Un prestigiatore all'opera: parente stretto di chi promette di risolvere qualunque problema con facilità.

Scelte difficili per vite facili

L'equazione è semplice: scelte difficili, vite facili; non viceversa. Scopriamo perché diffidare dei guru che promettono di risolvere ogni problema con poco

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Siamo bombardati da tecniche, consigli, guide definitive. Viviamo sotto un fuoco costante di guru, persone che ti dicono cosa sia assolutamente necessario fare, e fate, persone e idee che ti propongono un percorso facile e sempre con un lieto fine. La maggior parte delle volte, anche ad ascoltare e obbedire ossequiosamente, i risultati non arriveranno e il finale sarà un futuro ancora più problematico. In altri casi i risultati potrebbero invece arrivare, ma il costo sarà quello di perdere la propria individualità e vivere una vita priva di senso. Quello che fate e guru non dicono, quando vendono i loro manuali e i loro corsi in location mozzafiato, è che il successo non è raggiungere qualcosa applicando regole stereotipate ma conquistare il proprio futuro in linea con il proprio potenziale, i propri valori, le proprie abitudini.

Cacicchi, guru e fate

Nel 1820 dalle Americhe arrivò a Londra Sua Altezza Serenissima Gregor I, Sovrano e Cacicco dello stato di Poyais, un paese al di là dell’oceano, pieno di ogni ricchezza e opportunità. Il Poyais era un paradiso dove, in un’atmosfera di perenne estate, la terra era così fertile da soddisfare con poco lavoro tutti i bisogni dell’uomo. Dalle maestose montagne, rivestite di foreste di sequoie, cedri e mogano, i fiumi nobili scendevano al mare su sabbie d’oro vergine. C’era anche oro in quelle montagne – brillanti affioranti da cui ogni uomo poteva ricavare una fortuna – e pietre preziose potevano essere raccolte come ghiaia dalle colline.

Le persone erano stremate dalle recenti guerre, e quel racconto sembrava rispondere a ogni genere di preghiera. D’altra parte, “erano giorni di cartografia imperfetta e c’era spazio per un centinaio di utopie tra gli spazi vuoti delle mappe. Dato che per fare una traversata transatlantica ci volevano settimane, a volte mesi, era spesso difficile verificare l’accuratezza dei racconti di viaggio inverosimili”.

In poco tempo la storia di diffuse a macchia d’olio e iniziò a “costare”: furono stampati libri e opuscoli, aperti uffici per la vendita dei terreni. Un ettaro di terra veniva venduto a 4 scellini. Furono tantissimi a vendere i propri possedimenti, le proprie attività commerciali, e a investire nel Poyais; quello che rimaneva del loro denaro veniva convertito con banconote pagabili alla Bank of Poyais, che erano state appositamente stampate a Edimburgo. Tra il 1822 e il 1823 oltre 250 persone si imbarcarono verso il Poyais, dove chiaramente non le aspettava nulla se non una cocente beffa – e la disperazione.

La storia del Cacicco del Poyais racconta bene una questione che ancora oggi si ripete: la tendenza, soprattutto nei momenti difficili, a credere alle fate e ai guru; a dimenticarsi che ciò che non costa fatica non produce risultati. La storia del Cacicco del Poyais è una storia che ancora oggi si ripete, sotto forme diverse e nuove, veicolate dai social e impreziosite da effetti speciali e colpi di Photoshop. Una storia vecchia raccontata in modo nuovo, ma con lo stesso finale: guru senza scrupoli che si arricchiscono, fate che seducono con storie felici, persone che finiscono nella disperazione e nell’irrilevanza.

Le zavorre per un futuro concreto

Se racconti che è facile, vendi. Se credi che sia facile, compri e diventi la vittima. Il meccanismo si basa ancora su questi due punti, e altre complicazioni e fattori che sono humus per i venditori di olio di serpente, i cacicchi e i guru. Le chiamo “zavorre” perché rendono perfettamente l’idea.

La zavorra della facilità. Le persone tendono a massimizzare i propri vantaggi quando si palesa la possibilità di realizzare tanto a poco prezzo: è come se si disattivasse la capacità critica. Quando ci si rende conto che non era vero ci si ritrova con meno soldi, e in ritardo sul proprio cammino. La zavorra della facilità non genera azione, non genera risultati. 

La zavorra del lieto fine (magico). “Segui la tua passione”, “domani andrà meglio”, “Michael Jordan ha sbagliato 9000 tiri”, “il bene ritorna”. Sono solo alcune delle frasi e promesse che distolgono le persone dal creare un progetto futuro. Storie vendute a caro prezzo che per un breve periodo di tempo fanno sentire meglio le persone, ma presto o tardi le porteranno fuori da ogni gioco, nell’irrilevanza. 

La zavorra del perché. Indugiare nel perché non genera l’azione (per quanto in una prima fase sia utile). Sottovalutare e dedicare poco o nessun tempo al cosa e al come è un errore che si paga a caro prezzo. La letteratura e gli stimoli che abbiamo intorno, specie oggi, nell’era digitale, non sono equilibrate. Anzi. Tanto perché, qualcosina del cosa, quasi niente sul come. Il fatto che Start with why di Simon Sinek abbia tanto successo è sintomatico. C’è molto di vero, ma quando oltrepassiamo un ragionevole livello di attenzione sul perché e continuiamo a parlarne come se fosse l’unica cosa su cui concentrarsi tendiamo a perdere concretezza, tendiamo a perdere il cosa e il come che invece sono determinanti per la riuscita del nostro piano. Una vita significativa, come diceva Victor Frankl, è invece “una vita ricca di compiti; dove il compito è un appello alla nostra capacità di rispondere a un problema nella convinzione di poterlo risolvere”.

Come creare un progetto futuro: da dove partire

La mia esperienza mi dice che a scelte difficili corrispondono vite facili; a scelte facili, vite difficili. Non chiedo a nessuno di crederci, ma chiedo a tutti di testare e avere un atteggiamento critico verso le ricette che promettono facilità e semplicità, non foss’altro che questo meccanismo è il primo che viene insegnato in qualunque corso di vendita.

Suggerisco dunque di rovesciare la storia che guru e fate ci raccontano e di iniziare ad accettare le difficoltà, la fatica, gli imprevisti. Anzi, di partire necessariamente da qui. 

Introdotto il fattoreostacoli”, diventa più chiaro come costruire il nostro futuro. Si tratta quasi sempre di superare gli ostacoli: chi li conosce, e chi li conosce prima che si presentino, ha buone possibilità di riuscire. Una tecnica efficace è innanzitutto comprendere quali degli ostacoli e imprevisti sono in nostro controllo e quali no.

Diceva Epitteto nell’Enchiridion: “Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione e, in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche, e in una parola tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri”.

Massimo Pigliucci, filosofo e autore di Come essere stoici, lo spiega bene anche in relazione a un contesto concreto e lavorativo. 

Poniamo che vogliate chiedere una promozione sul lavoro e che pensiate di poterla ottenere in considerazione degli anni in cui avete lavorato in azienda, delle vostre ottime prestazioni e dei buoni rapporti che intrattenete con i colleghi e il capo. Ammettiamo che domani sia il giorno in cui scoprirete se avete ottenuto o meno la promozione. Adottare un approccio stoico vi consentirà di dormire serenamente questa notte e di essere pronti domani mattina ad affrontare qualsiasi risultato, con un atteggiamento non rassegnato ma fiducioso. La vostra fiducia non dipenderà però dal risultato, perché quello non è in vostro potere. Esso è infatti il prodotto di troppe variabili, non ultime le politiche aziendali, la simpatia (o l’antipatia) che il vostro capo prova nei vostri riguardi e l’eventuale presenza di altri colleghi in corsa per lo stesso posto. Dovrete invece essere sicuri di voi stessi, perché saprete di avere fatto tutto ciò che era in vostro potere, perché solo e soltanto questo potete controllare. L’universo non si piega ai vostri desideri, ma fa quello che deve; il vostro capo, i colleghi, gli azionisti dell’azienda, i clienti e moltissimi altri fattori fanno parte dell’universo: perché mai dovrebbero essere al vostro servizio?

Un altro esempio potrebbe essere la ricerca di un lavoro. Anche qui ci sono cose che non possiamo controllare: le politiche di assunzione dell’azienda, le scelte personali del recruiter, il livello dei candidati. Che cosa possiamo controllare, invece? La nostra preparazione sulla materia, la preparazione sull’azienda che andiamo a incontrare, la puntualità e il modo di presentarci. Così come possiamo aumentare le probabilità a nostro favore se aumentiamo i colloqui ai quali ci presentiamo. 

Ammettere che il risultato non dipende spesso da noi non significa rassegnarsi: significa invece fare il massimo in ciò che possiamo perché un determinato evento si verifichi.

La tecnica pre mortem

La tecnica pre mortem, immaginare la morte e gli eventi peggiori che potrebbero verificarsi, può spaventare ma è molto peggio morire, fallire e finire nell’irrilevanza.

Così scrive Gary Klein della Harvard Business Review:

La pre-mortem è l’ipotesi opposta della post-mortem. Una post-mortem, in un contesto medico, permette ai professionisti della sanità, e alla famiglia, di apprendere cosa ha causato la morte di un paziente. Tutti ne beneficiano, tranne naturalmente il paziente. Una pre-mortem in un contesto di business, si fa all’inizio di un progetto, piuttosto che alla fine, in modo che il progetto possa essere migliorato anziché sottoposto a un’autopsia. A differenza di una tipica sessione di analisi critica, in cui i membri del team di progetto si chiedono cosa potrebbe andare storto, la pre-mortem opera sul presupposto che il “paziente” sia già morto, e ci si chiede quindi cos’è che è andato storto. Il compito dei membri del team è quello di produrre delle ragioni plausibili per il fallimento del progetto.

(…) Cominciate con il vostro team che immagina che il cliente (o la cliente) abbia completato il suo percorso di acquisto, e che non abbia acquistato affatto, o non abbia acquistato quello che vendete (in favore di una soluzione alternativa), o che abbia acquistato da un concorrente. Ora domandatevi: Cos’è che, andando storto, ha portato a questi risultati? Le vostre intuizioni sui cattivi risultati più probabili e sulle cause più probabili saranno più perspicaci di quanto immaginate.

Questo processo darà il permesso ai membri del vostro team di esprimere dubbi o paure, sull’interazione del vostro marchio con i clienti, che altrimenti potrebbero non sentirsi di esprimere.

Anche se Gary Klein, nelle righe qui sopra, parla di team e contesti aziendali, la tecnica pre mortem è applicabile ed efficace anche quando si tratta di noi e dei nostri progetti personali.

Cronostesia: Il miglior consigliere, il miglior alleato e il peggior nemico del tuo futuro

Esiste un intero campo di studio sul viaggio mentale nel tempo e i suoi benefici nel processo decisionale. Il neuroscienziato Endel Tulving, professore di psicologia all’Università di Toronto, ha aperto la strada all’analisi e alla ricerca sulla cronostesia, un termine che indica il viaggiare con la mente nel tempo attraverso la capacità di essere consapevoli del nostro passato o del nostro futuro.

Nel creare un progetto futuro, ognuno di noi è al tempo stesso il miglior consigliere, il miglior alleato o il peggior nemico. È utile chiedersi ogni volta: “Il mio sé futuro sarà contento di quello che ho scelto di fare oggi?”. Perché il sé del futuro vivrà la vita che hai scelto di vivere oggi

Scelte difficili, vite facili. Scelte facili, vite difficili. Forse può fallire nel breve periodo, ma non sbaglia mai nel lungo periodo. Ci sono sicuramente momenti in cui le cicale sembrano più furbe delle formiche, ma mai durante l’inverno.

Quello che serve è dunque agire nel presente in modo veloce e concreto, produttivo, anche se sarà spesso difficile. Perché sai che stai costruendo il tuo futuro e il tuo sé futuro ne sarà ben lieto. 

Detto questo, c’è solo da andare avanti e lavorare per creare ognuno la propria Grande Differenza. Quel che serve, mentre lo si fa, è applicare La Grande Indifferenza: focus, impegno e orecchie da mercante a fate, guru e qualsiasi consiglio e critica di chi, come direbbe Taleb, “non ha la pelle in gioco”. 

Ciascuno è il solo direttore marketing e il padre spirituale della propria vita e del proprio futuro, e chiunque abdichi a questi ruoli abdica alla propria esistenza, consegnandosi all’irrilevanza.

Manager e scrittore. Nato nel 1964 a Bassano del Grappa (Vi), dopo la laurea in Economia presso l’Università di Cà Foscari incontra alcune grandi aziende, tra cui Adidas e Diesel. Attualmente è consulente di Direzione del Gruppo OTB per le strategie di Employer Branding. Tra i suoi successi editoriali, "Dovresti tornare a guidare il camion Elvis" (Ed. FrancoAngeli). [ Guarda tutti gli articoli ]

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