Il delitto perfetto dell’Expo

Cosa è rimasto dell'esposizione internazionale del 2015 fra promesse etiche, il ruolo del cibo, la riconversione immobiliare e turistica e il rilancio del brand Milano.

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Capire quale sia l’effettiva eredità di Expo 2015 è estremamente semplice.

Gli obiettivi dell’esposizione universale elencati durante la manifestazione sul sito ufficiale e oggi rintracciabili su Wikipedia, erano tanti e tutti talmente ambiziosi da far impallidire le promesse elettorali del governo gialloverde. Expo doveva servire ad “assicurare una sana alimentazione a tutti gli individui del pianeta per eliminare la fame, la sete e la mortalità”, “prevenire le nuove grandi malattie sociali della nostra epoca come l’obesità, la patologie cardiovascolari e i tumori”, “educare ad una corretta alimentazione per favorire nuovi stili di vita” e via di questo passo.

Anche senza la pedante esibizione di grafiche e tabelle, grazie al banale senso comune si può osservare come l’effetto a lungo termine di Expo su ognuno di questi problemi sia stato uguale a quello avuto dalla comunità di Don Mazzi sulla condotta morale di Fabrizio Corona: nessuno.

La scusa del cibo

Nessuno, tra i 21 milioni di visitatori che visitarono l’esposizione, dopo un pomeriggio passato a gozzovigliare tra i padiglioni dell’evento si è sentito investito di una nuova responsabilità nei confronti del mondo, di se stesso o del suo prossimo: al massimo, si è messo in cerca di un bar dove prendere un buon digestivo.

Anzi, le cose – se possibile – sono addirittura peggiorate. Lungi dal considerare il cibo come una risorsa preziosa e per molti ancora inaccessibile, in questi ultimi tre anni abbiamo assistito a una vera e propria spettacolarizzazione e mercificazione dello stesso, con il cibo degradato a elemento decorativo da immortalare in foto da utilizzare per fare il pieno di like. O, ancora peggio, da pretesto per mettere in scena programmi televisivi demenziali, dove esseri umani adulti scoppiano a piangere per non aver salato abbastanza il piccione in crosta di caffè.

Se dovessimo limitarci alle intenzioni ufficiali, dunque, non potremmo far altro che considerare Expo un fiasco totale e riflettere una buona volta su un pianeta in cui 821 milioni di persone fanno la fame mentre altre si godono tranquille le baruffe tra i ristoratori di Alessandro Borghese.

Tuttavia, come si sa, quella del cibo era solo una scusa, una tassa da pagare ad un tempo ossessionato dal rispetto di un’etica di facciata per guadagnarsi il diritto a fare quello che si vuole. Che, nella fattispecie, era il rilancio della città, e magari del Paese, attraverso l’unico settore di mercato in cui restiamo leader mondiali insieme a quello delle armi, sfruttando il grande evento per rendere Milano una città finalmente internazionale, capace di guardare negli occhi Londra, Parigi, Amsterdam e tutte le altre metropoli del cosiddetto “secolo delle città”.

I grandi eventi, in Italia, funzionano come le spaccate nel biliardo: servono a dare una randellata nel mezzo per smuovere le palle, e quello che succede succede. A volte le conseguenze sono catastrofiche, basta pensare a Italia ’90 e ai mondiali di nuoto di Roma. A volte funzionano, ed è esattamente il caso di Expo.

Il delitto perfetto dell’Expo

Grazie a una straordinaria operazione di comunicazione (a Milano si direbbe “di pierraggio”), il turismo a Milano è aumentato in maniera costante, con un vero e proprio boom nel 2018 (+745.000 persone in città). A questo seguono le previsioni sulla crescita della popolazione: si parla di un aumento fino a 1 milione e 500 mila persone per il 2025, in piena controtendenza rispetto allo scorso decennio. Da notare che, a differenza che nel resto d’Italia, questo aumento riguarda anche le fasce di popolazione più giovani, con un +4% nella fascia sotto i 34 anni, trainata dall’aumento delle immatricolazioni nelle tante università milanesi riconosciute come eccellenze nel mondo.

Da questo punto di vista, Expo sembrerebbe quindi il classico “delitto perfetto”: con la scusa dei Paesi poveri, dell’alimentazione più sana, del diventiamo tutti più buoni e via dicendo, si è messa in piedi una gigantesca opera di city marketing costata 2,2 miliardi di euro (di cui 50 milioni spesi solo per la comunicazione: in tempi di crisi una specie di manna dal cielo per giornali e TV) di cui ora i milanesi, e gli italiani, starebbero godendo i benefici.

Che i milanesi, nel frattempo, si siano convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili è fuori discussione: del resto, essendo da sempre attenti alla moda, nel momento in cui ad essere di moda è diventata la loro città non potevano far altro che abbracciare il trend. Tuttavia, che dietro a questi dati positivi si nasconda un nuovo miracolo milanese – o addirittura italiano – c’è più di una ragione per dubitare.

È vero che nelle tante classifiche che compaiono a intervalli regolari sui giornali di casa nostra, Milano appare regolarmente nelle prime posizioni; ma è vero anche che tali classifiche si riferiscono sempre a un contesto nazionale, in cui Milano deve vedersela con avversari tipo Trento o Cuneo. Già, perché quando il capoluogo lombardo viene messo a paragone con altre metropoli internazionali – ovvero con quelle città con cui, grazie ad Expo, se la sarebbe dovuta giocare alla pari – il confronto è spesso impietoso.

L’Economist, probabilmente il settimanale più affidabile del mondo, nel luglio di quest’anno ha piazzato Milano al 46esimo posto tra le città più vivibili, soltanto una manciata di posizioni più in alto di Roma, che secondo la vulgata dovrebbe rappresentare ormai una sorta di Sodoma in versione moderna.

Cosa c’è davvero dietro i numeri? Poco, molto poco.

Ed è esattamente questo il problema principale della città. Milano attira la metà degli investimenti stranieri immobiliari in Italia, ha il record nazionale degli spazi di co-working, il più alto numero di start up e un numero pressoché infinito di primati assortiti a livello nazionale. Eppure, appena si fa il confronto con l’Europa, ecco che le cose cambiano drasticamente.

Ci saranno pure centinaia di start up, ma nessuna è stata capace di imporsi a livello internazionale, diventando un unicorn. Ci saranno pure tanti investimenti stranieri, soprattutto nel settore immobiliare, ma quasi la metà degli appartamenti nei grattacieli di City Life o Porta Nuova sono rimasti invenduti. Ci saranno anche quattro linee di metropolitana (con una in costruzione e i cui lavori, tra l’altro, sono in ritardo), un passante ferroviario, il car sharing, il bike sharing eccetera, ma le condizioni dell’aria continuano ad essere così pietose da aver garantito a Milano il poco invidiabile primato dell’aria più irrespirabile d’Europa.

Ci sarà anche un aumento record del PIL ma gli stipendi medi, come monitorato dal portale teleport.org, restano i più bassi tra le principali metropoli europee a fronte di un costo della vita uguale o maggiore.

Insomma: che Milano sia una città all’avanguardia relativamente al contesto italiano non è certo un lascito di Expo. Milano è sempre stata, nell’immaginario italiano, la locomotiva del Paese (altrimenti il film “Yuppies – i giovani di successo” lo avrebbero ambientato altrove) e già nel 2011, ben prima di Expo, si celebrava la città per gli stessi primati sopraelencati.

Expo, dunque, ha sicuramente contribuito a rafforzare questo primato ma ha fallito nell’innalzare la città su quel piano in cui è obbligata a stare se intende crescere ancora.

Perché la sfida, in un’economia neoliberista, è proprio quella della crescita e del confronto su scala globale. Quindi non compiacersi per aver spezzato le reni a Bolzano nella classifichina del quotidianino, ma preoccuparsi del perché, ancora oggi, il destino delle enormi aree urbane degli ex scali ferroviari sia ancora in divenire nonostante se ne parli da un decennio. Non gasarsi perché all’aperitivo quelli al tavolo vicino parlano inglese ma chiedersi come mai Milano, quarta città d’arte italiana, non riesca a valorizzare il proprio patrimonio artistico – al punto che molti residenti non hanno nemmeno mai sentito parlare di cose tipo la Chiesa di San Satiro o la Cascina Linterno  – col risultato che la città è, sì, la quattordicesima più visitata al mondo ma gran parte dei turisti passa in città solo una notte, convinta che tanto, a Milano, “non c’è niente da vedere”.

Orgoglio e pregiudizio di Milano

A ben guardare, dunque, il più evidente lascito di Expo nel lungo periodo è allora un altro ed è tutto tranne che positivo. L’esposizione universale, e la monumentale operazione di comunicazione che l’ha accompagnata, hanno causato il diffondersi, in città, di un terribile virus noto in sociologia come “city pride”, che ha trasformato buona parte della popolazione meneghina in una versione moderna dell’Umberto Bossi dei primissimi anni ’90. Proprio come l’allora leader della Lega Lombarda, in mutande e canottiera, riservava insulti e rumori molesti ai “nemici del nord”, così i milanesi di oggi, in mocassino e risvoltino, si scagliano sui social contro chiunque si azzardi a criticare la città, manganellando verbalmente chiunque contesti l’immagine di Milano come riedizione della Shangri-La di Hilton, al punto che perfino la presenza della criminalità organizzata – talmente dilagante da essersi perfino infiltrata nella gestione della sicurezza dei tribunali! – viene ridimensionata o taciuta per evitare imbarazzi.

L’orgoglio, si sa, è “l’immancabile vizio degli stupidi”: Milano, per il suo bene, farebbe meglio a starne lontana.

Francesco Francio Mazza è nato a Milano, ma ultimamente ha vissuto a New York. Autore di Striscia la Notizia dal 2003 al 2012, nel 2016 il suo cortometraggio "Frankie" è stato finalista ai Nastri d'Argento. È anche autore di due documentari per Sky Arte e di alcuni interventi sul quotidiano francese Liberation. [ Guarda tutti gli articoli ]

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