B Corp italiane, geografie in movimento

Le B Corp sono aziende campionesse di sostenibilità: Anna Cogo del team Nativa ci racconta la distribuzione di quelle italiane e globali, e come imitarle.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

È il momento delle B Corp, questo è chiaro. Ma quali sono i settori più coinvolti e dove si trovano queste aziende virtuose? La buona notizia è che l’Italia sta facendo la differenza. Le imprese che cercano di lasciare un impatto positivo sulla comunità e sull’ambiente sono in crescita costante. La notizia non tanto buona è che non tutte le regioni italiane sono allineate. La Valle D’Aosta, il Friuli-Venezia Giulia, l’Umbria, l’Abruzzo, il Molise, la Basilicata, la Calabria e la Sardegna, ad esempio, registrano un’assenza totale di B Corp.

A delineare il quadro delle geografie italiane è Anna Cogo, che appartiene al team di Nativa, azienda attiva in progetti di innovazione sostenibile e che affianca le imprese per integrare la sostenibilità nel loro modello di business e nella loro strategia (nel prodotto, nel processo, nel servizio, nella catena di distribuzione): “Il nostro scopo è creare un impatto positivo su società, biosfera ed economia”.

Nativa è una delle aziende fondatrici del movimento in Europa, ed è stata parte del gruppo di lavoro del Senato per l’introduzione della legge sulle Società Benefit in Italia. Anna Cogo, all’interno di Nativa, segue direttamente le imprese che decidono di intraprendere il percorso verso Società Benefit e B Corp. In questa intervista Anna traccia una panoramica più che nazionale della distribuzione delle B Corp: la sua è un’analisi globale.

Partiamo dall’Italia. Come si sviluppa la geografia delle aziende virtuose?

Sicuramente ci sono zone e regioni dove il numero di B Corp è maggiore, ma a noi piace parlare di virtuosismo italiano a livello più ampio. Il tessuto imprenditoriale italiano, fatto di aziende medio piccole molte volte famigliari, è naturalmente attento alle tematiche sociali. Queste aziende nascono già con legami molto profondi con il territorio e credo che il successo delle benefit corporation nel nostro Paese venga proprio da queste origini. Oggi possiamo contare 400 Società Benefit (aziende che alla nascita scelgono direttamente questa forma giuridica) e un centinaio di aziende certificate B Corp.

E quante sono invece le aziende che stanno provando a intraprendere questo percorso?

Nella piattaforma di misura degli impatti www.bimpactassessment.net in Italia ad oggi ci sono oltre 1.500 aziende. Non è detto che tutte riescano ad arrivare alla certificazione, ma intanto si stanno misurando. C’è molta curiosità e molta attenzione verso i temi della sostenibilità.

Come sono dislocate queste imprese?

Il Nord vanta numericamente la maggioranza di B Corp in questo momento. Spicca la Lombardia dove sono nate le prime B Corp. Ma i numeri stanno crescendo velocemente in tutta Italia, con aziende di eccellenza in diversi settori come Natura & Benessere (in Puglia) che ha fatto di Martano la città dell’Aloe Vera o Damiano, Società Benefit e B Corp in Sicilia.

Vogliamo lanciare un appello alle regioni che non si sono ancora attivate?

Certamente. Questo è il momento di agire, e tutti gli strumenti per misurarsi e intraprendere il percorso sono gratuiti. Ogni imprenditore può creare il proprio account nel sito www.bimpactassessment.net, può fare l’autoanalisi della sua azienda e ottenere dei suggerimenti su come migliorare. Il tutto è gratuito perché il principio di fondo è che le aziende vanno aiutate e incoraggiate a misurare il loro impatto ambientale e sociale. Se poi l’azienda vuole far uso del marchio è previsto il pagamento di una fee di certificazione a B Lab, che è l’ente non profit che ha inventato il modello.

Al di là delle geografie, quali sono i settori più impegnati?

Il maggior numero di B Corp è nel settore food; a seguire le aziende di servizi. Importante anche il numero delle aziende che si occupano di salute, cosmesi e cura della persona. Seguono le aziende di servizi di consulenza, finanziari, energetici e una parte importante di education e building. Però ci possono essere B Corp in ogni settore perché ogni azienda può migliorare il proprio profilo di sostenibilità.

C’è già una rete forte tra questi imprenditori?

Come dicevamo le aziende certificate B Corp sono quasi un centinaio in Italia, oltre 400 in Europa e oltre 3000 in tutto il mondo. Tra questi imprenditori esiste un network di relazioni: eventi, piattaforme e strumenti online e offline. È abbastanza ovvio infatti che un imprenditore responsabile prediliga fornitori responsabili, e quindi preferisca comprare prodotti o servizi da un’altra B Corp che ogni anno si impegna per migliorare le proprie performance ambientali e sociali. Il fatto di cercare aziende allineate è abbastanza automatico e rafforza il network. Inoltre, a volte queste imprese insieme fanno nascere nuovi progetti, nuovi prodotti, e sviluppano nuove idee.

B Corp Summit 2019 di Amsterdam. Photo credits: Jurre Rompa.

Quale può essere un esempio di un progetto sviluppato dal network?

Ad esempio, due anni fa B Lab ha lanciato la sfida all’inclusione. Attraverso il proprio account ogni azienda poteva scegliere di migliorare le pratiche legate alla diversità e all’inclusione in azienda. La valutazione riguardava, tra i tanti parametri, la diversità presente in azienda, l’equità salariale tra uomini e donne e il bilanciamento del tempo speso in azienda rispetto alle dinamiche familiari. Questa sfida è stata accettata da oltre 700 aziende, che hanno accettato di migliorare almeno tre metriche e si sono impegnate a farlo nei successivi 12 mesi. L’impegno è stato rendicontato e alla fine dell’anno abbiamo visto esattamente a quante persone è cambiata la vita in meglio.

 

In Europa quali sono i Paesi più virtuosi?

Al primo posto c’è l’Inghilterra con oltre 200 B Corp: l’ultima, arrivata qualche giorno fa, è The Guardian, che ha guadagnato la leadership di primo gruppo mediatico certificato. Noi italiani siamo al secondo posto, seguiti rispettivamente da olandesi, francesi e spagnoli.

A livello mondiale invece come si sviluppa la classifica?

Gli Stati Uniti sono i capifila, ma la motivazione è più o meno sempre la stessa: sono partiti prima, anzi nello specifico il modello B Corp è nato lì. Però bisogna specificare che nel grado di velocità con cui crescono numericamente le aziende l’Europa ha superato gli Stati Uniti. E anche il Sud America sta crescendo molto velocemente: l’Argentina ha 98 B Corp, il Brasile 137, il Cile 141.

Quante sono invece in tutto il mondo le aziende che si stanno misurando?

Sono 150.000 le aziende che utilizzano lo strumento di misura B Impact Assessment: le B Corp sono quindi destinate a crescere. Inoltre la piattaforma è stata scelta dalle Nazioni Unite per misurare le performance aziendali rispetto ai sustainable development goals. L’organizzazione no profit B lab e il Global compact delle Nazioni Unite lanceranno online una piattaforma a gennaio 2020 per valutare e migliorare l’operato delle aziende rispetto agli SDGs, e contano di raggiungere ulteriori 100.000 aziende entro il 2030.

E i territori coinvolti come stanno reagendo a questo movimento?

Ogni territorio può attivarsi diffondendo gli strumenti di misura e miglioramento dell’impatto. Prima tra le altre è stata la città di New York, che ha invitato tutte le attività commerciali a farlo. L’idea di fondo è che un’azienda che è attenta agli impatti ambientali e sociali (ad esempio attraverso l’assunzione di categorie svantaggiate di persone, al risparmio di risorse, e che cerca di ridurre la produzione di rifiuti e CO2) è un’azienda che fa bene al territorio e porta coesione sociale. Dopo New York programmi simili sono partiti nelle città di Denver, Rio de Janeiro e San paolo, Santiago, Mendoza, Ginevra, Barcellona.

Come vede il futuro B Corp?

È un movimento che desta grandissimo interesse, in continua espansione e che vede coinvolte migliaia di persone, imprese, università e tante menti. Insieme stiamo cercando di cambiare quel modello di business che ci ha regalato un grande benessere, ma che necessita di migliorare per traghettarci nel futuro desiderato.

 

Foto di copertina by Artem Beliaikin on Unsplash

Giornalista per indole, fotografa per passione. Immagina, progetta e scrive dall'ultimo anno di materna. Ama vedere la realtà da alternativi punti di vista e non crede nei confini netti, né geografici né sociali. Ama ascoltare e crede nel potere della parola, quella viva, quella materia prima che può insegnare, educare e coinvolgere. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in comunicazione ha lavorato 10 anni per una casa editrice bolognese. Oggi, oltre a essere responsabile di redazione di Senza Filtro gestisce la comunicazione per l'Associazione Epilessia Emilia Romagna. Inoltre collabora con Terzo Tropico, un’associazione culturale che realizza reportage, mostre e volumi fotografici. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

X