Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

L’imprenditività è un falso miraggio

E' necessario responsabilizzare ma senza colpevolizzare
L'imprenditività è un falso miraggio
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Come orientarsi nel deserto e trovare quello che non c’è, soprattutto per i disoccupati.

Chiedersi se abbia senso la formazione per chi è senza lavoro o l’investire risorse sul proprio orientamento creando non poche aspettative in un mercato del lavoro piuttosto fermo.
In particolare ho qualche dubbio sull’insistere, come fanno diversi orientatori, sul concetto di “imprenditività”:  sul fatto cioè che la persona che cerca lavoro debba aver un atteggiamento “imprenditoriale”, attivandosi per far accadere qualcosa senza aspettare che il lavoro cada dall’alto.

Una frase, che è diventata virale sui social network qualche mese fa, rende molto chiara questa idea: “Il lavoro non si cerca. Il lavoro si attrae. Il lavoro si attrae diventando la persona più competente, più capace, che sia in grado di aggiungere più valore di chiunque altro. E a quel punto il lavoro magicamente appare”.

Sebbene questa frase sia piaciuta molto, riproposta anche da persone in cerca di lavoro, c’è chi, come Massimo Ferrario, ha messo in luce il lato oscuro di questo “pensiero positivo” sottolineando come in un mercato del lavoro fermo – e che offre spesso lavori con bassa qualificazione – diventa davvero difficile crearsi le competenze (per giunta le migliori sul campo) e spesso “si trovano soltanto dei lavori ultra-precari e talmente cretini che non ti insegnano nulla perché sei tu che devi insegnare loro tutto”. Inoltre politici, istituzioni, imprenditori ed esperti di lavoro si deresponsabilizzano rispetto al ruolo che dovrebbero giocare e trovano comodo scaricare sui singoli individui la loro ignavia.

Colpevolizzandoli per lo più (ma loro dicono ‘responsabilizzandoli’), perché non si danno da fare abbastanza nell’essere imprenditori-di-se-stessi e trovarsi il lavoro-che-non-c’è.
Da alcuni anni mi rendo conto come il tema sia delicato: sebbene condivida la critica che Ferrario rivolge “ai troppi psicantropi più o meno amerikanoidi” che scaricano sul disoccupato la responsabilità della sua situazione, è anche vero che in aula e durante il tirocinio ho visto molti disoccupati con pretese e aspettative difficili da giustificare.

In un tirocinio, un aspirante pizzaiolo si è rifiutato di scaricare il camion con la legna per il forno, sostenendo che lui era un pizzaiolo, non addetto allo scarico merci. Un altro pizzaiolo, eccellente in aula, dopo una settimana di tirocinio è stato cacciato dal titolare perché dopo il terzo giorno si è messo a criticare in modo pesante le modalità di lavoro e di preparazione della pizza, inimicandosi tutti i colleghi (e chiaramente anche il titolare). Un partecipante al corso per disoccupati per “addetto alla contabilità” si lamentava perché dopo una settimana di tirocinio non aveva ancora svolto mansioni da “contabile” ma solo attività di “segreteria”. E stava “perdendo” tempo.

Però c’è stato anche il caso di un partecipante al corso per “addetto al montaggio industriale” che durante il tirocinio aveva poco da fare e si è messo lavare i vetri dell’azienda che lo ospitava. Da solo, senza che nessuno glielo avesse detto. L’azienda, che inizialmente non pensava di assumerlo, al termine del tirocinio gli ha fatto un contratto.

Il tema è difficile perché sono vere entrambe le cose: è vero sia che ci sono persone molto competenti disoccupate (e i corsi per disoccupati sono sempre più frequentati anche da laureati), però è anche vero che alcune possibilità ci sono e una certa pro-attività può fare la differenza. Tenere insieme le due cose, responsabilizzando senza colpevolizzare, non è facile ma è fondamentale. Pur sapendo che il lavoro è poco e non serve a molto avere una mappa per cercare un tesoro che non c’è, ogni disoccupato ha anche un piccolo potere, un piccolo spazio di responsabilità su cui poter lavorare. Non basta per far apparire magicamente il lavoro ma può favorire le condizioni perché qualcosa accada.

Per questo, nonostante tutto, ritengo fondamentale una fase di orientamento per sostenere i disoccupati alla ricerca di lavoro, anche se il punto non è tanto trovare la strada giusta o saper scegliere tra le varie strade. Il fatto è che le strade non ci sono più, si tratta di “orientarsi” come ci si orienterebbe in un deserto o in mezzo al mare dove non ci sono sentieri già segnati, ma ognuno prova a crearsi la sua strada.

Da questo punto di vista condivido la frase citata inizialmente in cui il lavoro non è qualcosa che si cerca, come se fosse qualcosa di già dato, che è la fuori e ti aspetta (come era negli anni ’50-’60 dove ogni diplomato o laureato aveva il lavoro già pronto e doveva solo scegliere), ma richiede un minimo di attivazione. Da qui ad affermare che “a quel punto il lavoro magicamente appare”, è palesemente falso, oltre che pericoloso, ma mi pare importante salvare almeno la prima parte della riflessione.

La realtà è complessa e ‘ossimorica’: fatta cioè per il 99% di et-et, e quasi mai di polarità opposte e separate di tipo bianco-nero o male-bene: il paradosso del lavoro non fa eccezione.

 

(Photo credits: skipblog.it)

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Autore
Laureato in filosofia a Bologna, lavora a Trento per Con.Solida/centro risorse a supporto delle attività formative per disoccupati promosse dall’Agenzia del Lavoro. Negli ultimi anni ha approfondito in particolare i processi comunicativi e decisionali, studiando come le nostre conoscenze influenzino la nostra visione del mondo e le nostre scelte quotidiane. È socio fondatore di Polemos, Scuola di formazione e studi sui conflitti, dove si è occupato di attività di studio e di ricerca sul conflitto.
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  • Michele Marotta

    L’articolo è interessante e centra il punto.
    Una cosa che aggiungerei alla sua riflessione è il miraggio, per gli aspiranti lavoratori, del posto fisso. Che permea fortemente nelle coscienze della maggioranza dei disoccupati di tutte le età e ne blocca la voglia di crescita personale.
    Inoltre la magia citata nell’articolo è importante per alcuni fattori da non sottovalutare:
    – siamo una società individualista e competitiva: la legge del più forte si è trasformata in legge del più bravo e più capace. (ergo guerra tra poveri)
    – le istituzioni non hanno nessuna autorità e autorevolezza, far da sé è difficile complesso e faticoso,
    – l’unica leva oggi, che possa un minimo dare fiducia all’individuo è la speranza che da solo ce la possa fare, a questo serve a credere nella magia che magicamente appare il lavoro.
    Giusto o sbagliato non credo che sia rilevante.
    Un’alternativa ci sarebbe, sovvertire il sistema…….(ci siamo capiti!)

    Un saluto
    Michele

  • Tenere insieme le due cose, responsabilizzando senza colpevolizzare, non è facile ma è fondamentale.

    Una sorta di pietra filosofale dell’Orientamento, purtroppo…