Fabrizio Pregliasco, ANPAS: “Volontari COVID discriminati sul lavoro”

Il virologo e presidente ANPAS Fabrizio Pregliasco parla dei volontari del COVID-19 e della convivenza col virus durante la ripresa delle attività. Non poche le discriminazioni segnalate.

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Anche i volontari lavorano, spesso ce lo si dimentica. Oltre a prestare gratuitamente la loro opera per importanti attività a supporto degli altri, si organizzano per riuscire a conciliare tempo ed energie da dividere con la loro vita privata e, non da ultimo, lavorativa. Tanto di cappello per queste capacità, se non che, ai tempi complicati del coronavirus, si verificano situazioni che sgretolano i confini tra le due sfere, creando vere e proprie problematiche. Una di queste è testimoniata da una realtà storica come ANPAS – Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze, in prima linea nel fronteggiare l’emergenza sanitaria con servizi di soccorso sanitario e trasporti ordinari.

Verso fine aprile scorso, infatti, ANPAS ha inviato una comunicazione ufficiale al Ministero della Salute e al Ministero del Lavoro, appoggiata dal terzo settore, in cui chiede esplicitamente una modifica normativa affinché nei luoghi di lavoro non vengano discriminati i volontari e le volontarie che fronteggiano l’emergenza COVID-19. La normativa alla quale ci riferiamo altro non è che il Protocollo condiviso di regolazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus COVID-19 negli ambienti di lavoro. Le situazioni di pressioni e discriminazioni sul luogo di lavoro non sono purtroppo mancate sia per i volontari in ANPAS che nelle Misericordie e Croce Rossa Italiana, con il risultato di togliere risorse preziose dal fronte del soccorso.

Per l’occasione abbiamo intervistato chi conosce a fondo l’ambito, e anche la questione dal punto di vista medico: parliamo del presidente ANPAS Fabrizio Pregliasco, noto virologo e ricercatore, oltre che direttore sanitario dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, il quale si è reso disponibile per confrontarsi con noi su questo aspetto urgente. A maggior ragione ora che l’attenzione comincia a focalizzarsi di nuovo sul tema lavoro.

Prima però facciamo un’importante premessa. ANPAS pone in discussione il punto 2 della normativa, in cui si afferma: “Il datore di lavoro informa preventivamente il personale, e chi intende fare ingresso in azienda, della preclusione dell’accesso a chi, negli ultimi 14 giorni, abbia avuto contatti con soggetti risultati positivi al COVID-19 o provenga da zone a rischio secondo le indicazioni dell’OMS”.

La risposta di ANPAS è netta nell’affermare che i volontari non rappresentano un pericolo, come esplicita la nota: “Tutti i nostri volontari operano nel pieno rispetto delle norme, utilizzando adeguati dispositivi di protezione necessari per evitare il contagio attivo e passivo del virus. Oltre alla condivisione dei vari protocolli con le aziende sanitarie locali, sin dall’inizio dell’emergenza ANPAS è impegnata in un costante presidio di tutela della sicurezza per la salute dei volontari e degli operatori anche attraverso formazione riguardante i dispositivi di protezione individuale”.

 

 

Dott. Pregliasco, partiamo dai casi di discriminazione che vi sono stati segnalati: che cos’è successo?

Si tratta di situazioni che hanno portato i lavoratori interessati a dover abbandonare la loro attività di volontariato come soccorritori o ad avere delle vere e proprie discussioni. Queste dinamiche non derivano solo dai datori di lavoro, ma anche da parte di colleghi che fanno pressione sul titolare perché spaventati dall’idea di un possibile contagio. Tutto questo risulta molto difficile da “controllare”, ma stiamo portando legalmente la nostra posizione al ministero per cambiare le cose. Ribadiamo infatti che quando si indossano i dispositivi di protezione individuali anche il contatto stretto non è considerato un vero contatto. Quello dei risvolti discriminatori è un problema che riguarda anche i medici e gli infermieri, che incontrano difficoltà persino nei condomini in cui abitano, e sempre per paure infondate.

Una situazione paradossale, visto che i volontari hanno sempre fornito aiuto in risposta all’emergenza e sanno che cosa affrontano.

Esattamente. Inoltre sono tutti monitorati a più livelli.

Quante sono state finora le segnalazioni?

Un numero preciso di riferimento ad oggi non è disponibile, ma ci sono segnalazioni che si susseguono in diverse regioni e in differenti situazioni. Ho avuto due casi anche nell’associazione in cui sono volontario.

Le regioni con più segnalazioni di soccorritori discriminati sul lavoro quali sono state, finora?

La sofferenza maggiore a livello di pressioni e discriminazioni l’abbiamo rilevata in Lombardia, in parte in Piemonte, e in Toscana. Parliamo di aziende di vario tipo e di diversa dimensione.

I ministeri a cui avete inviato la comunicazione si sono attivati per la modifica richiesta?

No, stiamo aspettando.

Le lavoratrici e i lavoratori attivi nel soccorso che nel frattempo dovessero imbattersi in queste situazioni spiacevoli come si possono tutelare, in ambito lavorativo?

Purtroppo permane il problema che devono dichiarare di non avere contatti con persone affette da COVID-19 per poter rientrare nel luogo di lavoro. Al contempo, va fatto notare che è lo stesso Ministero della Salute a dichiararli “non contatti” veri e propri, perché sono sotto sorveglianza sanitaria e provvisti di dispositivi adeguati.

Nello specifico in che cosa consiste la sorveglianza sanitaria?

È presente il controllo da parte del direttore sanitario della sezione, con l’aggiunta, ora, della possibilità di fare anche i tamponi.

Questa deriva discriminatoria scaturisce secondo lei da timori legati al momento, da pregiudizi o dalla disinformazione?

Penso derivi da una forte paura di contrarre il virus, esasperata dal momento che stiamo vivendo.

È probabile che queste persone siano state suggestionate dalle notizie sui decessi da COVID tra il personale medico e infermieristico, e ora, sbagliando, credano che anche chi soccorre sia a rischio?

Sicuramente. Proprio per questo va ricordato che i decessi sono accaduti nella fase inziale, quando c’erano numerosi casi, non si era preparati al virus e non tutti i dispositivi erano disponibili. Una situazione decisamente diversa rispetto a ora.

Lei è virologo e opera in ANPAS. Intrecciando le due esperienze e guardando al futuro le chiedo: il volontariato può convivere con il virus?

Emergerà essenzialmente l’idea di andare avanti. Questa emergenza ha rilanciato nuovi servizi. Noi c’eravamo un po’ appoggiati sulle attività istituzionali, e invece ora ci siamo reinventati recuperando quello che facevano cent’anni fa i nostri nonni con le prime pubbliche assistenze. Al centro resta un’attenzione generale ai bisogni.

Per il volontariato in generale che cosa è possibile ipotizzare riguardo al ripristino delle attività in presenza?

È chiaro che non si tratta di una cosa istantanea, ma con i dispositivi adatti e la riduzione dei casi si potrà convivere con il virus più serenamente. Questo anche per quanto riguarda le attività in cui il distanziamento sociale risulterà ridotto.

Restare a casa è stato fondamentale per la prima fase, ma ora, per motivi impellenti non solo di lavoro, ma anche di salute e disabilità, non tutti possono permetterselo. Da virologo, per quanto riguarda le professioni e le necessità che non sempre possono prevedere il distanziamento sociale, che cosa ci può dire?

Con le giuste prassi si può convivere con il virus, stiamo anche riaprendo gli ambulatori e facendo formazione al riguardo. Occorre avere fiducia mantenendo sempre alta l’attenzione e seguendo le regole di prevenzione, tra cui una scrupolosa igiene delle mani. Quando non può esserci il distanziamento sociale per i motivi citati, si possono usare i DPI, la visiera, il sovra-camice e altri presidi specifici. Pensiamo anche alle bardature per attività che richiedono aerosol, come quando si va dal dentista, ad esempio. Gli altri problemi di salute non vanno mai dimenticati, e nemmeno il fatto che occorre lavorare.

Scrive fin da quando ha acchiappato in mano la sua prima matita e da allora la passione di raccontare e incontrare le storie non è mai sbiadita. Dal 2005 lavora come giornalista e responsabile ufficio stampa occupandosi soprattutto di diritti, ambiente, inclusione lavorativa, sanità e disabilità. Nel curriculum una laurea in Antropologia Filosofica, un master in comunicazione di eventi e tre libri. In testa la costante voglia di partire anche se il viaggio più emozionante glielo fanno fare ogni giorno i suoi bambini. “Io sono una parte di tutto quello che ho incontrato”. La frase di Tennyson rappresenta al meglio il suo modo di vivere la vita, il lavoro e le esperienze. [ Guarda tutti gli articoli ]

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