Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

La rivoluzione delle macchine è già iniziata

Se gli Stati Uniti sono la frontiera a cui guardare, dottori e commercialisti inizino a tremare
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Una letteratura sempre più ricca vuole esplorare le opportunità aperte dalla rivoluzione digitale – dalla robotica all’internet delle cose – mentre il New York Times svela condizioni di sfruttamento ben più tradizionali in un colosso della new economy come Amazon. In bilico fra Silicon Valley e rivoluzione industriale, che futuro ci aspetta?

La legge di Moore

Se la crisi finanziaria del 2007 ha causato una stallo nell’attività economica, la stagnazione non riguarda certo il progresso tecnologico. E’ facile dimenticare che quando Lehman Brothers andò in bancarotta non esistevano ancora iPhone o iPad e Facebook aveva a malapena 100 milioni di utenti, mentre ne conta oggi 1,3 miliardi e ha rivoluzionato le interazioni sociali e il mondo della pubblicità.

Fin qui nulla di nuovo, la legge di Moore parla del raddoppio della capacità dei processori ogni 18 mesi. Nel 2006 con $500 si poteva acquistare una Sony Playstation con la stessa potenza di computazione del famoso ASCI Red, sviluppato solo dieci anni prima dal governo americano al costo di $55 milioni per simulare test nucleari. E, ancora, nei prossimi ventiquattro mesi il pianeta aggiungerà più potere di computazione che in tutta la storia precedente.

E il lavoro?

Nel 2011 la IBM ha costruito un computer – Watson – in grado di battere al quiz televisivo Jeopardy i vincitori (umani) del programma. Jennings, l’ex campione, si è definito il primo lavoratore intellettuale messo fuori mercato da un computer. Due anni dopo, nel 2013, vediamo Watson in un numero crescente di ospedali americani, costantemente aggiornato di tutta la conoscenza medica e utilizzato come ausilio per dottori e infermieri riducendo il tempo e quindi le risorse umane necessarie per le diagnosi.

Così come i dottori, a tremare negli States sono tante figure professionali, fra cui i commercialisti di base sempre meno richiesti grazie ai passi da gigante dei software per la dichiarazione dei redditi. Klaus Schwab, maestro delle cerimonie del Forum di Davos, quest’anno ha regalato un libro a tutti i delegati. Ci si trova questo confronto: nel 1990 le tre compagnie più grandi di Detroit avevano una capitalizzazione di $36miliardi, introiti di $250miliardi e 1.2milioni di dipendenti. Nel 2014, le tre compagnie maggiori della Silicon Valley avevano una capitalizzazione ben maggiore (oltre mille miliardi), introiti simili ($247miliardi) e solamente un decimo degli impiegati (137.000).

E’ vero o no che la tecnologia distrugge i posti di lavoro? Secondo i calcoli di Jared Bernstein, consigliere economico di Joe Biden, la risposta è bifronte. Storicamente no, ma negli ultimi anni sì. Dalla prima rivoluzione industriale fino alla fine degli anni Novanta, a un aumento di produttività è corrisposto un aumento del lavoro, ossia la creazione di nuovi impieghi superava la distruzione dei vecchi. Negli ultimi quindici anni, invece, la correlazione si è invertita. Di cosa dovremmo fidarci, degli ultimi due secoli di rivoluzione industriale o dei primi quindici anni della “nuova rivoluzione delle macchine”?

The winner takes it all

Se non esiste risposta certa, è utile avere chiari alcuni parametri per farsi una prima idea.

La rivoluzione delle macchine avvicina il costo marginale allo zero. Il che significa che produrre esemplari multipli di un prodotto diventa meno impegnativo. L’esempio più semplice sono i contenuti digitali – il costo marginale della moltiplicazione di un album di musica è quasi zero, al punto che le major spendono cifre da capogiro per convincere i governi a stringere le maglie del copyright e creare una finta scarsità. Ma secondo molti, Jeremy Rifkin per primo, un discorso simile vale anche per le produzioni materiali, nel momento in cui la robotizzazione, la stampa 3D e l’internet delle cose renderanno molto più agevole la moltiplicazione di beni fisici.

La seconda grande differenza della nuova economia è sintetizzata da una famosa canzone degli Abba: the winner takes it all. Nella produzione tradizionale una pluralità di fabbriche potevano competersi la produzione, ad esempio, di bicchieri. Non solamente i top players, ma anche le filiere produttive “di seconda classe” potevano giocarsela: per motivi logistici e di capacità (se i bicchieri migliori erano prodotti in Danimarca, non è detto che la rete distributiva fosse arrivata in Corea e comunque lo avrebbe fatto a costi elevati) e di informazione (non c’era maniera di comparare facilmente tutti i bicchieri e ordinare il migliore). Questo paradigma cambia completamente con il digitale. Chi vorrebbe usare qualcosa come Facebook ma un filo meno performante? O perché usare un software di seconda categoria per fare ricerche online, per ascoltare musica, per ordinare una pizza o dei libri? E quindi il dominio pressoché planetario – unica eccezione la Cina, grazie al protezionismo tecnologico – di pochi brand, perlopiù statunitensi.

L’impatto sul lavoro? Moltiplicare i beni non significa più moltiplicare le linee di produzione. Un nuovo mercato digitale tende al monopolio e offre poche opportunità a chi arriva secondo (basti pensare all’ecosistema tanto decantato quanto ininfluente delle “start-up” italiane o perfino europee). Gli introiti si accumulano nelle mani di pochi, ed ecco che la presenza dei grandi della Silicon Valley supera quella dei grandi banchieri: l’1% negli ultimi dieci anni ha captato il 65% dell’aumento della ricchezza negli Stati Uniti.

La scommessa

Il cambiamento tecnologico è sempre stato disruptive, dirompente. Uno scenario simile di tendenza al monopolio e accentramento della ricchezza nelle mani di pochi era la normalità nella grande ondata di industrializzazione a cavallo fra l’Ottocento e il primo Novecento. La risposta è stata l’invenzione di nuove regolamentazioni dei mercati (primo fra tutti l’antitrust) e di un nuovo contratto sociale – tassazione progressiva, democrazia rappresentativa, sindacati, prime strutture di welfare.

La scommessa oggi non è da meno. E non è una coincidenza che parole come reddito di cittadinanza e redistribuzione della ricchezza siano diventate mainstream negli Stati Uniti – dalla Silicon Valley fino alla campagna di Bernie Sanders – così come fanno la loro comparsa in incontri di elite quali il forum di Davos.

A fronte di una trasformazione epocale delle strutture produttive del capitalismo dobbiamo essere in grado di anticipare a livello di policy i cambiamenti del mercato del lavoro e della circolazione della ricchezza e della produttività. E ridefinire un contratto sociale adatto all’era delle macchine.

 

(Photo credits: www.robotfutures.com. Immagine del computer IBM “Watson” capace di battere i concorrenti umani)

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Autore
Ha fondato e attualmente dirige European Alternatives, organizzazione transnazionale attiva in tutta Europa. È Presidente della European Media Initiative e presentatore del talk-show politico per il web TalkReal. Precedentemente ha lavorato nell’editoria a Londra, dove ha fondato il trimestrale culturale Naked Punch. Collabora con giornali e riviste europee quali elDiario, openDemocracy, Huffington Post, il Manifesto. Se il centro del lavoro è l’Europa, rimane un appassionato di cultura e filosofia cinese.
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