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Puglia, servono strade per far volare l’economia

Puglia, servono strade per far volare l’economia

Michele Capriati, Università di Bari: "Sgravi fiscali? No grazie: per la ripresa del Mezzogiorno investimenti su infrastrutture e innovazione".

Paolo Schino

6 Settembre 2020

“Ancora decontribuzione degli oneri sociali per il Mezzogiorno? Basta, sono ricette economiche anni Novanta, qui serve ben altro”. A parlare, e a dare avvio al dibattito su una nuova visione di sviluppo dell’economia delle regioni del Sud, è il professor Michele Capriati, docente di Politica economica all’Università di Bari.

Lo scorso fine luglio, durante un convegno sull’industria meccanica in Puglia organizzato dalla CGIL regionale e FIOM nazionale, il prof. Capriati ha illustrato delle proposte di riavvio delle attività per la fase post lockdown, partendo da un’analisi del tessuto produttivo del settore metallurgico e metalmeccanico sul territorio pugliese.

Dai dati presentati si vede come, dalla tendenza del valore aggiunto per il periodo 2000/2017, la produzione di beni “meccanici” stia sostituendo la produzione dei prodotti siderurgici. Il chiaro riferimento è all’ex Ilva, che nell’ultimo decennio sta calando nell’incidenza dell’economia pugliese fino a tornare ai livelli degli inizi del Duemila.

La produzione di parti e macchinari meccanici e la produzione del settore automotive stanno prendendo il posto della siderurgia, da un lato spingendo in positivo il trend dell’export, e dall’altro permettendo un incremento del ricorso a tecnologie di produzione più avanzate. In questo senso il confronto con la vetustà degli impianti ex Ilva è un importante traguardo raggiunto, anche per la sostenibilità ambientale.

L’economia pugliese ha bisogno di nuove infrastrutture

Gli effetti della pandemia hanno cambiato molti trend, e nella sua deduzione il prof. Capriati afferma che “la globalizzazione delle produzioni sta entrando in crisi, con un parziale reshoring delle produzioni, un maggiore affidamento alle produzioni locali, circuiti produttivi più corti, un aumento della digitalizzazione dei servizi. Il mondo sarà più legato alla prossimità e aperto online. Più che mai, quindi, occorre ripensare la globalizzazione dall’alto e il ruolo dei territori”.

E qui, sul ruolo dei territori, il prof. Capriati fa la sua proposta: “Come sistema regionale pugliese dobbiamo darci come obiettivo quello di favorire le capacità di innovazione e adattamento dei sistemi di imprese. Lo Stato dovrebbe abbandonare il ruolo di mero regolatore e assumere quello di player attivo nella creazione di ambienti favorevoli al cambiamento”.

Il richiamo alle istituzioni pubbliche è quello di individuare progetti mission oriented (ambiente, transizione energetica, salute, dissesto geologico, per citarne alcuni) che vedono la collaborazione di università, centri di ricerca, imprese. E allora è su questi progetti che bisogna concentrare le risorse, anche con delle condizionalità all’impiego di imprese e centri di ricerca locali. Quindi meno strategie difensive, meno trasferimenti e più servizi e attività innovative per le PMI assenti in regione.

La critica del prof. Capriati è diretta agli incentivi per le imprese, come la fiscalità di vantaggio inserita nel decreto agosto dal governo Conte, che concede sgravi contributivi fino al 30% alle imprese del Mezzogiorno; perché essa non è volano di sviluppo, abbatte solo il costo del lavoro e non è garanzia di investimento in processi che migliorano la produttività delle aziende.

Invece, ed è la richiesta ora accolta da molti stakeholder locali, c’è bisogno di migliori infrastrutture: se il territorio pugliese non è del tutto privo di grandi infrastrutture, come aeroporti e porti, è in forte difficoltà su infrastrutture stradali e ferroviarie, che invece se migliorate darebbero maggior vantaggio alle imprese locali. Queste hanno maggior necessità di fare sistema tra loro, aumentando la circolazione di beni e servizi interna al territorio e migliorando la domanda aggregata del sistema economico pugliese, legata in larga parte all’export, ma che poi rischia di implodere in occasioni di crisi come quella dovuta alla pandemia, caratterizzata proprio dal blocco dei collegamenti esterni.

I dati Svimez sul Mezzogiorno: crollo del Pil simile al Centro-Nord, ripresa dimezzata

La necessità di irrobustire il sistema locale con adeguate politiche di sviluppo del territorio è suggerito anche dai dati dello Svimez, che nel suo rapporto di previsione 2020/21 afferma: “Il crollo del Pil nel 2020 è più intenso nel Centro-Nord (-9,6%), attestandosi comunque su livelli inediti anche nel Mezzogiorno (-8,2%). A preoccupare sono le ricadute sociali di un impatto occupazionale, più forte nel Mezzogiorno, che perde nel solo 2020 380.000 posti di lavoro. La perdita di occupati è paragonabile a quella subita nel quinquennio 2009-2013 (-369.000). Per il 2021 le previsioni vedono un Mezzogiorno frenato da una ripresa ‘dimezzata’: +2,3% il Pil contro il 5,4% del Centro-Nord”. E questo perché la struttura economica del mezzogiorno, e della Puglia, è più povera di reti e infrastrutture che favorirebbero le aziende locali.

Ha suscitato molto interesse anche l’affermazione del prof. Capriati che richiama alla necessità di maggiori investimenti pubblici mirati all’innovazione per creare un contesto più favorevole alla produttività, capace di attirare colossi come Tesla, che guarda caso ha scelto Germania e Francia per installare i suoi impianti produttivi europei. Di certo nessuno può dire che Elon Musk abbia puntato su questi Paesi per un costo del lavoro più basso, anzi.

Cooperative, non solo startup: che cosa servirebbe alla Puglia per ripartire

Dello stesso parere sull’indirizzo delle politiche economiche per il mezzogiorno è Pasquale Ferrante, direttore di Lega Coop Puglia. Nel suo incessante lavoro di interconnessione tra aziende cooperative e promozione del loro sviluppo come forma di impresa, che può spingere più agevolmente la creazione di nuove attività produttive, Lega Coop Puglia collabora attivamente con le istituzioni regionali cercando proprio di sollecitare un approccio di sistema. Un approccio che premia le aziende del territorio con nuove reti di connessioni infrastrutturali, conoscenza e ricerca, nonché con la promozione di processi di open innovation che aumentino il pronostico di collaborazione tra le imprese, e l’implementazione dei processi innovativi anche nelle realtà aziendali micro e piccole.

“Stando nel livello intermedio del tessuto produttivo pugliese sia per strutture che per complessità d’impresa, le cooperative del territorio (così come le micro, piccole e medie imprese) chiedono di essere accompagnate in processi evolutivi che ne riducano la dipendenza da grandi gruppi e multinazionali la cui testa è fuori dalla regione Puglia. Chiedono un aiuto per accedere in modo consapevole ed efficiente ai processi di transizione digitale e tecnologica che ne aumenterebbero la produttività e ne migliorerebbero le condizioni lavorative. Stiamo attenti alla distribuzione delle risorse, e pertanto stiamo attenti a introdurre misure trasversali, quali la fiscalità di vantaggio, che non ricadono molto sul territorio. O meglio: che si distribuiscono secondo il grado di sviluppo dello stesso.”

Poi, sull’idea che le startup possano essere un traino per l’economia e per l’occupazione, Ferrante dice che “non dobbiamo farci ammaliare dal mito delle startup. Le giovani generazioni possono trovare il loro sbocco lavorativo, e quindi la soddisfazione alla loro professionalità, tramite processi di open innovation, che fanno transitare la ricerca che si fa nelle università in sviluppo per le imprese. Anche in questo caso bisogna quindi avvicinare la ricerca pubblica, di dominio e localizzata nelle università, verso uno sviluppo dei cui risultati possa beneficiare anche il tessuto imprenditoriale pugliese. Quindi startup sì, ma anche occupazione professionalizzata e di qualità, che si autodetermina proprio rispetto alle soft skill non succedanee, e che permette di non estrarre dal territorio il valore aggiunto prodotto dalla ricerca”.

Intanto il decreto agosto è stato approvato e il suo iter è stato avviato. Diranno che l’emergenza imponeva di dare alle imprese questo strumento, che però, come detto, sposta il ruolo della governance dal centro alla periferia, come se ci fosse garanzia di efficacia dimostrata da dati incoraggianti. Ora però la partita del Recovery Fund potrebbe rimettere in moto la buona prassi del controllo dell’economia? Il governo ha annunciato che c’è da aspettare ancora la metà dell’autunno per mettere insieme un piano con l’elenco dei progetti per sfruttare gli oltre 200 miliardi di euro previsti per l’Italia.

Il governo francese di Macron, invece, ha già tutto pronto, con buona pace di chi chiede, proprio da Sud e dalla Puglia, di agire diversamente rispetto a quanto fatto prima dell’arrivo della pandemia da COVID-19.

Photo credits: www.turismoitalianews.it