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Marco Bentivogli: “In Italia il mercato del lavoro più diseguale d’Europa”

Marco Bentivogli: “In Italia il mercato del lavoro più diseguale d’Europa”

Il coordinatore della Fondazione Base Italia, già ospite a Nobìlita, riflette sulla diminuzione dei salari e sul fenomeno delle Grandi Dimissioni: "In Italia scarsa produttività rispetto all'Europa. Colpa di dimensioni delle imprese, rischio fallimento e inefficienza della PA".

Monia Orazi

10 Giugno 2022

È l’Italia il fanalino di coda in Europa: in trent’anni, dal 1990 al 2020, i salari sono diminuiti del 2,9%. Un dato che fa riflettere e pone sul piatto del dibattito pubblico l’urgenza di valutare quanto le attuali retribuzioni siano adeguate ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia “un’esistenza libera e dignitosa”, come recita l’articolo 36 della Costituzione italiana. E se non siano, le retribuzioni, anche una concausa del fenomeno delle cosiddette “Grandi Dimissioni”, che in Italia va tre volte meno veloce che negli USA e racconta la tendenza a lasciare la precedente occupazione, con un’impennata di casi dopo la pandemia.

Il paradosso sta nel fatto che nonostante i bassi salari, l’orario di lavoro in Italia è tra i più alti in Europa. Spiega Marco Bentivogli, attivista, fondatore di Base Italia ed ex segretario generale FIM CISL: “Nessuno è contro la crescita dei salari, la riduzione dell’orario di lavoro, ma in Italia abbiamo il mercato di lavoro più diseguale d’Europa. Gli orari di lavoro più alti e i salari più bassi sono in Italia e Grecia, non c’è parità di rapporto tra l’imprenditore e il lavoratore”.

L’Italia lavora tanto ma produce meno: il PIL per ora lavorata è di 42 euro contro i 59 della Germania

Uno dei fattori che rende diversa l’Italia dal resto d’Europa è la minore produttività, spiega Bentivogli: “La produttività del lavoro dipende da ciò che avviene all’interno di fabbriche e uffici, ma anche dal contesto. In Italia ad esempio il PIL per ora lavorata è cresciuto del 4,2% tra il 1999 ed il 2019, mentre in Germania del 21,3%. La crescita delle produttività in Italia è frenata dal divario tecnologico e di formazione, dalle dimensioni troppo piccole delle imprese, dal numero alto di quelle a rischio fallimento e dall’inefficienza della pubblica amministrazione”.

Riguardo alla produttività, la mancata crescita è sancita anche dal documento della Commissione europea dello scorso 23 maggio; un testo di accompagnamento alle raccomandazioni del Consiglio d’Europa sul programma nazionale di riforme dell’Italia: “Negli ultimi vent’anni l’Italia ha registrato una stagnazione in termini di produttività. Tuttavia gli scarsi risultati della produttività italiana nascondono ampie differenze a livello settoriale, aziendale e regionale e, in tale contesto, il settore manifatturiero consegue risultati complessivamente migliori rispetto ai servizi e le Regioni meno sviluppate, in particolare al Sud, registrano ritardi. (…) La scarsa crescita della produttività rispecchia altresì le sfide legate al contesto imprenditoriale, che persistono nonostante i miglioramenti registrati nell’ultimo decennio”.

Tra i nodi indicati dalla Commissione l’eccessiva regolamentazione delle professioni, l’accesso ridotto delle imprese ai finanziamenti bancari e ad altre forme alternative di credito, i ritardi nei pagamenti sia da parte del settore pubblico che privato, i tempi doppi rispetto all’Europa per decidere degli appalti pubblici.

Secondo i dati del database macroeconomico della Commissione europea, il prodotto interno lordo per ora lavorata in Italia è di 42 euro, contro i circa 59 euro della Germania. In Italia si lavorano molte ore, ma con una produttività bassa, i salari sono rimasti fermi al palo per tre decenni, la pandemia ha portato una nuova consapevolezza e si assiste anche nel Belpaese al fenomeno delle Grandi Dimissioni.

Marco Bentivogli: “Grandi Dimissioni? In Italia solo il 5% è contento del lavoro che svolge”

Spiega Bentivogli: “I primi dati sulle cosiddette Grandi Dimissioni sono emersi a metà 2021, ma i dati dell’ultimo quadrimestre del 2021 confermano che c’è qualcosa di nuovo. Sono dati preoccupanti, molti si dimettono senza avere in tasca una proposta di lavoro nuova. Questo rischia di diventare un problema, perché in Italia ci sono ben quattro milioni di NEET, persone al di fuori da percorsi di lavoro o formazione, il cui numero è in aumento. Spesso si accetta un reddito più basso, ma che dia maggiore equilibrio tra vita e lavoro; non si accetta che il lavoro mortifichi il resto del tempo di vita”.

Chi si dimette è per la maggior parte giovane e con competenze medio alte, che ha maggiori possibilità di ricollocarsi; questo accade in maggior numero nel Nord Est e in Regioni come Emilia-Romagna e Lombardia, ma ci sono problemi anche in altre zone d’Italia. La pandemia ha sicuramente accentuato questa tendenza, che però in Italia si collega ad altri tre elementi di rilievo: la disoccupazione giovanile con i tassi tra i più elevati d’Europa, lo skill mismatch, il disallineamento tra le competenze richieste tra mercato del lavoro e quelle generate dal sistema di istruzione e formazione, e l’emigrazione dei giovani con profili medio-alti. A questo si uniscono basse competenze digitali e scarso numero di laureati.”

Secondo i dati del ministero del Lavoro, tra ottobre e dicembre 2021 si sono registrate 551.000 cessazioni di rapporto di lavoro in più rispetto allo stesso trimestre del 2020, con un incremento del 18,7%. Tra queste le dimissioni volontarie hanno fatto registrare un aumento di 166.000 casi, pari ad una crescita del 42,3%. Al Nord le cessazioni di rapporti di lavoro sono salite del 23,9%, al Centro del 19,9% e al Sud del 12,8%.

Bentivogli cita il sondaggio del sito americano Gallup secondo cui in Italia solo il 5% è contento del lavoro che svolge, rispetto alla media del 10% dell’area OCSE: “L’aspetto economico relativo al salario è di certo rilevante, ma a questo si uniscono elementi di realizzazione e condivisione, le relazioni sociali. I migliori talenti chiedono flessibilità attiva, giornate di smart working, di non avere orari e luoghi di lavoro rigidi, per avere un miglior equilibrio tra tempo del lavoro e quello relativo alla vita privata”.

Si scappa da un lavoro che non piace, ma anche da città e Paesi che non sono stati scelti, o in cui non ci si sente accolti, liberi o non si trovano opportunità. Tra le cause ci sono anche il fare cose di cui non si comprende l’importanza, il lavorare in ambienti dove prevale la gerarchia e si valorizza la fedeltà ai vertici aziendali. Si sceglie di andare dove si sta bene e ci si può rimettere in gioco, in aree libere dalle vecchie regole del servilismo, delle buone conoscenze. Il lavoro è anche relazione e rimettere insieme le fila delle comunità del lavoro è fondamentale per dargli un nuovo senso.”

992 contratti collettivi nazionali, ma il 66,7% è scaduto

A complicare il quadro dei rapporti professionali sono le numerose tipologie di contratti collettivi, una situazione che “comporta mutamenti dei minimi retributivi, a seguito di diversi inquadramenti, anche nell’ambito di una stessa azienda. A questo si aggiunge il frequente ricorso al subappaltoal ribasso’, con un ulteriore, significativo impoverimento delle retribuzioni dei lavoratori alle dipendenze di appaltatori e subappaltatori, che applicano i contratti collettivi per loro più convenienti. Tutto ciò genera fenomeni di dumping contrattuale”.

Lo scrive nella relazione annuale, presentata pochi giorni fa, l’Autorità nazionale di garanzia sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali, il cui garante è Giuseppe Santoro Passarelli. Secondo il CNEL i contratti collettivi nazionali vigenti al 31 dicembre 2021 sono 992; di questi il 62,7%, cioè 662, risulta scaduto. Nel 2012 erano 551, sono cresciuti di circa l’80% in dieci anni. I settori in cui si registra la maggior percentuale di contratti scaduti sono credito e assicurazioni con l’85,7%, poligrafici e spettacolo con l’81,8%, l’edilizia con il 72%.

In Italia la retribuzione globale annua è di 30.000 euro, mentre la retribuzione annua lorda è di 29.500 euro. Sono poco meno di 23 milioni gli italiani che non superano i 20.000 euro di reddito annuo lordo, mentre il 56% dei contribuenti dichiara meno di 1.300 euro al mese.

Uno scenario disastrato e composito, che potrebbe spiegare sia il fenomeno delle Grandi Dimissioni, sia la dimensione più contenuta – sebbene rilevante – che ha avuto in Italia: fuggire, sì, ma dove?

Leggi il mensile 112, “Nobìlita 2022“, e il reportage “Lavorare con il nemico“.


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In copertina Marco Bentivogli, foto di Domenico Grossi