Editoriale 74 – Benedetti Toscani

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La Toscana la guardano tutti.

La Toscana sa di piacere.

La Toscana la copiano.

La Toscana non è più come sembra.

La spiano più o meno da ogni pezzo di mondo e lo fanno da secoli ma, come tutti i belli, lei si è sforzata sempre poco e ha incassato puntuale gli interessi: il solito limite di chi va avanti al minimo scommettendo sulla fortuna dell’estetica senza puntare minimamente al carattere. No, questa va detta meglio: i toscani ce l’hanno e come un carattere – diverso, sfumato, pezzato da nord a sud e da est a ovest – ma non lo hanno mai messo su un tavolo comune, ci si sono solo fatti le guerre intorno. L’alluvione del ’66 fa testo fino a un certo punto: con quattro metri e ottantotto d’acqua, è inevitabile che il noi si rimpiazzi all’io.

La storia a un certo punto devi liberarla se vuoi evitare che creda troppo in se stessa e non si rinnovi mai; forse è stato questo il passo falso con cui la Toscana non si è più andata a cercare con convinzione la voglia di rimettere in moto una spinta che non fosse il ricordo del passato. La macchina andava anche da sola, il mondo e l’Italia stavano comunque a guardare e allora bene così. Il Rinascimento, invece, era finito da tempo.

Ma quanto potrà durare, ancora? Non è detto che le città vivano eterne, per lo più quando il fascino è tale da generare persino un fastidio: una certa volgarità tutta moderna cerca proprio politiche fragili e comunità distratte per accanirsi contro una bellezza che disturba e infastidisce. Si finisce tacitamente per acconsentire che la imbrattino fino a farla vergognare, spesso costringendola alla ritirata. Firenze è una delle città d’arte al mondo col maggior numero di copie al posto degli originali. 

Dante è celebrato in Santa Croce ma è sepolto a Ravenna, tanto era il rancore verso la sua Firenze. La Gioconda tocca vederla disegnata in strada prima che qualche vigile la faccia cancellare all’artista di turno coi gessetti ancora in mano. Michelangelo disegnò il rivoluzionario Ponte di Santa Trinita sull’Arno standosene a Roma perché dai Medici, a un certo punto, se ne era voluto andare. I toscani non sono più quelli di una volta, la politica ha piegato il genio al potere e si è del tutto scordata che la bellezza imposta dall’Umanesimo era parte sostanziale del progetto per la civitas e non la scusa. Oggi la Toscana è un marchio con cui ci si pulisce la bocca per dire valore. Il personal branding più inattaccabile della storia lo inventarono Giotto, Dante, Brunelleschi, Cimabue e tutti gli altri: nonostante il tempo qui si sia fermato e nonostante politici e Istituzioni continuino a gareggiare come se ci fosse ancora da difendersi e murare, il mondo continua a chiamare questa terra benedetta. In Toscana vecchio e nuovo hanno un sapore sovrapposto che si impasta in bocca ma non esce il gusto.

La Toscana è piena di occasioni perse o non colte che nei secoli continuano a partorirne altre, e ancora altre; una instancabile genetica. Giochi di potere e spaccature da un Comune all’altro, ieri come oggi. C’è una latente soggezione del passato, quasi che i toscani avessero paura di scordarlo non essendosi mai sforzati di pensare a un futuro. Col tempo, essere toscani è diventato più un passe-partout che un sentimento.

«Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti e dai sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere». È Stendhal che lo scrive nel 1817 durante il suo Grand Tour a Firenze, sua è anche la arcinota sindrome.

Graziella Magherini è la psichiatra fiorentina che nel 1977 si prese la briga di analizzare tutte quelle reazioni psicofisiche davanti alle opere d’arte che facevano sudare e svenire. Del suo studio non si legge mai nulla eppure lo sforzo fu grande nel catalogare i sintomi di circa 110 pazienti, perlopiù di sesso maschile fra i 25 e i 40 anni e con un buon livello di istruzione. Turisti che viaggiavano da soli, provenienti sopratutto da Europa Occidentale o Nord-America, tutti estremamente interessati all’aspetto artistico del viaggio che stavano facendo. Il dato costante era che il disagio iniziasse a manifestarsi poco tempo dopo l’arrivo a Firenze e sempre all’interno di musei mentre guardavano opere d’arte. Chi reagiva con percezioni deliranti, chi con reazioni fisiche, chi con disturbi affettivi e dell’umore. Molti psichiatri a noi contemporanei tagliano corto bollando tutto come un prototipo dei moderni attacchi di panico. In un modo o nell’altro la sindrome di Stendhal era reale e colpiva come un’arma bianca.

Certo non si può rinascere troppe volte, come è già successo alla Toscana. Firenze ha su di sé ben 5 alluvioni disastrose e ogni volta ci ha lasciato pelli e pezzi ma si è sempre rimessa a nuotare. Il Rinascimento del resto è figlio suo, così come il senso di grazia e di misura.

Firenze è sempre stata la figlia maggiore, istruita e composta in pubblico ma cinica e sguaiata in privato, la portavoce di casa e il buon esempio da dare alle sorelle che ancora se le mandano a dire come fosse pieno Medioevo. 

Questa è la regione che forse più di ogni altra testimonia l’identica natura fronte-retro dell’Italia: la stessa inerzia, lo stesso inestimabile volume d’arte e di bellezza, la stessa presunzione di farcela pur stando fermi o muovendosi quel poco che serve, la stessa distanza tra i cittadini e una conoscenza seria della propria storia.

La terra che vanta di avere in tasca l’italiano perfetto, in realtà comunica male e comunica vecchio.

Toscana è un marchio di qualità che, a pronunciarlo, apre ancora il mondo ma non si è saputa riconvertire a un nuovo corso.

Firenze è rimasta ferma alla sua cartolina ma chi le spedisce più le cartoline?

Ha ancora troppo trucco addosso e troppa cipria che viene da lontano; sarebbe splendida acqua e sapone, più umile anche agli occhi delle province sorelle.

Parlando coi rarissimi fiorentini rimasti ancora in centro, qualcuno ogni tanto lo chiama ancora Lorenzo, solo col nome, come diresti a un amico; la città è però orfana di padri recenti e l’eredità è pesante da reggere.

Dentro Santa Croce, che è il pantheon della nostra storia d’Italia, Michelangelo e Galileo stanno l’uno di fronte all’altro, l’arte e la scienza, col primo che morì tre giorni dopo la nascita del secondo quasi fosse un passaggio di testimone – mai raccolto – tra la potenza della perfezione nelle forme e il bisogno di un dialogo attraverso la ragione. Invece ancora oggi siamo ancora alle abiure, alla rincorsa verso la torre più alta e ai giochi di potere per qualche metro di aeroporto o per un pugno di voti.

Se tornasse Stendhal, si chiederebbe come mai quegli stessi quadri non lo fanno più svenire. Poi si guarderebbe intorno e capirebbe che anche l’arte ha fame e sete di bellezza dalla gente che la vive e vedrebbe tutta la nostra aridità mista a ignoranza, e vedrebbe tutte le occasioni perse. Farebbe finta di svenire e cadrebbe comunque a terra ma solo per educazione e solo per non fare un torto al passato.

Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Con la laurea in giurisprudenza, per scelta non ha mai intrapreso alcuna delle classiche strade. Dal 2008 al 2017 Responsabile della Comunicazione e Segretaria di direzione per una grande azienda pubblica del settore ambiente dove ha sviluppato progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Dal 2012 contribuisce a creare e coordinare progetti per la business community FiordiRisorse. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, il Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR. [ Guarda tutti gli articoli ]

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