RIVISTA | Lavorare su se stessi [Vers. cartacea] giugno – settembre 2026

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Lavorare su se stessi. giugno – settembre 2026

Il lavoro è pieno di preconcetti, radicati nella realtà o campati per aria. Sono abitudini, vecchie idee che non trovano più casa, o che si sono messe comode nella coscienza comune. Sono miti e paure, che a volte confortano, e altre tolgono il sonno: paura di restare fermi e paura di cambiare; il mito del posto fisso e quello dell’IA, e tanti altri che, nel bene o nel male, continuano a condizionare la nostra visione del mondo.

Abbiamo scelto di guardare a fondo in quanto c’è di vero nei nostri pregiudizi professionali, in un’epoca in cui il lavoro non è mai stato più doloroso. Per svegliarci – o per continuare a sognare. Per non raccontarci più leggende esauste, e forse per trovarne di nuove.

In questo numero:

Editoriale: Lavorarsi stanca – di Stefania Zolotti

Controeditoriale: Noi, lavori incompiuti – di Sergio Labate

Intervista ad Andrea Loreni – di Lara Mariani

Federico Faggin: «Nessuno venga a dirmi che l’IA ha una coscienza» – intervista a Federico Faggin di Stefania Zolotti

Reportage: Emozioni & Lavoro, una questione sociale – di Lara Mariani e Marco Alberio

Assistenti sessuali: un mestiere, non il mestiere – di Giulia Favetti

Looksmaxxer e proteine: che fatica questa performance – di David Ruffini

Avvocati, ingegneri? No grazie: genitori che sognano figli streamer – di David Ruffini

Si salvi chi coach – di Barbara Benini

È docente, ma non si applica – di Cristina Maccarrone

Il lavoro su se stessi è autosfruttamento – di Andrea Laudadio

Il lavoro sulle aziende – contributi di Aldo Gay, Alessandro Camilleri, Luca Cianci, Maria Grazia Pagliuca, Stefania Marinelli, Fabio Esposito, Roberto Sorrentino

Franco Thedy e birra Menabrea, il tempo investito non si disperde – di Stefania Zolotti

La formazione senza forma – di Osvaldo Danzi

Calboni, è lei? – di Riccardo Maggiolo

Traduci 104 – di Claudia Schergna

Sindrome Italia, mal di cura – di Romina Vinci

Dica dove fa male, dottore – di Claudia Spadoni

L’età d’oro del vittimismo – intervista di Carlo Fraschetti a Pietro Vereni

Giacomo Zani, Mica Macho: «Nessuno di noi sa cosa significhi essere uomo» – intervista di Francesco Castagna a Giacomo Zani

Simona Lanzoni, Pangea ONLUS: «Donne, nessuna è immune alla tossicità» – intervista di Francesco Castagna a Simona Lanzoni

Guardiamo (al) bene – di Luca Cianci

Il lavoro sul set da Venezia a Cannes – di Francesca Druidi e Redazione SF

Storie senza filtro alcuno – di Claudia Spadoni

 

 

 

 

In copertina: il funambolo Andrea Loreni sospeso tra i grattacieli di Milano

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RIVISTA | Miti e paure del lavoro [Vers. cartacea] maggio – agosto 2025

Miti e paure del lavoro – maggio 2025

Il lavoro è pieno di preconcetti, radicati nella realtà o campati per aria. Sono abitudini, vecchie idee che non trovano più casa, o che si sono messe comode nella coscienza comune. Sono miti e paure, che a volte confortano, e altre tolgono il sonno: paura di restare fermi e paura di cambiare; il mito del posto fisso e quello dell’IA, e tanti altri che, nel bene o nel male, continuano a condizionare la nostra visione del mondo.

Abbiamo scelto di guardare a fondo in quanto c’è di vero nei nostri pregiudizi professionali, in un’epoca in cui il lavoro non è mai stato più doloroso. Per svegliarci – o per continuare a sognare. Per non raccontarci più leggende esauste, e forse per trovarne di nuove.

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RIVISTA | Italia che vieni, Italia che vai [Vers. cartacea] febbraio – aprile 2025

Italia che vieni, Italia che vai – Marzo 2025

C’è un’Italia che viene, è già qui, sta cambiando: quella degli stranieri e degli extracomunitari, che partono senza valigia e lasciano indietro studi, affetti, origini. Quelli che dicevamo di voler aiutare a casa loro e che sono finiti a salvarci nella nostra; che temevamo ci rubassero il lavoro, e che invece ci hanno custodito i mestieri. L’emergenza non sono mai stati loro: siamo noi.

Perché c’è un’Italia che va, guadagna, fa figli: quella che cresce oltreconfine, con circa sei milioni di expat ufficiali. Siamo ancora un Paese di migranti, di giovani e pensionati che, partendo, si riscattano del peccato originale di chi rimane; migranti di lusso, che fanno la fortuna di altri Stati e scelgono di non tornare, perché hanno portato la vita dove li ha portati il lavoro.

L’Italia che siamo è tutto quello che resta: in questo numero ne tracciamo i confini.

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