Quarta rivoluzione industriale, incompresa dai manager

L'industria 4.0 richiede manager 4.0. Vediamo quali sono le qualità necessarie al management per cavalcare la quarta rivoluzione industriale.

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Il mondo del lavoro è in costante mutamento, ma mai lo sarà come nei prossimi dieci anni.

Oggi qualsiasi contesto produttivo di massa potrà avere un futuro soltanto se si avvierà verso l’automazione e tutto il mondo racchiuso sotto il cappello dell’“industria 4.0”. Una definizione molto ampia, ma che si basa sostanzialmente sulla digitalizzazione dei processi produttivi e il conseguente utilizzo per vari scopi dei dati da essi derivanti, il primo dei quali dovrebbe essere la semplificazione dei processi stessi.

Alcune ricerche parlano di diverse centinaia di milioni di posti di lavoro che nei prossimi dieci anni dovranno cambiare. Non scomparire: cambiare. Un cambiamento che va letto nel senso di una conversione delle attività da hardware a software, non perché verrà meno l’effettiva produzione, ma perché essa sarà inesorabilmente sempre più automatizzata per garantire gli standard qualitativi e il lead time che richiede il mercato. L’automazione richiederà nuove competenze core che delineeranno le fabbriche del futuro. Questa conversione sarà possibile solo tramite la formazione del personale verso queste nuove tecnologie.

 

La quarta rivoluzione industriale è fatta di tecnologia, ma anche di capitale umano

Se oggi un buon manager capisce che mantenere un vantaggio competitivo, in una economia globale, passa attraverso la semplificazione dei processi, la riduzione dei costi e il mantenimento di livelli di qualità in linea col mercato (senza voler arrivare fino all’innovazione costante, caratteristica di pochi), in un prossimo futuro lo stesso buon manager dovrà prestare molta attenzione al capitale umano, la vera forza delle aziende.

La riconversione quindi passerà attraverso la comprensione che le nuove tecnologie (robotica, automazione flessibile, data analysis, machine learning, deep learning, intelligenza artificiale) saranno necessarie e inderogabili, e la formazione in questo senso sarà l’unica chiave per il successo delle aziende che vorranno avere un futuro nell’economia dei prossimi anni.

Non per niente la Cina, Paese storicamente laborioso e visionario nel quale un tempo le produzioni si trasferivano perché la manualità low cost batteva il costo degli impianti automatici, ha la chiara intenzione di diventare il leader mondiale in queste tecnologie, o quantomeno nel loro impiego. Già da qualche anno assorbe il 60% dei robot prodotti al mondo, automatizzando da tempo processi produttivi che in passato avevano la loro forza nell’imparagonabile costo di produzione rispetto all’Occidente.

Questo passaggio epocale, che possiamo far coincidere con la quarta rivoluzione industriale (quella dell’Internet delle cose), è in atto effettivamente in buona parte delle aziende multinazionali, ma ha ancora un gap nelle piccole e medie imprese, che spesso, per spirito conservatore, restano ancorate alle modalità produttive del passato.

L’imprenditore, il manager di queste aziende più locali, deve sempre essere attento ai cambiamenti tecnologici, e non solo economici e finanziari, poiché se è vero che la finanza genera profitto, di certo non produce oggetti, se non indirettamente; e ciò che noi vogliamo e usiamo tutti i giorni sono gli oggetti. Avere una macchina affidabile, una televisione sempre più piatta e larga, un cellulare che controlla conti correnti, dati fisici e quant’altro, poter ordinare un libro online e averlo in consegna domani, sono cose per noi scontate. Il sistema produttivo dietro queste possibilità, tuttavia, è tutt’altro che scontato.

 

Che capacità deve avere il manager 4.0?

Questo concetto di mass customization, ovvero la personalizzazione di prodotti su larga scala, necessita di tutte le nuove tecnologie appena citate. Chi non starà al passo con questa esigenza di mercato è condannato a vedere la sua attività spegnersi poco a poco.

In tutto ciò, nuovamente, il ruolo del manager è fondamentale. Come insegna la filosofia zen, il buon manager non si deve opporre ai cambiamenti, ma deve accoglierli con apertura e spirito di adattamento; la sua vera bravura sta nel modo in cui cerca di tradurre il cambiamento all’interno dell’azienda, diffondendo spirito positivo e voglia di guardare al futuro.

A titolo di esempio mi piace ricordare quando, circa vent’anni fa (e prima ancora di più), mi recavo presso le aziende padronali per valutare l’implementabilità dei sistemi automatici in vece dei metodi produttivi manuali utilizzati fino a quel momento. Riscontravo regolarmente una differenza significativa nella percezione dell’automazione da parte del datore di lavoro, che spesso era anche il titolare dell’azienda, e dell’operaio che sarebbe stato sostituito dall’automazione. È abbastanza facile immaginare che il primo fosse entusiasta di questo sviluppo tecnologico, vedendo in esso sia un veicolo per la riduzione progressiva dei costi dei manufatti che una differenziazione tecnologica rispetto ai suoi concorrenti, con cui vantarsi di elevare il valore dell’innovazione nella propria azienda. Il secondo, l’operaio, spesso anche altamente specializzato in quel processo industriale, era invece molto scettico per paura della perdita del posto di lavoro, temendo anche, e normalmente a ragione, che un robot potesse svolgere meglio quel determinato processo.

Ebbene, l’esito di questa transizione dipendeva molto da come il “padrone” affrontava il discorso dell’automazione con i propri collaboratori, dipendenti, operai. Se veniva trasmesso il reale motivo di questo progresso tecnologico (che spesso era strettamente necessario alla sopravvivenza di tutta l’azienda, rischiando altrimenti di perdere competitività) allora il consenso e il coinvolgimento salivano. In quei casi ho sempre visto persone felici di smettere di svolgere processi produttivi onerosi e insalubri per dedicarsi alla programmazione dei robot che li avevano sostituiti, innamorandosi progressivamente della nuova mansione più software e godendo dei benefici di una aumentata competitività dell’azienda.

Le volte in cui mancava questa connessione tra i manager e gli operatori, la sfiducia aumentava. La migrazione veniva ostacolata da comportamenti ostili al cambiamento, portando anche all’insuccesso dell’automazione. Perché dobbiamo ricordare che un robot o un software di per sé non hanno un intelligenza propria, ma “vivono” di quella di chi lo programma e ottimizza, ed è qui che si ritrova l’arte in questo universo di nuove tecnologie.

Il manager del prossimo decennio, quindi, dovrà essere attento ai cambiamenti tecnologici, comprenderli e diffonderne la cultura all’interno dell’azienda; dovrà comprendere quali di queste tecnologie saranno effettivamente utili nel processo produttivo e affrontare l’idea di implementarle in maniera efficace; dovrà “allevare” digitalmente le nuove leve e riconvertire gli attuali lavoratori a queste mansioni, valutando chi può compiere questo salto mentale e chi invece deve continuare a dedicarsi alle mansioni abituali. A tutti gli effetti dovrà essere un manager 4.0: così potrà avere le carte in regola per giocarsi una partita non facile, ma avvincente.

Savonese classe 1972, ingegnere meccanico, inizia la sua carriera in ABB Flexible Automation occupandosi di Robotica nel 1999, frequentando dapprima un Master presso la SDA Bocconi e ricoprendo poi ruoli di responsabilità commerciale nell’area della saldatura robotizzata e del settore vetro automotive. Entra in KUKA Roboter Italia nel 2005, dove ricoprirà ruoli commerciali e di sviluppo del business, fino a ricoprire l’attuale ruolo di Direttore Strategia e Marketing. Ottiene nel 2018 il titolo di Executive MBA. Sposato, amante degli sport all’aria aperta (windsurf, sci, mtb), del suo cane Rocky e della chitarra elettrica… e dei robot, ovviamente! [ Guarda tutti gli articoli ]

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