Arcevia, una Riace tra gli Appennini

La cittadina marchigiana di Arcevia è un eccezionale esempio di integrazione: qui i migranti lavorano per il comune e in progetti artistici e archeologici.

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Un castello è sempre un elemento di ricchezza per un territorio, perché racconta una storia antica e regala molte suggestioni. Ad Arcevia, un piccolo comune di poco più di 4400 anime nella provincia anconetana, di castelli ce ne sono ben nove, a testimonianza di una cultura e di una vivacità creativa davvero uniche. Tra colli da cui nei giorni di cielo aperto si può vedere il mare e un verde incontaminato, questo territorio è da sempre meta di turisti in cerca di relax, e negli ultimi trent’anni è diventato anche meta di migranti, che fuggono da guerre, persecuzioni e povertà, in cerca di pace. Durante i terribili anni del conflitto in Bosnia molti profughi sono arrivati nelle Marche e quelli che hanno trovato accoglienza nel territorio di Arcevia scrutavano l’orizzonte sognando di vedere in lontananza le coste del loro martoriato Paese.

 

Arcevia, esempio virtuoso di accoglienza

I profughi che abbiamo accolto negli anni Novanta, in particolare i bosniaci, sono diventati cittadini modello”, racconta Andrea Bomprezzi, giovane sindaco del borgo medievale. “Si sono integrati perfettamente nel tessuto sociale, hanno avuto figli contribuendo a salvaguardare l’indice di natalità, si sono inseriti nel tessuto lavorativo e non hanno mai dato alcun problema. Il centro storico è stato ripopolato ed è stata un’esperienza positiva sotto tutti i profili. Parliamo di circa ottanta persone, che hanno appreso l’italiano e hanno fatto proprie le nostre tradizioni, facendoci a loro volta conoscere il loro mondo. Anche la comunità albanese si è inserita bene, ma non sono mancati casi di attività illegale”.

Bomprezzi ha ereditato la tradizione dell’accoglienza dai suoi predecessori, diventando primo cittadino nel 2009. “Avevo davanti a me due scelte: chiudere la struttura o pensare che potesse essere una risorsa per il territorio. Ho optato per quest’ultima”, racconta. Così è nata una convenzione tra il comune, la Prefettura e il Centro d’accoglienza, che fino a quel momento aveva sempre lavorato in modo eccellente.

È stata poi firmata una seconda convenzione con l’Ambito sociale, coinvolgendo nove comuni della Vallata del Misa e del Nevola e la Prefettura. Tale convenzione prevedeva l’impiego di volontari tra gli ospiti del centro di accoglienza per attività di decoro e utilità sociale. “Qualcuno ha parlato di sfruttamento. Per noi, invece, si trattava di creare un’opportunità per i giovani migranti, consentendo loro di imparare un mestiere, di rendersi utili e di riempire il proprio tempo. Gli operai comunali distribuivano i compiti e insegnavano ai migranti come svolgere certe operazioni, come spalare la neve o contribuire alla manutenzione del centro storico, dove sono stati eseguiti importanti lavori. È stato un vantaggio per tutti. Per loro si è trattato di una crescita umana e professionale, mentre la comunità ha beneficiato dei vari servizi”.

Nel 2011 la scena cambia completamente. Il panorama internazionale subisce profonde modifiche e si assiste a nuove ondate migratorie dovute ai tumulti in Nord Africa e Medio Oriente. Cambiano anche le forme di accoglienza, e la struttura territoriale che fino ad allora aveva accolto i profughi arrivati sul territorio diventa Cara e poi Cas. “Tra il 2011 e il 2016 sono arrivati soprattutto asiatici, afghani, pakistani, iracheni e iraniani, mentre dal 2016 è stata la volta degli africani. Le diverse origini dei migranti implicano una grande varietà di lingue, abitudini ed esigenze, e non è sempre facile gestire tutti e avere a disposizione mediatori culturali con tante competenze linguistiche”.

 

Migranti al lavoro nell’arte e nell’archeologia

Una delle particolarità con cui si è distinta Arcevia è stato il coinvolgimento dei profughi in progetti legati a scavi archeologici su un sito di grande valore, con il ritrovamento di circa cento case all’interno di un villaggio del XIII secolo avanti Cristo. Tramite una convenzione tra Comune, Centro di Accoglienza, Università la Sapienza, Facoltà di Lettere Classiche e Sovrintendenza per i Beni Archeologici è stato creato un progetto per coinvolgere i richiedenti asilo nelle operazioni di scavo. “I giovani, ragazze e ragazzi, hanno lavorato fianco a fianco con i loro coetanei universitari, coordinati dal professor Cardarelli. Chiaramente i migranti, non essendo degli esperti, si limitavano a seguire specifiche indicazioni, ma è stata per tutti un’esperienza indimenticabile”, racconta Bomprezzi con fierezza. “Il progetto è andato avanti per quattro anni. Gli studenti universitari hanno raccontato che per loro si è aperto un mondo; che hanno scoperto, tramite l’incontro e il lavoro quotidiano con i migranti, realtà e storie che non immaginavano. Molti ci hanno raccontato che si sono sentiti una squadra, uniti dagli stessi obiettivi”.

In un territorio così denso di cultura, la popolazione migrante non poteva non essere coinvolta anche in attività artistiche. “Tra le iniziative che abbiamo messo in piedi c’è anche un percorso teatrale realizzato con l’Associazione Teatro Giovani Teatro Pirata (ATGTP), che ha partecipato e vinto un bando nazionale. Lo spettacolo, messo in scena al Chiostro di San Francesco, ha visto i richiedenti asilo raccontare la propria esperienza di viaggio, e ha anche coinvolto alcuni cittadini. È stata una bella occasione di confronto e interazione. L’opera è risultata finalista di un progetto lanciato da Cariverona. Un’altra interessante iniziativa culturale è stata realizzata grazie all’Associazione Rocca Contraria, coinvolgendo i giovani richiedenti asilo”.

Anche lo sport è un veicolo di conoscenza e di partecipazione importante, e una locale associazione sportiva ha permesso ad alcuni ragazzi richiedenti asilo di entrare nella prima squadra di calcio e giocare con i loro coetanei.

Ci sono poi piccole iniziative, che però lasciano segni grandi, estremamente positivi. “Da due anni, prima delle festività, i migranti hanno iniziato a lavorare all’interno del centro che li ospita per la realizzazione degli addobbi di Natale, creando elementi decorativi tradizionali e aggiungendo anche qualche dettaglio legato alle tradizioni del Paese e della cultura di origine. È stata anche questa una buona occasione per creare momenti di condivisione e per far sentire i richiedenti asilo partecipi della vita della nostra comunità, anche in chiave interreligiosa”.

 

La gestione della sicurezza in un modello di accoglienza da esportare

Di certo con i nuovi migranti ci sono più elementi di criticità e maggiori problematiche rispetto al passato. In generale il clima è cambiato, e a volte il territorio si mostra ostile, soprattutto in concomitanza di fatti di cronaca che vedono coinvolti i richiedenti asilo. “Non sono mancati episodi di disordine che hanno visto protagonisti gli ospiti della struttura, suscitando la rabbia e la preoccupazione della cittadinanza. A volte è come se un errore o un reato commesso da uno straniero si abbatta come colpa su tutti i migranti. Come amministrazione prestiamo la massima attenzione e non mancano i controlli e il pattugliamento del territorio da parte delle forze dell’ordine. Ciò che per noi è imprescindibile è il rispetto della legalità da parte di tutti, ma anche la serenità della comunità che chiede sicurezza”.

“Siamo consapevoli che gestire, in un territorio di provincia, una comunità così eterogenea e numerosa, che a volte ha superato le centoventi unità, non è semplice; soprattutto perché non si tratta di nuclei familiari, ma di giovani che spesso sono soli, non hanno certezza del proprio futuro e dei tempi di attesa che dovranno affrontare prima di avere documenti in regola. La nostra esperienza maturata in decenni di accoglienza ci permette di essere fiduciosi e di acquisire sempre nuovi elementi per affinare il nostro modello virtuoso di accoglienza sul territorio”.

La positiva esperienza di Arcevia ha fatto scuola sul territorio marchigiano, ma non solo. “Siamo stati coinvolti sia a Milano, sia a Palermo nell’iniziativa Fa’ la cosa giusta, che mette a confronto le diverse amministrazioni sulle buone pratiche messe in campo in materia di accoglienza”.

 

Giornalista freelance, scrittrice e poetessa Di origine siriana, nasce ad Ancona e ama immaginare la sua vita come un ponte che unisce culture e popoli diversi. Collabora con numerose testate nazionali tra cui Panorama, Avvenire, Antimafia 2000 e The Post Internazionale, occupandosi di esteri, in particolare Medio Oriente e Nord Africa, di immigrazione, diritti umani, dialogo interreligioso e interculturale. Ha pubblicato romanzi e libri di poesie e continua a scrivere per passione. Il suo ultimo romanzo è “Il silenzio del mare” pubblicato da Castelvecchi a ottobre 2017. Ha vinto numerosi premi giornalistici per i suoi reportage sulla Siria. L’ultimo riconoscimento ricevuto è il “Premio per la pace e l’amicizia tra i popoli” assegnato a settembre 2018 nell’ambito del concorso Giornalisti del Mediterraneo per il reportage “Porto franco” pubblicato su Panorama. Parla quattro lingue, ma spesso è di poche parole e comunica scattando fotografie dei suoi numerosi viaggi. L’Università della Svizzera per la Pace l’ha nominata a vita “Ambasciatrice di Pace” ed è consigliere permanente dell’Università per la Pace delle Marche. [ Guarda tutti gli articoli ]

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