentare il numero di follower e non parlare con chi non merita la nostra attenzione. Rispetto ai primi anni, i social network sono radicalmente cambiati: la mole di commenti è tale che nessuno giudicherà una discussione per uno scambio di battute. Piuttosto giudica la noia di un’inutile lungaggine, di un batti e ribatti, risposta e contro-risposta che non fa altro che suscitare un dubbio nella mente del malcapitato lettore: “Ma quanto tempo libero hanno queste persone?

20150112233420-troll

Il primo passo, quando si decide se tenere in conto una relazione o un feedback sul proprio lavoro, è valutare da chi proviene. Le reazione che ci interessano sono quelle di chi ha a cuore noi e il nostro lavoro. Bisogna essere molto cauti nel prendere in considerazione le reazioni di chi è fuori da quel gruppo. Un troll è qualcuno che non ha il minimo interesse a migliorare il lavoro altrui ma che vuole solo provocare con parole aggressive, meschine e insultanti. Non si guadagna nulla a confrontarsi con questa gente. Basta non alimentarli e di solito se ne vanno. I troll possono sbucare dal nulla, manifestandosi in luoghi inaspettati. La fumettista Natalie Dee dice che “Sotto i quadri in una galleria non c’è mai uno spazio bianco su cui la gente può scrivere le proprie opinioni“. Da questa considerazione, certamente contraria alla logica dei social, nasce il paradosso, la considerazione di bloccare del tutto i commenti sui social, l’idea che un lavoro o un’opinione non debba essere necessariamente giudicata. È un concetto molto vicino a quella della Generazione Z, i ragazzi nati tra il 1996 e il 2000, quelli che si curano molto poco di ciò che viene detto di loro e su di loro. I futuri manager.

Bisognerebbe imparare l’arte di ignorare certi commenti e convincersi che arriva il momento in cui la nostra risposta è definitiva, ultima, incontrovertibile. E da quel momento ignorare le notifiche della controparte. È una tecnica che libera un sacco di tempo e aumenta le energie positive. Nella biografia di Picasso scritta da John Richardson, c’è un aneddoto divertente, ripreso da diversi libri dedicati al management. Pablo Picasso era noto per prosciugare l’energia delle persone che incontrava. Sua nipote Marina dichiarò che strizzava le persone proprio come i tubetti di colore. Molti si adeguarono alla situazione pur di stare vicini a Picasso, ma non lo scultore Constantin Brâncuși.

Era romeno, originario dei Carpazi, e sapeva riconoscere un vampiro quando ne vedeva uno. Non aveva intenzione di permettere a Picasso di rubargli la sua energia, così si rifiutò di avere qualsiasi contatto con lui. Kleon ha ribattezzato questo metodo il test del vampiro: “Se dopo aver passato del tempo con qualcuno ti senti esausto e svuotato, la persona in questione è un vampiro“. Ovviamente il test del vampiro può essere applicato a molte cose diverse, non solo alle persone: ai lavori, agli hobby, ai luoghi, ai social network, ai troll. E non c’è cura per i vampiri. Dovessi ritrovarti vicino a uno di loro, fai come Brâncuși e bandiscilo per sempre dalla tua esistenza. Altro che a lezione da Gianni Morandi.

Shares

Tags: , ,



Autore
Giornalista e curatore di contenuti per le imprese. Scrive per Rivista11 e per La Gazzetta del Mezzogiorno. Autore di "Facebook Marketing", "Content Marketing", "Facebook for Dummies" e "Local Marketing", tutti per Hoepli. Arbitro di calcio nel (poco) tempo libero.
Commenta questo articolo