Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Figli d’arte o figli di papà?

In un paese zavorrato dall'immobilismo sociale, gli ordini professionali rischiano di diventare una roccaforte di interessi e privilegi. Urge una riforma per modernizzare il sistema.
Figli d'arte o figli di papà?
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“Letargo esistenziale collettivo”: sono le parole con cui l’ultimo Rapporto Censis ha descritto la condizione sociale del nostro Paese. L’immagine è quella di una Italia ripiegata, dove la mobilità sociale che aveva fatto le fortune di tanti italiani tra gli anni Settanta e Novanta si è definitivamente arenata.

Sarebbe tuttavia troppo facile attribuire le responsabilità di questa situazione solo alla lunga recessione economica. Lo conferma un dato, che più di altri merita qualche riflessione: oggi chi accede al mercato del lavoro ha il 40% di probabilità di esercitare la medesima professione dei propri genitori, una percentuale che sale, come ha dimostrato un recente studio della Banca d’Italia, laddove mamma e papà appartengono ad un ordine professionale. Una autentica paralisi, in barba al mito dell’ascensore sociale.

Gli ordini professionali: guai a chi li tocca

Retaggio storico delle corporazioni di età medievale, istituiti nella loro forma moderna in epoca fascista, l’ordinamento italiano riconosce 19 ordini (tra i più numerosi medici, architetti, ingegneri, avvocati e farmacisti) e 8 collegi professionali (tra cui geometri, periti, infermieri): si stima che essi siano rappresentativi di circa due milioni di lavoratori e che movimentino un giro d’affari prudenzialmente quantificato in oltre 200 miliardi di euro all’anno, il 15% del Pil.

Forti di un’efficace attività di lobbying tra gli scranni del Parlamento (quella degli ordini è storicamente tra le riforme più osteggiate), queste organizzazioni finiscono periodicamente sul banco degli imputati come uno dei tanti mali del nostro Paese. Da più di un decennio si discute della loro liberalizzazione: ci aveva provato (con buoni esiti) Bersani nel 2006 con la prima “lenzuolata”, ha fatto lo stesso (ma senza riuscirci) Monti nel 2011, ci ha riprovato anche Renzi nel 2015 con il D.L. Concorrenza.
Ma ancora una volta con risultati spuntati dai vari passaggi nelle Commissioni ed effetti economici significativamente depotenziati. Un esempio: nonostante il suo inserimento nelle bozze provvisorie del provvedimento, è stata stralciata la norma che prevedeva l’apertura a favore di parafarmacie e corner della GDO della vendita al pubblico dei farmaci di fascia C (quelli con ricetta medica, per intendersi), che dunque restano in regime di esclusiva alle farmacie tradizionali.

Ma andiamo con ordine e proviamo a mettere sul piatto della bilancia pro e contro dell’assetto attuale. Prima di tutto i benefici: gli ordini professionali esercitano una funzione di controllo e garanzia sulle competenze dei propri iscritti (si legga esame di stato), vigilano sulla qualità delle prestazioni dei professionisti ed erogano la formazione. Posti in questi termini, i vantaggi sono non difficilmente contestabili: fatti di cronaca e procedimenti giudiziari dimostrano che l’iscrizione ad un ordine non è automaticamente sinonimo di adeguatezza dell’offerta.

Non meno rilevanti sono le questioni negative: un sistema tendenzialmente chiuso e autoreferenziale rischia di diventare una roccaforte posta a difesa di privilegi, interessi e rendite di posizione acquisiti. Almeno quattro sono gli svantaggi. Primo: si frena la modernizzazione delle professioni medesime (è sempre utile ricordare che la tecnologia arriva dove le liberalizzazioni imposte dall’alto hanno fallito: stiamo parlando di un albo e non di un ordine professionale, ma la vicenda Uber-tassisti è da questo punto di vista esemplificativa).

Secondo: si riduce la competizione (le barriere all’ingresso penalizzano i consumatori finali in termini di prezzo e qualità della prestazione). Terzo: si danneggiano i giovani (tra esame di stato, corsi di specializzazione e praticantato l’accesso al mercato del lavoro e l’approdo all’indipendenza economica delle nuove generazioni continua ad essere colpevolmente rimandato). Quarto: gli ordini sono gestiti da chi esercita la professione e interi manuali di economia spiegano che in situazioni di questo tipo non vi è alcun incentivo a promuovere chi, essendo potenzialmente più bravo, può rappresentare un rischio per la propria posizione dominante (una sorta di selezione avversa).

Riformare il sistema: un’anomalia tutta italiana

A chiederci una riforma incisiva degli ordini professionali è l’Europa ma non è questo il punto. Anche perché in Europa (Francia, Germania, Spagna) vige un sistema di regolamentazione simile al nostro, con la sola differenza che il numero delle categorie è di gran lunga inferiore. Un intervento è stato invocato di recente anche dall’Antitrust, che ha auspicato una svolta in senso pro concorrenziale dei servizi professionali.

Se ne potrebbe uscire soltanto con il coraggio di innovare. Un primo passo, facilmente attuabile anche nell’immediato, potrebbe consistere nel semplificare ed uniformare la regolamentazione, definendo uno statuto quadro per tutti gli ordini professionali.

La vera soluzione sarebbe però sopprimere una volta per tutte gli ordini professionali o almeno renderne facoltativa l’iscrizione. Funziona già così in alcuni Paesi: in Gran Bretagna, ad esempio, per gli avvocati esistono le Law Society, associazioni di categoria che svolgono un ruolo che sta a metà tra l’ordinistico ed il sindacale e che presentano criteri di accesso più restrittivi rispetto ai nostri.

Negli Stati Uniti per l’esercizio della professione legale occorre superare un esame di Stato ma non necessariamente bisogna essere iscritti alla Bar Association. Sarà il mercato a selezionare e premiare il migliore professionista. Via anche i tariffari: basterebbe un’ indicazione media, rispetto alla quale ciascun professionista potrebbe legittimamente posizionarsi sopra, sotto o in linea, come avviene in ogni mercato trasparente e realmente aperto alla concorrenza. Ne trarrebbero giovamento sia i professionisti che i consumatori.

Tra i primi ad avere teorizzato la liberalizzazione delle professioni fu Luigi Einaudi. Era il 1955. Titolo del volume? Prediche inutili.

 

(Credits Photo: dailymail.co.uk)

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Autore
Economista, lavora dal 2010 in REF Ricerche dove si occupa di analisi microeconomica dei mercati e di consumi delle famiglie. Laureato in Economia presso l'Università degli studi di Torino, ha conseguito il Master in Marketing e Comunicazione digitale della 24ore Business School. Giornalista pubblicista, scrive per Il Sole24ore ed è autore della rubrica Itinerari per la rivista InStore. E' direttore scientifico dei Dialoghi Eula, festival sulla buona politica che ha ideato nel 2014. Tecno-dipendente e libro-dipendente.
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