Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Laureati, inseguite il mercato e non solo i sogni

Una generazione che fatica a interfacciarsi con il mondo del lavoro, in bilico tra aziende che hanno cavalcato la precarizzazione e giovani che chiedono di esprimere la propria creatività
Laureati, inseguite il mercato e non solo i sogni
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I dati ISTAT 2016 sull’occupazione fanno registrare un trend positivo. A maggio c’è stato un incremento dello 0,7% nel settore privato. Un dato incoraggiante che però è accompagnato da un fenomeno che fa riflettere: i laureati eccellenti e i giovani specializzati si “adattano” a svolgere i lavori più umili pur di sbarcare il lunario a fine mese.

Oggi è necessario comprendere che inseguire i propri sogni ha un costo sociale ed economico le cui conseguenze si ripercuotono negativamente non solo sulla società, ma anche sull’aspirante lavoratore. “I neolaureati non hanno una vera idea di come presentarsi bene e in modo efficace ad un colloquio di lavorospiega Nicola Giaconi, psicologo del lavoro, direttore di Managerstart e fondatore di Jobs Club Italia, una community che si fonda sul principio che l’unione fa la forza. “Nel passato si è peccato di un eccesso di idealità. Si pensava che svolgere lavori molto umili fosse poco nobile. Abbiamo creato una generazione che crede che tutto sia dovuto. Le aziende non trovano candidati in grado di interfacciarsi con il mondo del lavoro. È giusto che il bisogno debba alimentare una domanda, ma se la domanda non c’è, è necessario cercare un altro lavoro” chiarisce lo psicologo.

A complicare una situazione già precarizzata dalla crisi, vi è quel combinato disposto tra Università, Agenzie del Lavoro, Enti di formazione burocratizzati, Ordini professionali, Associazioni datoriali e Sindacati che alimentano le false speranze dei giovani e il loro futuro incerto. In Italia la produttività si è fermata ormai da trent’anni e gli stipendi si sono abbassati vertiginosamente, tornando ai livelli degli anni Ottanta.

Avere un titolo di studio non è garanzia di un futuro professionale certo. Soprattutto nel settore in cui sono stati compiuti sacrifici per raggiungere il traguardo ambito per poi, svegliarsi, all’indomani della proclamazione di laurea, e scoprire che bisogna rimboccarsi le maniche e “ricominciare da zero”.

Dapprima si opera con discernimento, selezionando i profili che potrebbero interessare e scartando le opzioni che sono ben lontane dalle proprie aspirazioni. Poi si finisce per accettare qualsiasi opportunità di lavoro, anche non incline agli obiettivi prefissati e soprattutto alle proprie inclinazioni.

Le aziende hanno sfruttato troppo le precarizzazioni alimentate dalla crisi e da un mercato ‘drogato’ dai soldi del pubblico” continua Giaconi. “A differenza di altri paesi, come la Svizzera e la Danimarca, in Italia non c’è un sistema di ammortizzatori sociali che funziona. Inoltre, molte lauree sono state create senza un’analisi dei bisogni delle aziende. Oggi, due sono le strade da intraprendere, o i laureati si inseriscono in settori di nicchia che si sviluppano a livello territoriale, oppure devono investire le proprie risorse umane ed economiche all’estero” commenta lo psicologo del lavoro.

I giovani laureati iniziano a cambiare mentalità. I dati estratti dal Rapporto Giovani degli ultimi anni, infatti, rivela che la maggior parte dei ragazzi hanno la percezione che le opportunità lavorative siano scarse o limitate. Secondo i sondaggi, l’80% degli intervistati dichiara di essere disposto a svolgere un lavoro manuale, ma 3 su 4 vorrebbero un’attività che permettesse di esprimere la loro creatività. Esiste, però, un retaggio culturale da cui i ragazzi difficilmente riescono ad uscire: quello di dover sempre e comunque inseguire i propri sogni, anche quando questi siano difficilmente compatibili con il ventaglio dell’offerta professionale.

Tra i profili più richiesti vi è anche quello di saldatore, di operaio specializzato nel settore metalmeccanico e metallurgico, i cui salari aumentano in base alle competenze e alle esperienze acquisite in un determinato settore. Di contro, vi è un sovraccarico della domanda in scienze umanistiche, dove non esiste un reale sbocco professionale. Mentre l’offerta in settori tecnico-professionali rimane insoddisfatta.

In mancanza di una domanda specifica, le aziende si adattano ad assumere laureati con competenze non specializzate o addirittura completamente differenti dal percorso formativo originario. Purché siano disposti a “rimodularsi” sulla base delle esigenze professionali. Si viene così a creare un circuito che fa comodo anche alle imprese, le quali possono assumere personale disposto a svolgere qualsiasi mansione pur di lavorare.

Anche con stipendi più bassi rispetto alla quantità del lavoro svolto, come avviene nei lavori socialmente utili o nella ristorazione, dove per le occupazioni stagionali si predilige il laureato piuttosto che l’operatore alberghiero plurispecializzato. Ecco che la manodopera viene a costare di meno.

Per Luigi Salesi, esperto in Politiche attive del lavoro, nel nostro paese manca un sistema di orientamento ed accompagnamento al lavoro che inizi dalle scuole secondarie. “In America, le agenzie workforce realizzano studi di settore, e poi informano i giovani su quali sono i profili professionali più richiesti. In Italia, in pochi sanno che c’è una richiesta di macellai specializzati e che questi potrebbero essere pagati anche bene. Ci si laurea in scienze politiche senza neppure conoscere una lingua e poi si va a lavorare in un call center” aggiunge l’esperto.

Gli ultimi dati dell’Inps, inoltre, rivelano che la crisi economica abbia fatto crescere la domanda di lavoro anche nel settore ausiliario e dei servizi alla persona (colf, badanti, assistenza agli anziani etc.).  Un comparto che nel 2015, pur essendo stato in calo rispetto agli anni scorsi, ha impiegato sempre più lavoratori italiani rispetto a quelli stranieri. Gli stipendi delle badanti si aggirano tra i 500 e i 1000 euro al mese (comprese le spese domiciliari di vitto e alloggio), con tutte le garanzie assicurative, i contributi versati e l’indennità di fine rapporto professionale.

Il rapporto sul fabbisogno delle imprese di Excelsior  2015, portale di UnionCamere, prevede un incremento della domanda di impresa nei seguenti settori: estrazioni di minerali e pietre preziose, industrie alimentari, delle bevande e del tabacco, tessile ed abbigliamento, industrie del legno e del mobile, della carta e della stampa, della gomma e delle materie plastiche.

Anche l’antico mestiere di ‘bottegaio’, che racchiude insieme il mondo dell’artigianato e dell’agroalimentare, della manifattura e del siderurgico, potrebbe usufruire delle enormi potenzialità legate allo sviluppo dell’imprenditoria digitale per ampliare i propri orizzonti anche oltreoceano, impiegando risorse con conoscenze umanistiche. Purché, dopo aver conseguito una laurea in Lettere o in Filosofia, l’aspirante acquisisca competenze digitali, legate alle Information and Communication Technologies (ICT), linguistiche e micro economiche.

Viceversa, anche chi consegue competenze specifiche in profili tecnico-professionali, deve continuamente aggiornarsi. Da un lato, con percorsi specializzanti che gli consentano di reinserirsi in contesti lavorativi sempre più di nicchia. Dall’altro, deve acquisire competenze che spazino in ambiti anche molto diversi dalla formazione di base. Per Paolo Vaccarino, psicologo e consulente presso Agenzie per il Lavoro ed Enti di Formazione, “le proprie ambizioni vanno coltivate rispondendo alle esigenze concrete dei datori di lavoro”. Occorre quindi redigere il proprio curriculum vitae (uno degli strumenti ma non il solo in quanto è soprattutto importante coltivare una buona rete di relazioni) come se fosse “un spot pubblicitario” con cui presentare se stessi alle aziende.

In conclusione, trovare il lavoro cucito perfettamente sulle proprie aspirazioni è sempre un’impresa ardua. Ma rinunciare completamente alle proprie attitudini per svolgere un lavoro insoddisfacente può essere frustrante. Si rischia con una prestazione non adeguata di compromettere sia la qualità del lavoro svolto che la produttività di un’azienda.

[Credits Immagine: cosmopolitan.it]

 

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Autore
Giornalista pubblicista lucana. Dopo alcune esperienze sul territorio, ha allargato i propri orizzonti, affacciandosi nel 2012 al mondo del social journalism. Laureata magistrale in Scienze filosofiche e della comunicazione, dopo un corso di Alta Formazione in Graphic Design ed Editoria digitale, finanziato dal Fondo Sociale Europeo, ha iniziato ad acquisire sempre nuove competenze partecipando a diversi progetti nel Giornalismo 2.0. Co-fondatrice della Start-Up L’Indro, dove si occupa della redazione e diffusione di approfondimenti di attualità e politica nazionale in Italia. Collabora occasionalmente con progetti internazionali di giornalismo partecipativo come Blasting News Italia e Lettera43, con un’impronta verso argomenti di società e verso la comparazione con modelli di sviluppo in altri paesi dell’UE.
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  • Concordo – la colpa, più che dei ragazzi, è di una certa mentalità che si è andata consolidando nel tempo.

    Un altro punto dolente è il fatto che molte aziende esigano la laurea anche per mansione che oggettivamente non la richiedono…