Enrica Gnoni

L’IA è come la lavatrice. Col fatto che accelera i tempi e ci priva della fatica, finiamo per usarla al di sopra delle necessità. Alla faccia del tempo risparmiato.

Articolo Ai free

 

Premessa numero 1

Non sono contro l’intelligenza artificiale, anche perché non servirebbe a nulla, e sarebbe una posizione assurda e insensata.

 

Premessa numero 2

Si, uso anche io l’intelligenza artificiale e ho la sensazione latente del “ma come facevo, prima?”.

 

Premessa numero 3

Sì, ho letto l’Enciclica di Papa Leone XIV, ma resto umile.

 

Qualche giorno fa mi sono trovata a chiacchierare con una persona che la usa molto più di me per lavoro e che io definivo AI Enthusiast, per prenderla in giro. Su Linkedin è uno dei job tag ultimamente più in voga (in effetti non è un job title e non saprei come altro definirlo). Parlavamo di IA, di potenzialità e di tempo risparmiato: è lì che ho pensato alla lavatrice.

La lavatrice è una delle invenzioni che più di altre ha cambiato la vita delle persone, soprattutto delle donne. Aveva promesso libertà e emancipazione dal lavoro manuale, efficienza, risparmio di tempo da poter dedicare a “cose più importanti”. Eppure Peccato, di tutto il tempo libero regalato dal misericordioso elettrodomestico, nessuno di noi ha traccia. In casa mia siamo in 4 e a volte, a giudicare dai panni stesi, sembrerebbe viverci una famiglia di 12 o 13. Parliamo di una media di dieci lavaggi a settimana, altro che tempo risparmiato.

Perché? Perché una volta evitato l’attrito della fatica fisica e del lavoro di gomito, abbiamo alzato gli standard di igiene e giù a lavare vestiti indossati magari qualche ora appena. Stessa cosa per l’aspirapolvere o i robot lavapavimenti: visto che lo fa lui, laviamo il doppio delle volte, quando va bene, e il tutto con uno spreco di energia e detersivi non indifferente.

Entropia.

Tempo fa, non ricordo dove, ho letto un libro che citava questa dinamica e la spiegava molto meglio di me.

Io sono sicura che con l’intelligenza artificiale succederà la stessa cosa per la maggioranza delle persone e delle aziende: siccome sviluppa software e crea velocemente, produrremo una valanga di codice inutile, di cui potevamo serenamente fare a meno, e lo faremo solo perché è facile e poco costoso (per adesso).

Non devo più pagare un programmatore, faccio da solo. Abbiamo eliminato l’attrito: niente ricerca di personale, tra l’altro caro e difficile da reperire e valutare, niente analisi, niente tempi di sviluppo, niente debug. Tutto facile, così ce la raccontano.

Basta scrollare i feed sui social, Linkedin maestro in questo, per rendersene conto: su 10 contenuti – che siano video, immagini, testi – 9 sono fatti con IA. Proliferano start-up AI-based che offrono servizi in abbonamento a pochi euro al mese.

Nel 1995 usciva La fine del Lavoro, libro di Jeremy Rifkin tra le monografie del mio esame di Filosofia Morale: era sembrata una profezia fosca e lontana, distopica diremmo oggi. Ci siamo? Davvero il lavoro fisico non esisterà più se non in minima parte, forse in qualche laboratorio artigianale? O saremo in grado di bilanciare uomo e tecnica?

Almeno parlarne sarebbe utile, entrarci dentro, provare a capire cosa succede piuttosto che gridare, solo allarmati e senza troppo interesse, che ci stanno rubando il lavoro.

 

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