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Oscar al miglior attore non protagonista

Oscar al miglior attore non protagonista

Il dipendente invisibile

Claudio Galli

25 Febbraio 2015

La lista delle candidature all’Oscar, organizzata per ruoli e gerarchie, assomiglia in qualche modo ad un organigramma aziendale: ben strutturato, facile da leggere, in cui sembra sempre chiaro chi fa cosa, chi decide, chi esegue.

D’altra parte la cerimonia degli Academy Awards, dal Walk of Fame al Red Carpet, fino alla consegna della statuetta e al conseguente “struggente” discorsetto, assomiglia un po’ a quei meeting aziendali in cui, con tre minuti di Prezi o Powerpoint, decidi l’on-off di un progetto che vale anni di pianificazione, lavoro, investimenti e passione.

E l’ultima parola, come ovvio, va al regista e agli attori protagonisti.

È un bel ritratto, un po’ incipriato, della realtà. La quale, tuttavia, è spesso lontana e per fortuna più complessa di come qualcuno vorrebbe disegnarla.

E, qui, sta tutto il ruolo vero del Manager. Facile mettersi la livrea per accompagnare i “numeri uno”, ben più difficile saper riconoscere, valorizzare, far crescere i numeri due, tre, cinque, sette…; questi non sono “fashion”, non li metti fra le referenze, si e no fanno i camerieri della “Milano da bere”.

La middle manager, lo specialista creativo, quella “un po’ schiva ma brava”, quello che sa leggere e interpretare, quante volte hanno fatto e fanno la differenza!

Per lo più, ci sono loro fra i “dots” del discorso di Stanford di Steve Jobs; sono loro i “link”.

Da Palo Alto a Hollywood il passo è breve (provo a concorrere anch’io alla miglior sceneggiatura…): eccellenti le performance di Patricia Arquette e Jonathan Kimble Simmons, in Boyhood e Whiplash, ma i veri attori non protagonisti della stagione cinematografica, degni di nota ed eccellente metafora aziendale, sono i personaggi della storia, vera, di “The Imitation Game”.

Veri “non protagonisti ” quando, primi attori erano Hitler, Churchill, Stalin, Roosevelt, i grandi generali e soprattutto milioni di Soldati e vedove Ryan.

Un piccolo team di geni, in grado di pensare e costruire un elaboratore capace di decifrare il codice Enigma e, quindi, di leggere in anticipo le mosse più importanti dell’armata Tedesca.

Persone con intelligenza superiore, ma sensibilità e fragilità più che normali, poi nascoste al mondo per mezzo secolo, su cui hanno pesato scelte e decisioni drammatiche, da far tremare i polsi a generali e capi di stato.

Nel nostro giorno per giorno, è attore non protagonista chi prepara le presentazioni, chi mette assieme i dati, chi nell’ombra suggerisce la strada, chi da numero due, o tre, o sette, in azienda o nella funzione, dà sicurezza al sistema. Chi ti sussurra nell’orecchio, con lealtà e discrezione, che stai sbagliando o che sei sulla strada giusta.

Ricordiamoci più spesso di loro, impariamo a misurare le performance non solo sul traguardo ma soprattutto sul percorso; e teniamoci in tasca qualche piccola statuetta (a volte basta un “grazie!”). Resterà per sempre.

Certo, può succedere di dimenticarsi, di essere distratti, di guardare altrove. Ma, appena “torna” la memoria, riconosciamo subito i meriti, l’impegno, il ruolo.

Non lasciamo passare 50 anni, come il Primo Ministro e la Regina d’Inghilterra, per la riabilitazione di Alan Turing.

Non sarebbe serio e professionale. Ma soprattutto, non sarebbe giusto.