Quindicinale, Numero 56 - 15 novembre 2017

Venti dell’Est sulla competizione dei liberi professionisti

La concorrenza di Asia e Balcani ci interroga sul futuro delle professioni. L'Europa l'unica salvezza
bandiere dell'est europa
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L’erba del vicino è sempre più verde

Nel corso degli ultimi vent’anni si è assistito a una diffusione dell’outsourcing di servizi professionali nella direzione delle economie emergenti: le organizzazioni più competitive hanno finito per esternalizzare sempre più frequentemente alcune delle funzioni di staff orizzontali (human resources, information technology, customer care, finance & accounting) con l’intento di rendere più efficienti i processi aziendali e rifocalizzare le competenze interne sul core business. Il progresso economico e tecnologico ha favorito lo spostamento dei fattori produttivi verso la Cina, l’India e i Paesi dell’Europa orientale e la crescente scolarizzazione di quelle popolazioni ha sostenuto lo sviluppo di competenze altamente specializzate.

Secondo le più recenti statistiche disponibili, il fenomeno ha assunto dimensioni non trascurabili a livello globale, anche se l’Italia continua a rimanere indietro nel confronto con i principali Paesi europei: Eurostat certifica che il 45% delle imprese con sede nel nostro Paese si avvale con qualche regolarità di fornitori non italiani per l’approvvigionamento di servizi tecnici, mentre più del 20% si rivolge all’estero per le funzioni di ricerca e sviluppo e per quelle di distribuzione e logistica.

Le imprese, le tariffe, il dumping: indietro tutta?

Nel corso dei tempi più recenti l’innovazione tecnologica ha aperto le frontiere di questo cambiamento anche alle persone fisiche, mettendo in contatto la domanda di servizi professionali con una offerta che sino a qualche anno fa era troppo lontana da raggiungere. Se questo è vero solo in parte per alcune prestazioni come l’attività forense, la tenuta della contabilità, la redazione dei bilanci o delle dichiarazioni, dove la fiducia rappresenta la componente imprescindibile nel rapporto cliente-fornitore, risultano decisamente più impattati i servizi standardizzati e le consulenze a più elevato valore aggiunto.

Gli aneddoti sul “turismo” delle cure dentali in Romania, così come le telefonate dai call center localizzati in Albania o ancora le pratiche di subappalto ai programmatori informatici in Cina, India e Pakistan (il software è per definizione il bene più facilmente delocalizzabile) hanno contributo ad alimentare il dibattito sul funzionamento degli ordini professionali e sugli effetti che la deregulation dei minimi tariffari ha prodotto in termini di “dumping competitivo”.

Avviato con il decreto Bersani nel 2006 e consolidato nel 2012 all’epoca del governo Monti, il processo di liberalizzazione delle professioni ha ormai superato i dieci anni di storia, e non esiste Parlamento nel nostro Paese che non si sia occupato a vario titolo della materia. Anche l’ultima, tormentata legislatura non ha fatto eccezione: la scorsa primavera è stato depositato un disegno di legge che promuove la reintroduzione delle tariffe professionali, dopo che una sentenza di fine 2016 della Corte di Giustizia europea aveva riaffermato la legittimità dei minimi tariffari almeno in ambito comunitario.

Emblematico poi come lo stesso messaggio arrivi da Change.org, la più importante piattaforma al mondo in materia di petizioni, dove migliaia di persone hanno sottoscritto una campagna che propone una revisione degli standard attualmente in vigore in favore di un ritorno al passato.

La crisi degli ordini professionali: S.O.S. Europa

La tesi alla base di queste posizioni è che la deregolamentazione del settore abbia finito per produrre forti effetti distorsivi sul mercato delle prestazioni professionali, dequalificando la categoria, disorientando la committenza circa il reale valore della prestazione e soprattutto scatenando una competizione sul prezzo senza quartiere (e soprattutto senza bandiera: Italia contro resto del mondo).

Per valutare la portata del fenomeno occorre tenere conto delle consistenze e dell’incidenza sul mercato del lavoro: nel nostro Paese si contano poco meno di 400 mila infermieri, 215 mila ingegneri, 200 mila avvocati, 140 mila architetti, 115 mila commercialisti ed esperti contabili, 110 mila giornalisti, solo per citare le categorie professionali più numerose. 19 ordini e 8 collegi che valgono nel complesso oltre 2 milioni di lavoratori, poco meno della metà degli autonomi censiti dall’Istat, che contribuiscono al 15% del Pil nazionale: una peculiarità tutta italiana se si pensa che in Francia e Germania il peso del lavoro indipendente arriva appena al 10% del totale contro il 23% nel nostro Paese.

Eppure, che qualcosa non funzioni a dovere nel sistema di rappresentanza lo dimostrano i dati sulle iscrizioni, in particolare lo conferma il calo che si è registrato tra i più giovani. Se si escludono alcuni “evergreen” del lavoro come medici ed ingegneri, nel corso degli ultimi dieci anni gli albi professionali hanno ceduto qualcosa come il 10%-20% delle nuove iscrizioni, con un conseguente rallentamento del ricambio generazionale e dell’immissione di competenze fresche nel sistema; e non può essere solo responsabilità della passata crisi economica che ha reso meno attraente l’attività in proprio e scoraggiato quanti escono dalla carriera scolastica nell’esercizio della professione.

Anzi. Ciò che ha contraddistinto l’Italia negli ultimi venti anni è stata proprio l’esplosione del numero dei lavoratori parasubordinati, cresciuti costantemente dall’introduzione di fattispecie contrattuali come i co.co.pro, il lavoro a progetto e le partite Iva mono-committenti. La scelta dell’autoimpiego è così diventata per molti sinonimo di precarietà: è in atto da tempo un’inversione di tendenza che in parte capovolge l’immagine tradizionale di categoria privilegiata, spesso benevolmente “favorita” in fatto di evasione fiscale e contributiva al fine di ottenere consenso politico.

Di pro e contro degli ordini si era già scritto sulle pagine di questa testata (si veda qui: avevamo sostenuto la necessità di snellire l’ordinamento, abolendo gli albi o al più rendendone l’iscrizione facoltativa, come avviene in molti altri Paesi). Paradossalmente, una soluzione per rivitalizzare l’intero assetto e limitare gli effetti di quel fenomeno di dumping tra Paesi, di cui si è parlato più sopra, potrebbe chiamarsi proprio Europa: agli ordini nazionali dovrebbe essere attribuito un ruolo di tipo sindacale, mentre le rappresentanze sovranazionali potrebbero occuparsi di garantire l’effettivo accesso alle professioni. La strada è ancora lunga, ma qualcosa si sta muovendo nella giusta direzione: dallo scorso anno, limitatamente ad alcuni lavori, è attiva la tessera professionale europea, uno strumento che intende uniformare le qualifiche professionali tra i Paesi dell’Unione, verificando le conoscenze, le capacità, le qualifiche all’interno di un quadro comune di riferimento.

Non sarà la panacea di tutti i mali, ma l’Asia, forse, fa un po’ meno paura.

Photo Credits © Raimond Spekking / CC BY-SA 4.0 (via Wikimedia Commons)

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Autore
Economista, lavora dal 2010 in REF Ricerche dove si occupa di analisi microeconomica dei mercati e di consumi delle famiglie. Laureato in Economia presso l'Università degli studi di Torino, ha conseguito il Master in Marketing e Comunicazione digitale della 24ore Business School. Giornalista pubblicista, scrive per Il Sole24ore ed è autore della rubrica Itinerari per la rivista InStore. E' direttore scientifico dei Dialoghi Eula, festival sulla buona politica che ha ideato nel 2014. Tecno-dipendente e libro-dipendente.
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