Ecodistretti ai blocchi di partenza

L’ecologia sbarca, forse, nel distretto. Può essere questa la chiave di volta messa a punto dai distretti industriali italiani per far fronte alla crisi, ma è necessario definire ciò che si intende come ecodistretti e fare il punto sulle differenze tra questi e i distretti veri e propri. Anche per dare una prospettiva, che vedremo […]

L’ecologia sbarca, forse, nel distretto. Può essere questa la chiave di volta messa a punto dai distretti industriali italiani per far fronte alla crisi, ma è necessario definire ciò che si intende come ecodistretti e fare il punto sulle differenze tra questi e i distretti veri e propri. Anche per dare una prospettiva, che vedremo alla fine, agli sviluppi futuri di veri e propri ecodistretti a 360 gradi. I distretti industriali, secondo il rapporto Istat pubblicato il 24 febbraio 2015 e che riguarda i dati del 2011 – e questa dell’arretratezza di dati e analisi sarebbe una questione a cui dedicare un intero articolo – occupano il 37,9 degli addetti della manifattura italiana, il 92,2% sono specializzati in produzioni tipiche del Made in Italy – ma non si pensi solo alla moda, meccanica, meccatronica ed elettronica sono ben presenti – e rappresentano un quarto dell’economia del paese. Una realtà importante, quindi. I distretti industriali sono nati all’interno delle dinamiche dello sviluppo economico del dopoguerra nelle “nicchie” lasciate libere dalle grandi aziende da un lato, oppure come indotto di queste. Si pensi, per quanto riguarda il secondo caso, al distretto dell’auto attorno a Torino, o a quello dell’informatica che tenta faticosamente una nuova identità nei dintorni d’Ivrea, mentre nel primo, a quello della ceramica di Sassuolo o della meccanica agricola dell’Emilia Romagna che si sono sviluppati in maniera autonoma. I denominatori comuni di entrambe le tipologie di questi distretti sono stati i profondi legami con il territorio e i corpi sociali, una salda “solidarietà” di distretto tra tutti gli attori e una notevole distanza dalla politica nazionale. Si tratta in generale di distretti produttivi “tematici”, ossia legati a produzioni specifiche quali, per esempio, la ceramica per Sassuolo, la carta per Capannori e Treviso per mobile-legno. E questo sul fonte della conversione ecologica è sia un pregio, sia un difetto.

La definizione di ecodistretti che ha ispirato gli obiettivi del Rapporto 2012 redatto da Ambiente Italia per le regioni appartenenti alla rete Cartesio, infatti, recita: «verificare l’applicazione di un approccio di cluster alle politiche di sostenibilità da parte dei distretti produttivi italiani». Si tratta, quindi, nella maggior parte dei casi, di innovazioni di processo verso la sostenibilità – molto diffuse – e solo in qualche raro caso di innovazione di prodotto. E i numeri comunque sono confortanti. Il 21,3% dei distretti è dotato di tutte le infrastrutture per la gestione idrica sostenibile, il 41% utilizza impianti per la produzione d’energia da fonti rinnovabili, il 62% possiede agenzie per l’innovazione, il 25% mette in campo le Bat (Best tecnology available), nel 46% dei casi ci sono aziende che utilizzano marchi per la qualità ambientale, mentre sul fronte dell’innovazione ecologica le progettualità dei distretti sul fronte ambientale riguardano i “cambiamenti climatici” per il 49% – attenzione alle virgolette, ricordatele. Secondo il rapporto GreenItaly di Symbola, tra il 2008 e il 2012, le imprese italiane – appartenenti o no ai distretti hanno diminuito – tutti i numeri sono per unità di prodotto e pertanto “depurati” dagli effetti della crisi – gli input energetici del 20,3%, dell’ 8,9% le emissioni atmosferiche, del 6,8% la produzione di rifiuti, ed è aumentato del 5,1% il recupero di materia. In totale, l’impatto ambientale è diminuito del 7,7%.

Tutto bene quindi? Forse.

Il trend è di sicuro positivo, ma bisogna fare attenzione a inserire i dati nel contesto industriale. Vediamo come. Le percentuali sugli input energetici e quindi sulle emissioni riguardano, ovviamente, l’energia, e la sola via per produrre lo stesso prodotto con un quinto di risorse energetiche in meno è l’efficienza energetica. Ossia fare lo stesso con meno, così come è in questo solco il recupero di materia. Bene, allora analizziamo con cura i driver industriali di tutto ciò. Si tratta di pratiche aziendali tese ad aumentare la marginalità delle aziende attraverso il risparmio su energia, materie prime e anche rifiuti – visto il sempre maggiore costo per lo smaltimento – tutti comportamenti che hanno importanti risvolti ambientali, ma sono in primo luogo dettati da una sana gestione aziendale. Ecco quindi spiegata la percentuale legata ai “cambiamenti climatici” appartenente ai distretti. «L’efficienza energetica l’ho applicata prima di tutto come buona pratica aziendale. – spiegava alcuni anni fa Pasquale Pistorio, che applicò per primo questa pratica quando guidava l’industria specializzata in microchip Sgs. Poi possiede anche delle enormi valenze ambientali». Ecco quindi come la quasi totalità dei comportamenti aziendali considerati green, in realtà non abbiano un driver green, e in questa chiave si piega anche la definizione, corretta, fatta per quanto riguarda gli obiettivi dal rapporto sugli ecodistretti. E sia chiaro che considero questi risultati ottimi, ma che non possono essere ritenuti un punto d’arrivo, bensì una base di partenza.

La dimostrazione nei fatti, specialmente da parte degli ecodistretti, ci dice che è possibile coniugare seppur parzialmente ambiente ed economia; questo dovrebbe insegnare parecchio a decisori e politici, ma è necessario un salto di qualità. La fase due degli ecodistretti, infatti, sarà quella di una saldatura tra imprese e cittadinanza che vada oltre all’aspetto occupazionale in tema di processi, prodotto e mercati. La produzione energetica distribuita da parte dei cittadini potrà essere messa a disposizione delle imprese che magari utilizzeranno come materia prima-seconda i rifiuti selezionati in maniera accurata dai cittadini stessi, sviluppando così una catena del valore circolare. Utopia? Forse, ma una piccola cosa simile succede a Dobbiaco e San Candido, due comuni in Alto Adige, a oltre 1.000 metri d’altezza, dove una centrale a biomasse alimentata dagli scarti delle segherie teleriscalda 1.200 famiglie che la gestiscono tramite una cooperativa, producendo anche energia elettrica. Risultato: meno rifiuti, azzeramento della CO2 e soprattutto bolletta del riscaldamento dimezzata.

Chiudere il cerchio fa bene al portafoglio e all’ambiente, ma bisogna uscire dalle imprese e dai distretti che comunque per una ragione o per l’altra la via ecologica l’hanno imboccata.

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