Manovra: il passo del gambero che uccide l’industria 4.0

L'Industria 4.0 è un piano che avrebbe bisogno ancora di molta cura e di investimenti, essenziali per vederne il suo compimento.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Nei giudizi sull’attività politica dei vari Governi bisogna avere buona memoria e giudicare sempre sul merito delle questioni e dei provvedimenti.

Siamo ormai alla chiusura dell’anno, non era mai successo che il Parlamento non fosse messo a conoscenza dei contenuti della legge di bilancio e che fosse costretto a votare al buio provvedimenti che incidono sulla vita delle persone, sull’economia e sullo sviluppo del Paese. A questo si somma l’inutile e costosissimo braccio di ferro portato avanti con l’UE nel corso di questi mesi che è servito solo alla maggioranza per portare avanti un personale storytelling da dare in pasto agli elettori. Il tutto ad un prezzo altissimo, bruciando miliardi di euro con lo spread sopra quota 300 per arrivare ad una manovra di ripiegamento che taglia risorse e danneggia pesantemente lavoratori, pensionati e imprese.

Una manovra che, sommata ad altri “provvedimenti propaganda” come il Decreto dignità e quello anti-delocalizzazioni, rischia di far ripiombare il Paese nella recessione. Anche il Piano Industria 4.0, che ha rappresentato uno dei provvedimenti di politica pubblica di rilancio del lavoro più efficace degli ultimi 20 anni, ha subito una pesante riduzione di risorse e una rimodulazione che sembra avere solo uno scopo elettoralistico.

Gli incentivi messi in campo nella precedente legislatura avevano infatti avuto il duplice effetto di rimettere in moto gli investimenti sui macchinari, svecchiando e modernizzando gli impianti produttivi e contemporaneamente aumentando la competitività sull’intera economia nazionale.

A che punto è l’Industria italiana

L’Italia, è bene ricordarlo, è ancora la seconda manifattura d’Europa e la settima potenza industriale al mondo.

Il settore metalmeccanico occupa un posto centrale: ad esso si deve il 52% dell’export e gran parte dei 47,5 miliardi di surplus commerciale che il nostro Paese ha realizzato lo scorso anno viene da questo comparto. La sola produzione di macchine utensili e robot per l’industria 4.0, di cui il nostro Paese è il quarto posto al mondo tra produttori e terzo tra gli esportatori, genera oltre 9 miliardi di fatturato.

Ciò nonostante continuiamo a registrare – dopo una serie di provvedimenti come la cosiddetta “Eco-tassa” – una preoccupante e diffusa mancanza di consapevolezza verso le politiche di sviluppo dell’industria, che attraversa tutti i provvedimenti della manovra. Nella transizione all’elettrico, l’auto è la cosa più semplice da produrre ma purtroppo deve essere preceduta da una rete infrastrutturale di ricarica e da un ecosistema dedicato che in Italia non esiste e su cui il Governo non ha neanche predisposto le normative necessarie. Stando così le cose, tutti i benefici fin qui ottenuti rischiano di essere in gran parte vanificati. La Legge di bilancio, che mentre sto scrivendo (26 dicembre) ancora non viene licenziata, quantifica di fatto una rimodulazione e una riduzione del piano Impresa 4.0.

Il fisco, sempre meno amico

La platea degli investimenti agevolati con l’iperammortamento fiscale scende di 2 miliardi di euro, da 12 a 10. Per il credito d’imposta per la ricerca e sviluppo il taglio è di 300 milioni mentre il credito d’imposta sulla formazione – che in un primo momento era stato completamente tagliato – dopo le proteste del sindacato e delle imprese è stato reinserito ma rivisto: agevolazioni del 50% per le piccole imprese, del 40% per le medie nel limite massimo di 300 mila euro, del 30% per le grandi con limite di 200 mila euro. Ancora una volta una rimodulazione al ribasso viene fatta senza tener conto della necessità e della strategicità della formazione per il futuro del Paese e del lavoro.

Una assunzione su tre è subordinata alla capacità delle imprese di gestire la transizione delle tecnologie 4.0; si tratta di migliaia di posti di lavoro che senza un’adeguata formazione rimarranno scoperti, gravando pesantemente sulla capacità economica e industriale del Paese.

Previsti tagli anche al credito d’imposta per gli investimenti in ricerca. Si riduce la portata dimezzandolo da 20 a 10 milioni di bonus massimo annuale per beneficiario. Il credito resta al 50% solo per le spese relative al personale dipendente e per ricerca extra muros, per il resto scende al 25%. Scatta inoltre una stretta per le multinazionali: la ricerca effettuata su commissione di aziende Ue è ammissibile solo se l’attività è svolta direttamente in strutture situate in Italia: un’idea, quest’ultima, di ripiego e visione corta che rischierà come il provvedimento anti-delocalizzazione di disincentivare la presenza delle multinazionali e imprese In Italia.

Mentre l’abolizione dell’ACE per le medie e grandi imprese e l’eliminazione dell’IRI (l’imposta sul reddito imprenditoriale pensata per le PMI) è di fatto servita per dirottare le risorse verso il progetto di estensione del regime forfettario attraverso la flat tax al 15% per le partite IVA.

PMI: non è un problema di coperta corta

Per questo, guardando i numeri, se da una parte si cerca di rimodulare gli investimenti per trainare dentro l’innovazione anche le PMI, l’impressione complessiva è quella di un arretramento: si è presa una coperta e si è tagliata e tirata da una sola parte con il risultato che non servirà a nessuno. Le medie e grandi imprese sono quelle che trainano l’export e l’innovazione, creando un effetto traino anche sulle piccole che fungono spesso da contoterziste. Se si penalizziamo le medie e grandi imprese, pensando di fare un favore alle piccole, si sta facendo un danno ad entrambe.

Un aspetto positivo, per quanto dalle risorse ancora insufficienti, è rappresentato dal fondo di 45 milioni in tre anni stanziato per la creazione di progetti su blockchain e intelligenza artificiale di cui va meglio chiarito il ruolo di alcune società private molto vicine al governo. Mentre ci sono sorprese negative per il Sud del Paese: la riprogrammazione da 800 milioni di euro per evitare la procedura d’infrazione Ue; in pratica, almeno per il 2019, significa uno stop di 1.65 miliardidi investimenti a cui si somma un taglio di 150 milioni al credito d’imposta per i beni strumentali nelle regioni meridionali.

L’impressione che se ne ricava è di una visione corta dell’insieme. Una manovra fatta di spesa improduttiva, che soffoca lo sviluppo e la ripresa in atto e aggrava la situazione delle fasce deboli del paese.

Come nel gioco delle tre carte, da una parte si mette e dall’altra si toglie.

Che l’Italia non freni

In realtà nel Paese c’è ancora molto da fare sul piano culturale e di consapevolezza; il governo sta giocando una partita tutta al ribasso puntando sul consenso di breve respiro.

Certo, il piano Industria 4.0 aveva bisogno di un rafforzamento sui suoi punti più deboli: Sud, Pmi, Venture Capital e Competence Center, ma scegliere il sussidio al posto del lavoro vuol dire mortificare l’Italia che vive rimboccandosi le maniche e premiare quella indivanata, statica e lamentosa a spese altrui. Siamo l’unico Paese europeo che non è ritornato ai livelli pre-crisi, un pezzo del Centro Nord è ben al di sopra, il resto è molto più indietro. Abbiamo un problema strutturale di nanismo industriale e di produttività; frenare sarà fatale.

Sussidi, immigrati, Europa e robot sono alcuni dei temi sui quali si indirizza la pancia dell’elettorato, creando aspettative e nemici che non esistono.

Siamo invece in un periodo di cambiamenti epocali di cui anche questa politica ne rappresenta una reazione, ma se vogliamo trarre il meglio e continuare ad essere tra le maggiori economie al mondo –  che significa benessere e libertà per tutti – la partita del cambiamento si gioca facendo squadra.  Quella di Industria 4.0 è una sfida che si vince solo se ripensiamo interamente il nostro Paese secondo un’idea moderna e sostenibile creando il giusto habitat: imprese, scuola, città, Pubblica amministrazione, giustizia, credito, tutto dovrebbe essere pensato dentro una visione di Paese digitale, integrato, intelligente e moderno e avere la capacità e il coraggio di saper scrivere su un foglio bianco il futuro. Ma per farlo bisogna avere coraggio e immaginazione. Non abbiamo neanche la consapevolezza che siamo di fronte al secondo balzo in avanti dell’umanità: ma che importa se si punta ai click e ai voti?

In Italia tutta la politica si divide fra chi è a favore e chi è contro l’industrializzazione; nel Paese più ideologico e modaiolo sui temi di industria e lavoro, questa è una sciagura per imprese e lavoratori e soprattutto per le tante buone idee che da qui sformiamo e che sono mortificate dall’incompetenza.

47 anni, nato a Conegliano Veneto (TV), è stato eletto Segretario Generale della Fim Cisl il 13 novembre 2014. Sposato con Silvia, ha una figlia, Emma, di 7 anni. Confermato nel il 19° Congresso della Fim Cisl nazionale svoltosi a Roma il 7-9 giugno del 2017 alla guida dei metalmeccanici della Cisl. Entra in Fim Cisl nel 1994, dopo anni di lavori precari e studi economici.  All’età di 24 anni, tra il 1994 e il 1997, nella Fim Cisl fonda il Network Giovani metalmeccanici (NGM) con l’idea che il sindacato debba ritornare ad essere “un luogo pubblico delle migliori aspirazioni dei giovani”, sostenendo l’idea che i giovani attivisti debbano assumere un ruolo nella rappresentanza sindacale per farsi “intercettori di persone ed esigenze” nei luoghi di lavoro. È tra i primi a portare l’iniziativa sindacale sulla rete lanciando NGM anche su internet, già nel 1997. In quegli anni, con i giovani della Fim, ottiene la riapertura della scuola quadri di formazione sindacale presso il Romitorio di Amelia (TR). Nel periodo tra il 1998 e il 2001 fa esperienza alla Bolognina (Bologna), dove segue le aziende del settore; diventa poi Segretario Provinciale. Nel 2001 si sposta ad Ancona, sempre come Segretario Provinciale, e si occupa delle principali aziende meccaniche della zona, tra cui Fincantieri, Fiat-CNH e Caterpillar. Nel 2008 l'approdo alla Segreteria Nazionale, dove si dedica da subito ai temi della democrazia industriale e della partecipazione, promuovendo il Protocollo di Relazioni Industriali di Finmeccanica (ora Leonardo) e la proposta Fim Cisl sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione strategica d'impresa, presentata il 23 ottobre 2013 al Cnel.  Ha seguito e segue il settore della siderurgia e dell'alluminio e si è occupato delle vertenze più difficili provocate negli ultimi anni dalla crisi  (Alcoa, Lucchini, Ilva, AST, FCA, Indesit Whirlpool). L'impegno concreto su questo versante lo ha portato ad assumere una spesso posizione critica verso la classe politica, di cui ha denunciato la non conoscenza dell’impresa e l'incapacità di affrontare il tema delle politiche industriali. Autore di numerosi articoli e libri, è stato il primo sindacalista in Italia ad affrontare il tema dei cambiamenti nell'industria con l'avvento dell'Internet of Things e della digitalizzazione dell'economia e della società, di cui parla in #Sindacatofuturo in Industry4.0 (edizioni Adapt Press). Al centro delle sue riflessioni anche i “nuovi lavori” della sharing e Gig economy. Nel libro “Le Persone e la Fabbrica” (edizioni Guerini NEXT), la più grande ricerca sugli operai Fiat Chrysler degli ultimi anni in Italia, realizzata dalla Fim Cisl in collaborazione con il Politecnico di Milano e di Torino, rivendica il ruolo e i risultati degli accordi siglati con il gruppo Fiat (oggi FCA). Nel 2016 pubblica con Castelvecchi “ Abbiamo rovinato l’Italia? Perché non si può fare a meno del sindacato", giunto nel giugno del 2017 alla seconda ristampa dopo il successo della prima edizione. Il libro è un vero e proprio manifesto sul sindacato del futuro, un sindacato che secondo l’autore ha la necessità di fare scelte radicali, rifondative, rigeneratrici (le 3R). È un convinto sostenitore della necessità da parte del sindacato di voltare pagina. Questa la sua idea: “Serve un sindacato 2.0 che metta insieme i valori migliori e la tecnologia e soprattutto il rilancio della formazione quadri a tutti i livelli. Internazionalizzare, sburocratizzare, ringiovanire il sindacato”, queste le sue parole d'ordine. Allergico alle ritualità e al sindacalese, rigoroso su trasparenza e gestione organizzativa, ritiene che in un’economia globalizzata l'azione sindacale, per avere successo, debba acquisire necessariamente un respiro internazionale. "Il sindacato - ripete sempre - o sarà internazionale o non sarà". Per Bentivogli nel nostro Paese c'è la necessità di de-ideologizzare il dibattito pubblico sul lavoro, troppo spesso intrappolato in slogan propagandistici e demagogici. Tutto il contrario di ciò che invece servirebbe: grande competenza e capacità di scrivere su un foglio bianco il lavoro del futuro, fuori dalle ideologie.  Insieme al  Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda lancia, il 12 gennaio 2018 dalle pagine del Sole 24 Ore, un Piano industriale per l’Italia delle competenze (Piano Calenda-Bentivogli). L'obiettivo è promuovere il rilancio del Paese con una strategia costruita su tre pilastri: Competenze, Impresa, Lavoro. Ne è nato un vivace dibattito pubblico che ha coinvolto intellettuali, economisti e leader politici, dai quali è venuto un ampio consenso alle proposte avanzate nel documento. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

  • marco

    ben scritto: dati, fatti e conclusioni.

X