Essere di Matera: anziani su una panchina di pietra che osservano la città

Ma Matera sta in Puglia?

Essere di Matera, sessant'anni fa, significava vergogna. Un decennio fa, oblio. Oggi, invece, per tutti i materani e per il Sud è il momento del riscatto.

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Ah, quindi eri di Matera!

Mi saluta così Alessandro, potentino trasferito a Matera e titolare di un negozio di abbigliamento maschile, quando ci conosciamo una domenica mattina di primavera, e chiacchierando gli dico che sì, vivo lontano da oltre vent’anni, ma sono di Matera e mi sento materana. Aggiungo che sono tornata da poco a vivere nella mia città, sia pure temporaneamente.

Mi apostrofa così, davanti alla mia sorpresa per i tanti turisti che vedo passeggiare per il centro, e alle mie domande sui nuovi negozi e i nuovi locali: eri di Matera, al passato. Forse è tutta qui la chiave dell’inatteso senso di estraneità e smarrimento che provo da quando sono tornata in quella che, nonostante il tempo, le assenze e le distanze, per me è sempre “casa”.

 

Essere di Matera, ieri

Ero di Matera quando, liceale, i genitori sconsigliavano ai figli di andare nei Sassi, il centro, storico e abbandonato, buio e mal frequentato, che al massimo vedevamo dai punti panoramici di piazza Vittorio Veneto e di piazzetta Pascoli, nella parte alta della città affacciata sulla storia, ma a debita distanza. Per la serie “guardare e non toccare”: la mia generazione (classe ‘76) è stata forse l’ultima a non vivere i Sassi e ad avere con loro un rapporto conflittuale.

Abbiamo ascoltato da piccoli le voci del passato, grazie a genitori e nonni, immaginando quei rioni animati di gente, con il vicinato povero ma ricco di sentimenti veri, le porte di casa spalancate e i bambini seduti fuori ad aspettare, e a imparare il senso dell’attesa. Abbiamo iniziato a comprendere il senso della fiducia e il valore della reciprocità, dello scambio. Ma non li abbiamo mai vissuti, non abbiamo mai percorso quei vicoli, non abbiamo mai ascoltato il silenzio dei passi la sera o le risate che rallegrano i pomeriggi. Qualche anno dopo sarebbe arrivata l’Unesco, Matera sarebbe stata riconosciuta Patrimonio dell’Umanità, e nei Sassi sarebbero sorti i primi locali. Qualche temerario e visionario pioniere sarebbe tornato a vivere gli antichi rioni, contribuendo alla loro rinascita.

Ero di Matera quando, universitaria a Roma, ai compagni di corso che mi chiedevano di dove fossi rispondevo appunto “di Matera”, e poi aggiungevo circospetta (neanche fossi stata appassionata di indagini e statistiche): conosci? Ah Matera, certo che conosco, sono stato più volte in Campania. Oppure: Matera, come no, è indicata sull’autostrada che da Roma porta a Teramo! Oppure ancora: Matera, in provincia di Bari, giusto? La geografia, questa sconosciuta. Ai loro occhi, e a quelli di buona parte d’Italia, provenivo da una terra pressoché ignota, ma meno agli stranieri che ai miei connazionali. Ricordo sorridenti giapponesi qui in anni non sospetti, a fotografare e filmare la festa patronale di Maria Santissima della Bruna, note arcaiche e primordiali, in cui ogni anno prende vita e si celebra il divenire della natura: distruggere per poi ricreare.

 

Matera, il caso di Trenitalia e della stazione fantasma

Ero di Matera anche quando, nel 2005, Trenitalia ha lanciato un’importante campagna promozionale per presentare una nuova offerta commerciale, con spot radio e tv sulle reti nazionali, in cui si invitava il viaggiatore a comprare un biglietto “per andare a trovare lo zio Pietro a Matera”. Bello, bellissimo, se non fosse che Matera, ieri come oggi, non ha la stazione. Il sindaco dell’epoca, Michele Porcari, scrive una lettera all’amministratore delegato di Trenitalia chiedendo il ritiro immediato dello spot.

Il colmo vuole che Matera sia stata tra i primi capoluoghi italiani, nel 1906, a chiedere la realizzazione di una stazione ferroviaria, a conferma che spesso i primi sono gli ultimi, o non arrivano proprio. Saltano teste alla direzione marketing e all’agenzia pubblicitaria che aveva ideato la campagna, ritenuta quantomeno ingannevole dai materani e dai lucani. Come ingannevole, a mio avviso, è pure la recente pubblicità delle nuove tratte per Matera da parte dei due maggiori operatori, Trenitalia e Italo. Dopo anni di pendolarismo il tema interesserebbe anche me, se fosse vero che finalmente è possibile raggiungere la mia città in treno! Ma non è vero, la pubblicità esalta la sincronia treno + bus. Da Roma si viaggia in treno fino a Salerno e poi si continua in pullman. E no, non è la stessa cosa.

 

Storia di Matera, la “città dolente”

Il tempo dell’oblio finisce il 17 ottobre del 2014, quando Matera è designata Capitale Europea della Cultura 2019. All’improvviso anche gli italiani ci scoprono, e così le domande cambiano, e mi sento chiedere consigli su dove mangiare, dove dormire, dove bere. Io allora, lo confesso, ho fatto come gli italo-newyorchesi con gli amici italiani che vanno in vacanza nella Grande Mela. Ho qualche pagina di appunti già pronta, con le cose da fare e vedere a Matera. Un vademecum che aggiorno e personalizzo di continuo. È lunga dunque un ventennio l’operazione-riscatto di Matera, ovvero quella rivincita di cui adesso si fa un gran parlare e che vede la città trasfigurata, da non-luogo a meta turistica internazionale. Così è stato per gli antichi rioni dei Sassi, che hanno dismesso i panni della “infamia nazionale” (Palmiro Togliatti, 1948) e della “vergogna” (Alcide De Gasperi, 1950) per vestire quelli del “Patrimonio Unesco” nel 1993 (prima città del Mezzogiorno) e della “Capitale Europea della Cultura” nel 2019.

La storia di Matera è la storia di una scommessa straordinaria e potente. Racconta di un luogo che ce l’ha fatta, in cui le crisi si affrontano e si superano, e dove l’orgoglio può grandi risultati. Nel 1937, negli antichi rioni dei Sassi – abitazioni scavate nella pietra, buie e umide, di convivenza poco salubre tra persone e animali, in condizioni igieniche precarissime – si registra il più alto tasso di mortalità infantile dell’epoca: su 15.250 neonati ne muoiono 6.760, il 44,3%. Carlo Levi, nel suo Cristo si è fermato a Eboli, racconta tutto questo, e Matera diventa la “città dolente”.

Nel 1952 una legge speciale decreta lo sfollamento e l’abbandono dei Sassi, generando un fenomeno a tutt’oggi unico nella storia del Paese: un esodo di oltre 15.000 persone verso i nuovi quartieri realizzati apposta, per sottrarle a condizioni di povertà estrema e malasanità. Eppure sarà proprio da qui, dai Sassi, che prenderà forma il processo inverso, di riqualificazione e risanamento. Sarà il tempo del ritorno: figli e nipoti che ricominciano lentamente ad abitarli, e riportano la città di pietra a nuova vita, con tenacia e caparbietà, dolcezza e rispetto.

 

Il luminoso presente di Matera

Arriviamo così ai giorni nostri. Il D-day materano è fissato sabato 19 gennaio 2019. Ci diamo tutti appuntamento nel piazzale della stazione (degli autobus, ovviamente). Qui un servizio navette disciplina l’afflusso per la Cava del Sole, dove al grido di “Popolo di Matera, benvenuti a Matera 2019”, e avvolta nella musica festosa di bande provenienti dalla Basilicata, dalle altre regioni e da tutta Europa, si apre solennemente “Matera Capitale Europea della Cultura 2019”. La città è blindata da imponenti misure di sicurezza, sulle pareti della cava di tufo si stagliano le figure dei cecchini. Controlli ovunque.

Ma nessun fascio luminoso, nessuna telecamera, nessun microfono riesce a restituire la profondità del sentimento nei cuori di chi è materano, che è pervasivo e accomuna tutti, chi è accorso e chi vede da casa, lontano magari migliaia di chilometri. Il senso di partecipazione, e di appartenenza a un destino comune, è contagioso. È la prima volta che una città del Sud Italia ottiene un riconoscimento così nobile. Matera diventa improvvisamente nota al mondo, quasi senza volerlo e senza rendersene conto. Da questo momento è pure una sorvegliata speciale. Si tratta di capire se e come una piccola città del meridione saprà affrontare una sfida tanto più grande di lei, un’opportunità per l’intero Sud anche sul piano economico, che sarebbe un delitto sprecare. Non resta che augurarci che di questo tempo resti, insieme ai ricordi e ai selfie in allegria, il sapore di una semina.

Dunque ero di Matera. Ma soprattutto: mi sento e sono di Matera oggi, Anno Domini 2019, quando un giorno di marzo un corriere DHL arriva proprio fin qui, con un pacchetto in consegna. Sulla busta il mio nome e cognome, la via di casa, la città: Matera, la regione: Puglia, lo Stato: Italia.

Benvenuti al Sud!

 

 

Foto di copertina di Francesco Giase

Materana, giornalista pubblicista, comunica da sempre utilizzando parole, silenzi, immagini ed espressioni. Laureata in giurisprudenza alla Sapienza di Roma, con un MBA della Fondazione CUOA, si occupa di comunicazione da diversi anni. Scrive alla prima occasione e fotografa per diletto. Appassionata di vini e affini, è diplomata sommelier AIS. [ Guarda tutti gli articoli ]

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