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Alitalia, rischio crack: un mayday lungo vent’anni

Alitalia, rischio crack: un mayday lungo vent’anni

Si rimanda da vent'anni e ora è dietro l'angolo: il crack di Alitalia pare inevitabile. L'unica alternativa per governo e sindacati: la nazionalizzazione.

Bruno Perini

29 Novembre 2019

Bancarotta. Fino a qualche settimana fa il crack di Alitalia era soltanto la più pessimistica delle ipotesi in campo. Si pensava di poter evitare uno scenario così drammatico grazie all’intervento dei nuovi “capitani coraggiosi”: gli imprenditori di Atlantia del gruppo Benetton, il gruppo statunitense Delta e forse Lufthansa, che avrebbero dovuto investire capitali privati, assieme alle Ferrovie dello Stato, nel disperato tentativo di far decollare la compagnia di bandiera.

 

Crack Alitalia: dopo vent’anni di crisi, il fallimento del Consorzio. Con l’ombra del Ponte Morandi

In questa ipotesi Alitalia, pur avendo un azionista pubblico come le Ferrovie dello Stato, avrebbe dovuto essere controllata da gruppi privati; ma nel giro di poche ore si è capito che imprenditori privati in grado di raccogliere una sfida così grande non esistevano. I cosiddetti cavalieri bianchi, che si erano presentati al tavolo della trattativa già molto litigiosi e incerti, senza una strategia industriale si sono dissolti davanti alle prime difficoltà. L’ostacolo maggiore è stato forse l’ambiguo ritiro dei Benetton, che sembrava volessero mercanteggiare l’ingresso in Alitalia con il mantenimento delle concessioni autostradali dopo la tragedia del Ponte Morandi. Quel mercato, si sa, non è andato a buon fine. Anzi pare che il governo sia intenzionato a togliere le concessioni ai Benetton, e così tutto è andato all’aria.

Per il capitalismo e per l’imprenditoria italiani è l’ennesima sconfitta. Per il potere pubblico ancora peggio. È incredibile che in più di vent’anni i governi che si sono succeduti e gli imprenditori che si erano vantati di fare meglio della gestione pubblica non siano riusciti a risolvere l’enigma Alitalia, trascinandola a un passo dalla bancarotta.

A questa fuga dei privati hanno fatto eco le dichiarazioni ormai rassegnate del presidente del consiglio Giuseppe Conte, (“Il Consorzio non esiste più”), seguite subito dopo da quelle del Ministro per lo Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, (“Alitalia non è mai stata privata”). Insomma, si è capito che ancora una volta Alitalia era ed è sull’orlo del baratro con due alternative davanti a sé: o la bancarotta o la nazionalizzazione sul modello dell’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, fondato negli anni Trenta per salvare aziende e banche e sciolto negli anni Duemila, decretando così la morte del capitalismo di Stato.

 

Il ministro Patuanelli: “Nazionalizzazione non è evento negativo”. La Cgil: “Il ministro ci convochi”

Dunque, a questo punto, se non si vuole imboccare la strada di un clamoroso fallimento che sporcherebbe ulteriormente l’immagine dell’Italia sui mercati internazionali, l’alternativa sembrerebbe allo stato dei fatti una sola: la nazionalizzazione. Questa parola, come è noto, fa venire l’orticaria ai liberisti, e a quegli economisti magari non liberisti che comunque pensano che la compagnia di bandiera debba finire nelle mani di gruppi industriali del settore, come Air France o Lufthansa.

Questa volta però è possibile che gli scettici si debbano rassegnare, perché dopo il fallimento del consorzio di privati è difficile che qualche gruppo industriale si presenti sul mercato per acquisire Alitalia. E poi la vera novità rispetto ai decenni passati è che una parte del governo, legata al M5S, è favorevole alla statalizzazione. L’altra novità è che anche i sindacati, in queste ore, si sono espressi a favore dell’ipotesi di nazionalizzare. Una convergenza imprevista che potrebbe davvero farci tornare ai tempi dell’IRI, magari attraverso la Cassa Depositi e Prestiti.

“La nazionalizzazione di Alitalia può non essere un evento negativo”, ha sentenziato poche ore fa alle agenzie il ministro Patuanelli. “Il problema è: la politica sarà in grado di individuare manager in grado di guidare l’azienda o solo manager trombati dalla politica? Si potrebbe fare una struttura commissariale che abbia come obiettivo la ristrutturazione e poi la remissione sul mercato o la nazionalizzazione”. Ma prima di tutto “bisogna agire fortemente sulla componente costo”.

La Cgil, il più forte sindacato italiano, ha replicato: “Patuanelli propone nazionalizzazione come possibile scenario, ora porti avanti il suo progetto”. Così si è espresso il segretario nazionale della Filt Cgil, Fabrizio Cuscito, a seguito delle affermazioni del Ministro dello Sviluppo Economico su Alitalia, aggiungendo che “come abbiamo sempre sostenuto, una partecipazione dello Stato non può che essere un elemento positivo, constatato che, fino a oggi, le soluzioni di mercato non hanno dato risultati e che la partecipazione statale già avviene nelle più grandi compagnie aeree europee”.

“Patuanelli – chiede il dirigente nazionale della Filt Cgil – ci convochi e condivida con i rappresentanti dei lavoratori come intende mettere in atto la nazionalizzazione. Su Alitalia sono ormai quasi tre anni di promesse disattese, ed è ora di chiudere positivamente la vertenza e dare delle certezze agli 11.000 lavoratori dell’azienda e a tutto l’indotto”.

 

La Fit-Cisl: “In crisi l’intero trasporto aereo italiano”

Già, perché, come avviene per altre crisi aziendali, in ballo non c’è soltanto il fallimento dei manager pubblici e privati, ma ci sono anche intere famiglie che rischiano di restare a casa.

A questo proposito alla Fit-Cisl ci raccontano una storia emblematica. “Giustamente tiene banco la questione Alitalia, ma va ricordato che è tutto il settore del trasporto aereo italiano a essere in crisi e a necessitare di interventi urgenti”. Un esempio? “Una storia semplice ma significativa dei mali che colpiscono il nostro trasporto aereo è quella della mensa dell’aeroporto di Fiumicino, che è stata chiusa il 30 settembre 2018, mettendo in contratto di solidarietà i suoi 90 addetti, con le conseguenze che possiamo immaginare per altrettante famiglie”.

La mensa all’interno dell’aeroporto di Roma, “serviva 1.600 pasti al giorno, pari cioè alle lavoratrici e ai lavoratori delle compagnie aeree e dell’indotto che gravitano sull’aeroporto: è chiaro che la qualità delle condizioni di lavoro di queste lavoratrici e lavoratori da più di un anno ormai sono peggiorate notevolmente. E noi della Cisl ci chiediamo come si può pensare di dare risposte alla ben più complessa questione Alitalia se da più di un anno non si risolve il problema della mensa di Fiumicino”.

Mentre si celebrano i possibili funerali di Alitalia, la compagnia continua a perdere quattrini: 1,1 milioni di euro ogni giorno. In questa mostruosa cifra ci sono ovviamente oltre 300.000 euro al giorno che vengono bruciati per continuare a far operare l’azienda. Il 2018 è stato chiuso da Alitalia con una perdita operativa di 121 milioni, e tutti gli analisti prevedono che il 2019 sarà ancora peggio. Ma quello che fa davvero paura, commentano gli investitori, è l’assenza totale di una prospettiva.

“Quello è un mestiere difficilissimo”, commenta un operatore di Borsa che si occupa di titoli Alitalia. “Soltanto compagnie come Air France o Lufthansa sarebbero state in grado di risollevare le sorti di Alitalia, perché conoscono bene il settore aeroportuale. Ma i governi attuali non ne hanno voluto sapere di far entrare azionisti stranieri al posto di comando. Ora la situazione è gravissima: il segnale viene dal fatto che chi ha titoli Alitalia se ne vuole liberare”.

 

 

Photo credits: ilmattino.it