Denatalità: una bambina si copre gli occhi

Che mondo sarebbe senza figli?

Analizziamo gli ultimi dati sulla denatalità italiana con alcuni esperti: quali sono i possibili scenari e quali le soluzioni, confrontandoci con l'estero?

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Ultimi romantici. Potremmo definire così, riprendendo un’espressione molto in voga sui social, chi  decide di avere un figlio oggi – donne e uomini indistintamente. A confermarlo i dati recenti sulla natalità in Italia, che dimostrano come il nostro sia un Paese tutt’altro che prolifico: secondo l’Istat il numero di nascite del 2019 è pari a 435.000, il più
basso riscontrato finora, mentre quello di figli per donna si attesta a 1,29 come nel 2018. Per non parlare della progressiva diminuzione del numero di donne in età feconda, con un crescente invecchiamento della popolazione.

Ma che cosa succederebbe se si proseguisse in questa direzione? Se insomma smettessimo di fare figli?

Abbiamo commentato i dati e ragionato su questi scenari con chi da anni se ne intende e in qualche modo si pone le nostre stesse domande.

 

Fare o non fare figli è una scelta. Ma in Italia è anche una rinuncia

“Oggi registriamo che i giovani fini a 14 anni di età rappresentano appena il 13% della popolazione totale, mentre gli ultrasessantacinquenni, in progressiva crescita, rappresentano il 23,1%. Il 63,9% della popolazione, d’altro canto, ha età compresa tra 15 e 64 anni, e anche per questa importante componente da qualche anno si è avviato un discreto processo di riduzione”, spiega Marco Marsili, ricercatore Istat.

Gli fa eco Alessandro Rosina, docente di demografia e statistica sociale e autore del libro Il futuro non invecchia, in cui analizza proprio le dinamiche legate alla denatalità in rapporto ai giovani: “La combinazione di questi due fattori, diminuzione delle donne in età riproduttiva e del numero di figli per donna, ha portato a un quadro più fosco di quanto ci si poteva attendere, in quanto secondo le proiezioni Istat del 2011 il numero annuo di nati nei prossimi decenni era previsto mantenersi sopra 500.000, mentre risulta già sceso fortemente al di sotto. Inoltre, negli ultimi anni anche la fecondità delle donne straniere residenti in Italia è scesa sotto i due figli per donna”, il che significa che il calo del numero di nascite da donne italiane non è compensato da quello relativo alle straniere residenti nel nostro Paese.

Ad aggiungere un altro tassello chiave per l’interpretazione di questo quadro è Titti Di Salvo, politica e sindacalista, da tempo esperta di temi legati alla genitorialità: “È dimostrato che il tasso di fecondità di 1,2 per donna sia esattamente la metà del desiderio di genitorialità. Essere madre, e padre, non è certo un destino, ma la situazione che abbiamo di fronte ci parla prevalentemente di una rinuncia”.

Va aggiunta una cosa: fare figli non è un obbligo e ci sono sempre più donne e uomini che scelgono per varie ragioni di non averne. I dati finora evidenziati, però, sembrano dire che i figli non si fanno, o se ne fanno di meno, non perché manchi la volontà, ma perché in qualche modo non ci sono una serie di presupposti che in caso contrario avrebbero probabilmente portato in un’altra direzione.

Per la Di Salvo questo risultato “era prevedibile. Innanzitutto perché gli ostacoli alla libera scelta di maternità e paternità non sono stati rimossi, anche se qualcosa comincia a muoversi. Parliamo di ostacoli che derivano dal lavoro che non c’è o è precario, e in particolare dalla bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro; dalle difficoltà per una donna madre ad accedere o a mantenere il posto di lavoro; dal costo e dalla scarsità degli asili e dei servizi; dalla persistenza degli stereotipi per i quali ancora oggi la quasi totalità del lavoro di cura è sulle spalle delle donne”.

 

Denatalità: conseguenze catastrofiche e possibili soluzioni

La denatalità, secondo la sindacalista, “ha un forte impatto sullo sviluppo del Paese, per ragioni intuitive, in quanto un Paese in cui l’età media continua a innalzarsi, con una percentuale sempre più alta di ultrasessantacinquenni, si priva dell’energia e della capacità di innovazione dei giovani. Siamo in presenza del paradosso della somma delle culle vuote con la fuga di ragazzi fuori dal Paese alla ricerca di opportunità di futuro. Ma le motivazioni sono anche socioeconomiche: in particolare il nostro sistema previdenziale pubblico è finanziato dai contributi di chi lavora, perché si fonda su un sistema a ripartizione; cioè le pensioni dei pensionati sono pagate dai contribuenti. Un rapporto sbilanciato tra chi lavora e chi è in pensione fa saltare l’equilibrio del sistema”.

A fronte di un calo delle nascite si registra quindi una fuga sempre maggiore dei pochi giovani rimasti, il che vuol dire meno forza lavoro e un crescente invecchiamento della popolazione, destinato a non arrestarsi, con le conseguenze del caso sul sistema previdenziale. Rosina è molto chiaro sul tema: “Secondo le stime della Ragioneria Generale dello Stato, il peso di chi ha 65 anni e oltre sulla popolazione tra i 20 e i 64, attualmente sotto il 40%, salirà fino a circa il 68% nel 2050. L’impatto sull’economia e sulla sostenibilità della spesa sociale di tale squilibrio demografico è però accentuato dai criteri di accesso alla pensione e dal numero di effettivi lavoratori tra le persone in età attiva. Facendo sempre riferimento alle stime della Ragioneria Generale dello Stato, il numero di pensionati è destinato a salire di quasi tre milioni di persone, a fronte della riduzione di circa un milione e mezzo di occupati. Secondo il recente rapporto Ocse Working Better with Age, se si mette chi effettivamente ha un lavoro sul primo piatto della bilancia e nel secondo chi risulta economicamente inattivo o in pensione, il rapporto rischia di diventare di 1 a 1. Si andrebbe, così, a configurare uno degli scenari peggiori al mondo”.

Tutto è perduto allora? Ovviamente no, spiega Marsili: “Esistono delle soluzioni che però richiedono, come per tutte le questioni demografiche, visioni di lungo termine. Queste soluzioni si chiamano, a mio modo di vedere, politiche di sostegno alla natalità; politiche di inserimento giovanile nel mondo del lavoro con abbattimento del tasso di disoccupazione tra i giovani; politiche abitative per i giovani, ad esempio mutui agevolati; politiche di innalzamento dei tassi di attività delle donne, oggi tra i più bassi in Europa; e infine politiche intelligenti sull’immigrazione e sull’integrazione dei cittadini stranieri, con l’obiettivo di attirare il miglior capitale umano sparso nel mondo. Altrimenti, onde garantire la stessa ricchezza di oggi con meno lavoratori e più anziani, l’unica soluzione rimane quella di incrementare la produttività pro capite”.

A proposito di politiche di sostegno alla natalità, oggi un punto di partenza per la Di Salvo è rappresentato dalla “proposta di assegno universale dal settimo mese ai 26 anni, con un aumento sostanzioso del congedo di paternità obbligatorio, incentivando quindi la condivisione delle responsabilità genitoriali, con la gratuità degli asili nido e la predisposizione di risorse per nuovi asili. A mio parere sarebbe anche necessario un tavolo tra governo e imprese per predisporre misure che incentivino l’occupazione femminile e un’organizzazione del lavoro meno rigida. Perché questo è il nodo principale da affrontare. Per orientare l’insieme delle misure strutturali necessarie e la loro efficacia, occorre la consapevolezza che si tratta di scelte che investono la responsabilità pubblica, non semplicemente individuali”.

 

Quando la Germania faceva meno figli dell’Italia

Ancora una volta a venirci in soccorso sono gli esempi di altri Paesi.

“In Italia il welfare c’è, ma è concentrato soprattutto sul versante previdenza e assistenza, cioè verso il vertice alto della popolazione, gli anziani. Più di recente un caso virtuoso pare essere quello della Germania. Quindici anni fa la fecondità tedesca era inferiore a quella italiana, circa 1,2 figli per donna. Poi è stata lanciata una forte politica di sostegno familiare che ruota intorno al principio che un figlio è anche un investimento nel futuro della nazione, oltre che l’espressione di un desiderio familiare. Per cui assegno universale a tutti i neonati fino alla maggiore età, a prescindere dalla fascia di reddito della famiglia. Risultato: oggi la fecondità in Germania è salita a 1,6 figli per donna. Il punto principale è, quindi, che per fare buone politiche famigliari occorre, oltre che una discreta dote di fondi pubblici, anche avere delle prospettive di lungo termine prima di vedere dei risultati. Le politiche tampone di breve periodo, come ad esempio quelle testate nel nostro Paese, non danno grandi frutti”, conclude Marsili.

Rosina si sofferma anche sul caso Francia: “Il confronto con la Francia è istruttivo perché ha una popolazione simile alla nostra, con analogo numero di anziani e adulti, ma noi abbiamo molti meno giovani come conseguenza della accentuata denatalità. Il confronto dimostra come un Paese che sostiene in modo continuo e solido le famiglie, sia con sistema fiscale favorevole che con adeguati servizi, possa mantenere una fecondità vicina ai due figli per donna, e quindi anche una struttura demografica più equilibrata. L’Italia ha soprattutto bisogno di fare un forte investimento perché le scelte famigliari siano sostenute sul versante economico e messe in relazione positiva con quelle lavorative, ben integrate tra loro, non in collisione l’una con l’altra. Ma, al di là di singole misure, serve un cambio di paradigma che porti a considerare le misure a favore della famiglia e delle giovani generazioni all’interno delle politiche di sviluppo del Paese”.

Per avere una risposta adeguata alla domanda iniziale forse bisognerebbe quindi allargare il punto di vista, iniziando finalmente a pensare alla maternità e alla natalità non solo come a un fatto personale, ma come a un tema dai risvolti demografici, sociali ed economici che ci riguarda tutti. Magari così riusciremo a salvare gli ultimi romantici dall’estinzione.

 

 

Photo by Caleb Woods on Unsplash

35 anni, di cui dieci dedicati ad approfondire i temi della formazione e dell’occupazione, soprattutto giovanile. Giornalista professionista e, come dicono quelli bravi, web content manager. Per il pubblico a casa redattore web impegnato a combattere in prima linea la personale crociata quotidiana anti refuso. Il suo mondo ideale contempla quasi esclusivamente viaggi e buona cucina. Al supermarket degli aggettivi ne sceglierebbe quattro: ironica, determinata, logorroica e caciarona. Un difetto: è della Vergine. [ Guarda tutti gli articoli ]

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