Quindicinale n.51, 24 giugno 2017

“Tu e l’altro siete la stessa persona”. Parola del Buddha

A colloquio con Clair Brown, che a Berkeley insegna Economia buddista
“Tu e l’altro siete la stessa persona”. Parola del Buddha
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Esiste un’alternativa al modello economico del libero mercato, secondo il quale il diritto individuale al perseguimento del benessere e della felicità è inalienabile? Sì, il modello buddista. Dove se stai male tu, sto male anch’io.

Il professore emerito Clair Brown, cattedra di Economia a Berkeley, California, dal 2012 ha avviato all’interno della sua Università – una delle più liberali d’America – un corso di “Economia buddista”. Per iscriversi c’è la lista d’attesa.

Partendo dal “Capability approach” (approccio per capacità) del premio Nobel Amartya Sen e passando per gli studi di economisti quali Ernst Friedrich Schumacher (Piccolo è bello) e Serge Latouche (La scommessa della decrescita), Clair Brown ha elaborato un pensiero economico che potrebbe rappresentare una reale alternativa al modello capitalista. E’ tutto scritto nel suo libro Buddhist Economics, uscito due mesi fa negli Usa (Bloomsbury Press) e presto anche in Italia, per Vallardi.

Clair Brown è una praticante buddista da molti anni. Forse anche per questo, quando le dico che il tema che ci sta a cuore è quello del legame tra “me e gli altri”, la sua disponibilità a concedermi un’intervista è immediata. Il principio dell’interdipendenza tra gli esseri umani e tra questi e la natura è fondante, nel buddismo.

Fino a qualche anno fa lei insegnava materie quali Ingegneria dello sviluppo ed Economia e industria dell’alta tecnologia. Poi, nel 2012, è passata all’Economia buddista. Perché?

Per interesse personale ma anche, anzi soprattutto, sotto lo stimolo degli studenti dei primi anni. I ragazzi dei corsi di Introduzione all’economia, spesso frustrati nel capire come i principi fondanti delle nostre economie “avanzate” si basino sull’accumulazione di beni materiali, secondo la legge del “più hai, meglio stai”. Inoltre era crescente in quegli anni una sorta di risentimento verso una politica economica che non ha tenuto in alcun peso questioni come l’inquinamento, considerato una “condizione esterna” e non incorporato nelle analisi economiche. E’ un dato di fatto: il modello del libero mercato non tiene in alcuna considerazione le due principali sfide economiche del millennio: la diseguaglianza economico-sociale e il surriscaldamento del pianeta.

E da dove è partita, per costruire il suo modello?

Da una domanda, che è sempre il miglior modo per iniziare una ricerca: cosa avrebbe insegnato il Buddha in un corso di “Introduzione all’Economia”? Forse sarebbe partito da una percezione comune e ampiamente diffusa in questo modello economico, come quella che fare shopping nelle nostre società sia considerato un modo per contrastare la tristezza. Ovvero che “consumare”, comprando oggetti, sia una pratica in grado di contrastare il nostro dolore esistenziale. Eppure sappiamo tutti bene, per esperienza, che le cose non stanno così. Consumare qualcosa ha un valore molto effimero. E allora, visto che “non soffrire” è uno degli obiettivi, se non l’obiettivo principale, dell’essere umano, perché non provare a perseguire una strada meno effimera?

Per esempio?

Cosa succederebbe, ad esempio, se vivessimo in una società che non mettesse il “consumo” al centro della sua attività? Cosa succederebbe se al consumo sostituissimo il precetto buddista della “riduzione della sofferenza”? Cosa succederebbe se fossimo guidati dalla compassione invece che dal desiderio? E se facessimo nostro il principio dell’interdipendenza tra tutti gli esseri umani secondo cui “la tua sofferenza è la mia”? E se capissimo che noi umani e la natura facciamo parte di un’unica realtà vivente interconnessa? E’ per trovare una risposta a queste domande che cinque anni fa ho dato il via al  corso sull’”Economia buddista”.

Qual’è stata la risposta degli studenti e dei suoi colleghi dell’università di Berkeley?

Il corso è molto popolare, anche se abbiamo dovuto scegliere un’iscrizione a numero chiuso – massimo 20 studenti – per avere uno scambio proficuo. La nostra ricerca ha inoltre attratto l’attenzione di professori e ricercatori di altre materie che ci stanno sostenendo con il loro lavoro in campi quali quello della sostenibilità, la proprietà condivisa, il benessere globale. Ci scambiamo materiali e ricerche e sono grata a tutti per quello che sto apprendendo dal loro lavoro.

Arriviamo alla sostanza. Mi potrebbe dire quali sono i principi base di un’economia buddista?

Come le dicevo, il concetto da cui dobbiamo partire è quello dell’interdipendenza tra esseri umani, e tra esseri umani e natura. Queste due premesse ci conducono direttamente al passo successivo, dove il benessere di uno è influenzato dal benessere di tutti gli altri e dal benessere del pianeta.

Le economie del libero mercato sono centrate sul principio dell’efficienza, ovvero sulla fetta di torta prodotta internamente da un Paese (ricchezza nazionale). Molti economisti hanno anche a cuore il principio della disparità economica, ovvero prestano attenzione a come la torta viene divisa. L’economia buddista tiene conto anche di come la gente vive. Ovvero di cosa c’è nella torta, di quali ingredienti è fatta. Di questi ingredienti fanno parte tutte quelle attività umane che non producono beni materiali, ma sono fondamentali alla realizzazione di una vita significativa e al benessere del pianeta.

Mi perdoni se la costringo a schematizzare, ma se dovesse sintetizzare le principali differenze tra un’economia buddista, una liberista e una socialista? Non mi racconti una barzelletta, però.

Non lo farò. Magari la prossima volta. I sistemi economici presentano varie tipologie di capitalismo, come sostengono anche gli osservatori politici. Il ruolo di un governo è di strutturare il proprio mercato in modo che produca specifici risultati sociali. Ogni società capitalista sceglie le proprie diseguaglianze e la propria emissione di gas combustibili (inquinamento), così come la quantità di persone che vivranno sotto la soglia di povertà e con un sistema di sanità inadeguato. Un governo può adottare un programma minimalista, come in un’economia di libero mercato dove impone regole giuridiche, diritti di proprietà e sicurezza nazionale. O può scegliere un’attitudine attivista, come nelle democrazie sociali che strutturano il mercato in modo da ridurre i livelli di povertà, assicurare i servizi sociali di base, la cura della prole, la salute e l’educazione. Un’economia buddista è un’economia di mercato dove il governo gioca un ruolo fondamentale nello strutturare il proprio sistema economico in modo che ognuno possa vivere, in un mondo sostenibile, una vita confortevole e ricca di senso.

Quali sono le politiche fondanti del modello buddista? E ce ne sono di già attive in qualche paese?

Le economie del libero mercato ignorano questioni come la diseguaglianza e l’inquinamento, perché sono fattori che vengono dati per scontati e quindi in un qualche modo negati. L’economia buddista guarda a quelle politiche in grado di diminuire le disparità sociali e perseguite con successo da vari stati. Nel mio libro cito diversi esempi, già verificati sul campo, quali: il salario minimo garantito, le leggi che sostengono il potere contrattuale dei lavoratori e dei sindacati, sistemi di tassazione progressiva, tassazione progressiva sulle eredità, adeguati sistemi sanitari ed educativi, attenzione alla prole, diritto retribuito alle ferie, i congedi parentali. L’economia buddista scommette anche su quella tecnologia che permetterà il passaggio energetico dai combustibili fossili a un’energia verde moderna e sostenibile, con l’obiettivo concreto di ridurre di due gradi centigradi il riscaldamento globale, così come richiesto dagli scienziati durante la Conferenza mondiale sul clima di Parigi del 2015. (vedi i progetti della Stanford -thesolutionproject.org- e quelli delle Nazioni Unite -deepdecarbonization.org- ) .

Escluso il Pil e l’idea di crescita come aumento di produzione e consumo, quali sono gli indici buddisti per calcolare la crescita di un paese?

E’ argomento di uno dei principali capitoli del mio libro. Molti economisti concordano sul fatto che il Pil di un paese non è un indicatore sufficiente per misurarne la salute economica, perché tiene conto solo di ciò che viene venduto sul mercato globale, ignorando tutte le altre attività umane. Eppure in tutto il mondo il Pil è usato come unità di misura per valutare le performance di un paese. Ma ci sono economisti che hanno creato altri tipi di indici per misurare inquinamento, danni ambientali, diseguaglianze salariali, tasso di felicità e impatto delle attività umane non salariate (benefiche e non). Questi valori numerici vengono usati per analisi economiche olistiche. Stiamo parlando dell’Indice di Sviluppo Umano (ISU), dell’Indice di vita migliore (Better Life Index) sviluppato  dalla Ocse, dell’Indicatore del Progresso Autentico (Genuine Progress Indicator), dell’Indice del Pianeta felice (Happy Planet Index) e della Felicità Interna lorda del Buthan. L’economia buddista tiene in considerazione questi indici, anche in qualità del fatto che ognuno di loro risulta migliore del Pil per capire lo stato di salute di un Paese.

Il programma, professore, sembra tanto interessante quanto distante dalla nostra realtà di occidentali. Ha previsto, nel suo studio, un possibile passaggio graduale dal modello capitalista a quello buddista? 

Sì, certo. Nel mio libro indico esattamente otto passaggi: quattro riguardano il paese, due l’economia e due le persone. Per un paese ricco, diciamo tra quelli che fanno parte dell’Ocse, l’importante è concentrarsi sulla qualità della vita di ciascun individuo e superare l’idea di consumismo per sviluppare un maggior senso di felicità umana. La nostra prospettiva, come economisti buddisti, è quella di spostare l’attenzione del mercato dalla produzione di maggior introito alla creazione di una vita più significativa e rispettosa della natura. In un’economia buddista la “pratica della compassione per raggiungere la felicità” prende il posto del “più hai, meglio stai” e “il benessere di ciascuno dipende dal benessere degli altri” sostituisce l’idea di “massimizzazione dei profitti”.

Qual è, secondo lei, la motivazione profonda che dovrebbe spingerci a un tale cambio di prospettiva?

Il fatto che, lo ammettiamo o no, siamo tutti esseri insoddisfatti, alla ricerca di un senso della vita più profondo di quello fornitoci dal possesso di beni materiali. Sono convinta che il desiderio di molti sia quello di liberarsi dalla schiavitù dell’accumulo per gioire invece delle relazioni e delle esperienze che ci rendono felici. Inoltre, credo che la maggioranza di noi voglia dare in eredità alle generazioni future un pianeta sano.

Allora speriamo di incontrarla presto per l’uscita dell’edizione italiana del suo libro. Conosce il nostro paese? 

L’Italia è un paese incredibile, ho passato da voi due estati e ho studiato i progressi che stanno facendo anche i vostri economisti. Sfortunatamente non parlo italiano e quindi presentare il mio libro nel vostro paese sarà per me una bella sfida. Ma non è certo la prima, e non vedo l’ora di affrontarla.

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Autore
Laurea in Inglese e Russo, più un diploma di recitazione del Centro Sperimentale di Cinematografia. Voleva fare l’attrice, ma poi ci ha ripensato ed è entrata in Rai come programmista regista, nella Raitre di Angelo Guglielmi. Ha vissuto a Mosca quando era ancora Urss, ci torna nel 1991 per lavorare nell’ufficio di corrispondenza estera del Messaggero. Fa la traduttrice, ma poi inizia a scrivere. Torna a Roma ed entra nella redazione del settimanale, poi quotidiano, Liberazione. Ci resterà fino alla chiusura del giornale, nel 2012, lavorando principalmente per le pagine culturali. Nel 1995 diventa critico cinematografico e televisivo del suo giornale. Dal 2012 scrive di cinema per il sito online “Articolo 21” e insegna inglese e italiano. Sta scrivendo il suo primo libro, un memoir sugli anni Settanta. Se qualcuno, per caso, le dovesse chiedere cosa vuole fare da grande (cioè ora o mai più), risponderebbe: voglio fare Natalia Aspesi.
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