Albert Einstein, che per un periodo è stato residente a Pavia.

A Pavia qualcuno ci prova

Albert Einstein ha vissuto a Pavia, antica città universitaria che già all'epoca aveva l'innovazione nel dna. Come avviene oggi con la startup FacilityLive.

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I pavesi che oggi hanno meno di 40 anni non lo ricordano; oppure non l’hanno mai annusato. Che cosa? L’odore. Quello che aveva Pavia almeno fino all’inizio degli Ottanta. Si percepiva soprattutto in inverno, quando la nebbia di una volta inglobava la città. Era il “profumo” delle tante fonderie e della Snia Viscosa, che sbuffavano fumi e fuliggine. La Necchi, celebre per le macchine per cucire (negli anni Cinquanta, all’apice, ne sfornava 10.000 al mese), era un’icona cittadina, con la pellicceria Annabella e l’università secolare. Sorgeva proprio a fianco della stazione; all’imbrunire, i passeggeri dei treni sulla linea Milano-Genova potevano vedere le fiammate dell’altoforno. Ora ci sono solo i resti arrugginiti, in un’area enorme (88.000 metri quadrati), tuttora abbandonata (soltanto in un angolino ha trovato posto la nuova questura), inclusi 20.000 metri quadri di tettoie in amianto e valanghe di residui tossici.

 

Pavia ieri e oggi: innovazione cercasi

Comunque che tempi, quelli. Di sicuro Pavia era molto più inquinata di adesso (pure oggi non scherza); però l’ecologismo muoveva i primi passi e nulla, a parte i nasi e i panni stesi, rilevava che l’aria era insalubre. Nessuno ci faceva caso, un po’ per inconsapevolezza personale e istituzionale, un po’ perché quel retrogusto della pavesità era il prezzo da pagare per mantenersi vitali e operosi. La città campava sull’industria metallurgica e chimica, tanto da essere ai primi posti in Lombardia nel settore; poi sul Policlinico San Matteo; quindi sull’antica università, chiamata già 50 anni fa “la Oxford sul Ticino”, con quasi 2.000 dipendenti e animata da più di 20.000 studenti, di cui almeno un terzo non lombardi e alacri pagatori di affitti (ieri come oggi).

A metà degli anni Settanta c’erano già i segni della crisi. Però le fabbriche pavesi garantivano ancora lavoro a oltre 16.000 operai e a quasi 2.000 impiegati e dirigenti. Insomma, davano da mangiare a 18.000 famiglie, quasi due terzi degli abitanti di Pavia e dintorni. Aziende come Necchi, Snia, Neca, Vigorelli, Siad o Magneti Marelli alimentavano anche l’indotto – fornitori, artigiani, ristoratori, muratori, negozianti, professionisti – legato agli stabilimenti. Le fabbriche scandivano giornate frenetiche, con la ressa di lavoratori alle 6,30 del mattino nei bar e il viavai, lungo le strade della periferia, di camion, mezzi da lavoro, utilitarie comprate a rate. Nel decennio 1971-1981 l’occupazione industriale scese del 36,9%, poi sempre peggio. Tanto è vero che sono calati anche gli abitanti: passati dagli 87.000 nel 1971 ai 73.000 di oggi.

L’area dell’ex Necchi, chiusa del tutto a metà degli anni Novanta, è l’emblema del declino industriale. Oggi un sesto del territorio urbano – 85 ettari, come 150 campi di calcio – è occupato da aree dismesse, inquinatissime da vari veleni industriali. Vale pure per l’ex Snia Viscosa (169.000 metri quadrati). Nata all’inizio del Novecento, negli anni Cinquanta aveva il monopolio italiano nella produzione di fibre sintetiche. A partire dagli anni Settanta cominciò a vacillare, per chiudere nel 1979. Dopo la chiusura, i politici pavesi e non solo scommisero sul boom di quello che veniva chiamato “terziario avanzato”; nella convinzione che capannoni e palazzine di mattoni rossi sarebbero stati presi d’assalto da aziende innovative. Vi fu organizzata, nel 1984, anche la Festa nazionale dell’Unità per i beni culturali. Invece il nuovo non avanzò; anzi, arretrò. Soltanto gli artigiani della Cna sistemarono uno degli edifici più piccoli. Il resto è andato in rovina, come la Necchi. Ora in città si parla di un vago piano di riqualificazione, Pavia 2020. Che fare? Ovvio: bisognerebbe inventare qualcosa di nuovo.

 

Rossetti (Confindustria) e Roversi (Cgil): Pavia ha bisogno di qualcosa di nuovo

Il saggio Giuseppe Rossetti, 85 anni, ex storico direttore di Confindustria Pavia, ammette: “In questo mezzo secolo Pavia è cambiata molto. Purtroppo non sempre in meglio. L’università ha mantenuto il suo ruolo diretto e indiretto di dominus dell’urbanistica. Il sistema sanitario pubblico-privato, pur fra problemi e sussulti, è cresciuto e oggi è il cuore dell’economia locale: il nuovo Policlinico San Matteo, il Centro nazionale di Adroterapia oncologica, l’Istituto di cura Città di Pavia, la Fondazione Istituto neurologico Mondino e la Fondazione Clinica del lavoro Maugeri”. Però, attraverso il periodico della Curia, Il Ticino, lamenta il fatto che nessuna idea nuova passi “neanche per l’anticamera del cervello” degli enti locali e di altre istituzioni. E ricorda con nostalgia gli inizi degli anni Sessanta, quando la città “aveva il suo centro vitale nelle grandi industrie”: “Era una Pavia che cominciava a respirare il benessere, disoccupazione bassissima, immigrazione dal Meridione. Tutta gente che non aspettava la manna dal cielo, che voleva lavorare e costruirsi un futuro”.

Debora Roversi, 41 anni, dalla fine del 2016 segretaria generale della Cgil di Pavia, non ricorda – per ragioni anagrafiche – gli anni d’oro. Però ha le idee chiare. Dice a Senza Filtro: “Questa città non ha ancora voluto prendere il toro per le corna. Ci sono enormi aree dismesse, senza alcun progetto per recuperarle. La stessa amministrazione comunale è rimasta al palo in questo campo. E le nuove generazioni di imprenditori sembrano più impegnate a mantenere il tesoretto di famiglia piuttosto che a pensare al futuro, nonostante Confindustria stia provando a occuparsene”. Continua: “Si pensa che il futuro dell’occupazione possa essere solo quello garantito da ateneo, Policlinico eccetera? Vogliamo restare la retrovia di Milano, il suo parcheggio sul fronte di grande distribuzione e logistica? Intanto si continua a ignorare il potenziale rappresentato dalla nostra antica università e dai suoi centri di ricerca. Il nostro futuro è l’innovazione, però siamo già in grande ritardo nell’ideazione di un progetto”.

È chiaro, dunque: a Pavia gli enti locali, comune in testa, dovrebbero svolgere il loro ruolo di programmazione del territorio e delle sue risorse, smussando spigoli e conflitti; gli imprenditori dovrebbero fare gli imprenditori, creando ricchezza e procurando occupazione. Insomma, urge una svolta concreta, che vada oltre i vantaggi garantiti in modo ormai esclusivo dal triangolo ateneopoliclinicoistituti scientifici.

 

Il caso FacilityLive, la startup globale con radici pavesi

Possibile? Il portabandiera dell’ottimismo della volontà è Gianpiero Lotito, 59 anni, barbuto tecnologo con un passato da musicista, ciuffo scapigliato da eterno studente, potentino trapiantato a Pavia. Accoglie Senza Filtro nella sala riunioni di FacilityLive: un’azienda con 100 dipendenti che molti si aspetterebbero di trovare nella mitica Silicon Valley californiana; invece occupa gli spazi in cui c’era la Magneti Marelli, proprio di fronte all’ex Necchi, all’interno del Polo tecnologico nato da un’iniziativa privata che raccoglie start-up, con altri 200 dipendenti. Lotito è uno dei due fondatori dell’azienda, con la presidente e “vecchia” amica Mariuccia Teroni. Lui è l’amministratore delegato. La sua è una storia di successo, creatività, visioni e lungimiranza, che lo hanno portato da poco alla presidenza della “European Tech Alliance”, l’organizzazione che rappresenta nell’Ue alcuni dei colossi europei delle tecnologie: BlaBlaCar, Booking.com, Meetic, MyTaxi e Spotify.

Che cosa è e che cosa fa FacilityLive? Nata nel 2010 grazie a un progetto in incubazione dal 1987, oggi è l’azienda tecnologica italiana con le valutazioni più elevate; sviluppa una tecnologia di prossima generazione per l’organizzazione, la gestione e la ricerca di informazioni. Si rivolge ad aziende e istituzioni, ribaltando il “modello Google”: al centro non c’è più la rilevanza statistica delle informazioni fornite dal motore di ricerca dopo una richiesta dell’utente, bensì la loro pertinenza.

Funziona, visto che FacilityLive ha clienti italiani ed esteri prestigiosissimi, privati e istituzionali, e 45 brevetti in tutto il mondo; inoltre è la start-up capace di raccogliere più capitali privati (siamo vicini ai 50 milioni di euro, ottenuti tutti in Italia) e si afferma all’estero (la sua company evaluation vale 250 milioni) come azienda globale del software. “Bisogna costruire un rapporto migliore con le macchine, perché noi domineremo gli algoritmi, non capiterà il contrario”, ama dire l’AD. Risultato: il 2 ottobre 1018, tra i tanti riconoscimenti internazionali e nazionali, lui è stato il primo italiano (non politico) a parlare all’Assemblea generale dell’Onu; inoltre è ospite fisso dell’Unione europea, di atenei in giro per il pianeta, di media internazionali.

Vabbè, Lotito, ma che ci fate in mezzo alla nebbia pavese e accanto alle rovine di un’antica fabbrica di macchine per cucire? Non stareste meglio, da vari punti di vista, al sole della California? E qui viene il bello; perché da queste domande – come dal cilindro col famoso coniglio – sta per spuntare un futuro per Pavia e altre città italiane ed europee simili. Risponde l’imprenditore: “Nel 2013 eravamo già pronti. La Silicon Valley sembrava l’ovvio traguardo per far crescere la nostra azienda. Ma a un certo punto ci fermammo. Avevamo capito che in Europa si possono realizzare startup destinate a diventare globali. Poi io e Mariuccia sentivamo di dover restituire quello che avevamo ricevuto dalla nostra città adottiva, dalla nostra università e dal nostro Paese. Cosicché decidemmo che un’azienda globale come la nostra poteva svilupparsi anche in una piccola città storica italiana come Pavia, contribuendo da qui alla nascita di una nuova industria tecnologica europea”.

 

Silicon Valley? No grazie. Il progetto è la small valley

Obiezione: intanto gli Stati Uniti restano i campioni del software, la Cina e alcuni Paesi vicini lo sono sul fronte dell’hardware. Qui invece avete di fronte un catafalco arrugginito come la Necchi. “Io vedo il futuro proprio guardando quel catafalco là fuori”, replica Lotito, indicando i ruderi imbiancati dal nevischio attraverso le vetrate, a 800 metri di distanza. In che senso? “Trent’anni fa la Silicon Valley per noi italiani ed europei pareva irraggiungibile, aveva già alle spalle altri 30 anni di storia. Oggi non è più così. Ma non possiamo replicarla qui: non abbiamo a disposizione aree così vaste né 60 anni da sprecare. Non abbiamo neppure fabbriche con milioni di operai, come in Cina. Però abbiamo la nostra cultura e la nostra storia. Anche la Necchi fa parte del nostro patrimonio di conoscenze”.

L’idea qual è, in parole povere? “Una città come Pavia è l’ideale per realizzare un’idea capace di rispondere al modello Silicon Valley. Noi crediamo nella small valley, un paradigma per lo sviluppo di un ecosistema sostenibile e replicabile in Europa”. Proviamo con parole ancora più povere? “Una rete di città medio-piccole, con università prestigiose, è il perfetto modello europeo per questo tipo di prospettiva digitale. L’innovazione continua si può generare grazie a dimensioni contenute, ottimi atenei, centri di ricerca prestigiosi, istituzioni municipali consolidate e collaborative, cultura industriale, senso di comunità. E tanti giovani: da noi lavorano ragazzi laureati a Pavia. E poi pensiamo alle radici”. Quali? “Per secoli proprio le piccole città sono state il fulcro dell’innovazione europea. Io penso che non sia finita. Qui le relazioni si creano facendo letteralmente pochi passi a piedi. Tutti i luoghi come Pavia o Cambridge possono diventare abbastanza velocemente small valley. Prendiamo proprio Pavia: ci sono passati, tra gli altri, Alessandro Volta, Lazzaro Spallanzani, Albert Einstein (visse a Pavia con la famiglia tra 1895 e 1898, N.d.R.), il genetista Luigi Cavalli-Sforza. Ha l’innovazione nel suo dna”.

Così FacilityLive ha creato un’associazione cui aderire per sostenere il progetto small valley. Per coltivare questa vocazione, ogni anno l’azienda creata da Gianpiero e Mariuccia porta 500 ragazzini di IV elementare a giocare con le nuove tecnologie nella sua sede, grazie al progetto FacilityLive Coding4Kids, promosso con il comune. Inoltre nell’ottobre scorso ha organizzato in giro per la città “Cosa Sarà”, il primo Festival sul futuro e sull’innovazione.

Lotito, lei vede in questa prospettiva anche il futuro delle aree industriali dismesse? “Certo. Perché no? Altrimenti io e Mariuccia saremmo già in California. Invece pensiamo che questo modello possa diventare velocemente la prospettiva dell’Information and Communication Technologies del futuro, attirando altre start-up. E Pavia non può che essere in prima fila, ha spazi e competenze”. Anche la segretaria della Cgil riconosce che i due fondatori di FacilityLive sono,in città, “tra coloro che hanno le competenze e le idee per creare un futuro diverso”. Sperem, come si dice in dialetto da questa parti. Speriamo. Davvero.

 

Foto di copertina https://www.surfnetkids.com/resources/albert-einstein/

Nato a Genova nel 1958 e cresciuto alla Spezia, dopo un innamoramento per Medicina a Pavia, si è dedicato a Scienze politiche. Fa il giornalista dal 1982. Ha lavorato 16 anni all’Unità, dove è stato un inviato e ha seguito, tra l’altro, l’inchiesta “Mani Pulite”. Nel 2000 si è trasferito a Bari per lanciare il Corriere del Mezzogiorno, cronaca pugliese del Corriere della Sera. Dal 2007 è di nuovo a Milano: come caporedattore di City, quotidiano free press del gruppo Rcs, fino al 2012; poi come caposervizio del Settimanale Nuovo (Cairo editore). Da luglio 2018 fa il free lance. Ha un blog su IlFattoQuotidiano.it, collabora con i siti d’informazione Strisciarossa.it e Tessere.org, scrive per Millennium, mensile del Fatto Quotidiano, e dirige il quotidiano online riminese Voce23.it. Tra i suoi libri, Sud Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia (Palomar, Bari, 2006), e Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa (Palomar, Bari, 2008). La casa editrice Tessere (Firenze) nel 2019 ha pubblicato il suo libro "L’imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia", con prefazione e postfazione dei medievisti Giuseppe Sergi e Tommaso di Carpegna Falconieri. Nel 2019 gli è stato conferito ad Alezio (Lecce) il premio giornalistico ”Antonio Maglio”, giunto all’ottava edizione. [ Guarda tutti gli articoli ]

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