Rimando al CoHousing di Treviso: un'immagine dal film Cocoon

Cohousing: invecchieremo da soli se non imiteremo Treviso

Tra 10, 20, 30 anni saremo più vecchi, non necessariamente più ricchi, forse più soli: meglio industriarsi. Il caso del CoHousing di Treviso.

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“Se mio marito dice che ci sono i marziani in piscina, ci sono i marziani in piscina”.

L’anziana signora del film simbolo sull’età avanzata, Cocoon – L’energia dell’universo, definisce vero ciò che certamente lo è nella trama del film di Ron Howard, targato 1985. È l’appello del “Fammi vivere ancora”, naturale conseguenza di una vita che, al tempo che passa, preferisce i ricordi.

 

Ridere, saltare, amoreggiare senza sentirsi ridicoli

Trentacinque anni dopo Cocoon quello stesso immaginario ha perduto la dimensione di fiaba recuperando una realtà meno cinematografica ma possibile: il concetto che si possa ridere, saltare, amoreggiare come i vecchietti del film, senza sentire addosso il peso del ridicolo, ma facendo un’opera semplice e ambiziosa: una previsione di futuro.

Così la costruzione dei prossimi 10, 20, 30 anni avrà pure le piscine, ma senza gli extraterrestri. Al loro posto giovani, umani, dinamici, in interscambio creativo dentro spazi comuni, nei centri storici recuperati delle nostre città. Attorno a un chiostro del Cinquecento, per esempio; tra spazi di coworking, centri wellness, biblioteche. Un interscambio sociale e generazionale che punta a tagliare le barriere anagrafiche attorno a un assunto: tra 20 anni saremo tutti più anziani, non necessariamente più ricchi, forse più soli. E allora meglio industriarsi.

 

Il futuro possibile di Treviso: CoHousing pubblico

L’unione tra laboriosità e longevità arriva dal Veneto. Non un’idea primigenia, poiché già presente in gran parte del mondo occidentale, ma innovativa nell’attualizzazione italiana: nuclei di case, in pieno centro, circondati dalla storia, non da casermoni periferici tutto vetro e acciaio.

Accade a Treviso, ieri pezzo di terra bigotto e moralista in Signore & signori di Pietro Germi, oggi avanguardia di un progetto che è la prossima Italia. È il caso di “Borgo Mazzini Smart Cohousing”, il superamento già avvenuto delle case di riposo. Addio agli stanzoni con letti-prigione in metallo, avanti gli appartamenti con servizi condivisi, appunto il cohousing. Un esperimento già presente in altre città italiane (Figino, nel Milanese, Trento, Torino, Modena, per citarne alcune), ma che ha una vocazione specifica per i senior, in una struttura pubblica, a gestione pubblica.

 

La Cisl: “Basta con i costi inaccessibili dei privati”

Per chi si occupa di diritti una manna dal cielo: “Significa maggiore controllo, senza i prezzi inaccessibili del privato”, dice Vanna Giantin, segretaria dei Pensionati della Cisl del Veneto, che sull’invecchiamento dei veneti ha commissionato uno studio per anticipare, appunto, il futuribile. L’avversario, più dell’età che avanza, è la colonizzazione delle residenze protette da parte dei privati, sia italiani che francesi, come l’asso pigliatutto della multinazionale Orpea.

Gli anni che verranno, del resto, sono nei dati: nel 2050 – fonte Eurostatuna persona su tre avrà più di 65 anni nei Paesi mediterranei; Italia, Spagna, Grecia, Portogallo. Già oggi, nel futuro che è già qui, in Italia ogni 100 persone in età lavorativa ci sono 34,8 persone oltre i 65 anni. Si tratta del dato peggiore d’Europa (29,9 è il dato medio europeo).

 

La “famiglia psicologica” nel CoHousing di Treviso: relazioni, non parentele

L’anticipo futuribile si basa su una parola chiave: “famiglia psicologica”, fondamento del progetto “Borgo Mazzini” di Treviso. Ce lo spiega la responsabile, Maria Aurora Uliana: “Se le famiglie naturali sono diventate animali rari – racconta in un’intervista – le famiglie allargate possono diventare più importanti delle relazioni parentali”.

 

Come nasce il progetto di Borgo Mazzini?

In quanto IPAB (Istituto Pubblico di Assistenza e Beneficienza, N.d.R.) ci occupiamo da anni della cura delle persone in quattro residenze, per un totale di 850 posti letto. Nel 2013 si è posta la necessità di vendere alcuni immobili in centro storico perché non più adeguati. Eravamo in un periodo di forte crisi economica e di recessione (gli anni bui dei suicidi in Veneto, N.d.R.), e così la prima asta andò deserta. Fu allora che il nuovo Cda decise di trasformare una difficoltà in un’opportunità, mantenendo il patrimonio esistente per farne un progetto innovativo, che diventasse una previsione di futuro e un modo per guardare all’invecchiamento in modo proattivo e non deficitario.

Qual è l’idea guida?

Pensare a una riqualificazione urbana e sociale, sfruttando uno spazio nel centro storico di Treviso, in cui c’è scambio, c’è il mercato. Non vogliamo creare un ghetto per anziani, ma avere uno spazio vitale. È il concetto di famiglia psicologica, visto che le famiglie naturali sono diventate animali rari. Significa che le famiglie allargate possono diventare più importanti delle relazioni parentali, attraverso pratiche che noi chiamiamo di buon vicinato.

Un progetto nato “artigianalmente” e diventato internazionale.

Cuore del progetto è una startup, FABER – Fabbrica Europa, in cui ci lavorano cinque ragazzi e ragazze dai 25 ai 40 anni, con l’obiettivo di intercettare fondi europei per la promozione dell’invecchiamento attivo. Questo percorso ha visto il coinvolgimento di numerose università italiane, come la Bocconi di Milano, la Iuav di Venezia, l’Università di Padova, e atenei stranieri come Klagenfurt e Rotterdam. Nel tempo abbiamo instaurato numerose collaborazioni con altre realtà in Cornovaglia (Regno Unito) e Spagna.

Qual è la caratteristica di queste “case di riposo” del futuro?

Si tratta di appartamenti di circa 50 metri quadrati ciascuno, con una tariffa mensile di 760 euro per i single e 1000 euro per le coppie, comprensivi di tutte le spese. L’accesso è consentito per graduatoria a persone che vanno dai 60 agli 80 anni. C’è bisogno di anziani smart, con la possibilità di rigenerare un nuovo modo di vivere la vita. A chi entra chiediamo di firmare una Carta dei valori perché gli ospiti stessi siano valore aggiunto. L’obiettivo è prevenire situazioni di disagio con persone che possano essere da guida.

A che punto è il progetto?

In questo momento siamo a metà dell’opera con 24 alloggi realizzati e 30 ospiti, tra cui 6 coppie. A lavori ultimati avremo 44 alloggi, per un costo totale di 12.500.000 euro. In questo momento abbiamo una lista di 280 persone interessate per i restanti 20 appartamenti di prossima e futura costruzione. Contiamo di chiudere tutto entro il 2025, forse anche prima. Stiamo costruendo una community di cohousers, attraverso un percorso di consapevolezza.

State anche pensando di recuperare il senso di piazza nel centro storico.

In questo momento stiamo lavorando sul finanziamento del chiostro cinquecentesco dell’ex Umberto I, che ha molti vincoli. Sarà però il fulcro di questa idea di cohousing, con 14 appartamenti, spazi di coworking al piano terra per i giovani, e possibilità di avere spazi comuni tra giovani e senior, con un ristorante, un centro wellness e biblioteche.

Ci sono numerosi ingegneri, architetti e informatici dietro questo progetto.

Tutte le abitazioni sono sprovviste di barriere architettoniche e su quelle in costruzione ci sarà tecnologia domotica, con una sensoristica in grado di controllare situazioni più a rischio. Già oggi è attivo un sistema di smart watch con segnali di alert in caso di bisogno.

Qual è la scintilla dietro questa idea?

Penso a come potrei invecchiare io. Oggi ho 55 anni e credo che o fronteggiamo l’invecchiamento in termini positivi o diventerà una lotta di classe tra senior e giovani. Non posso pensare di invecchiare come è invecchiata mia madre o mio padre. L’idea è di preservare la privacy ma in relazione con l’altro, superare cioè lo tsunami dell’invecchiamento, che è fatto di solitudine e non autosufficienza. Sempre più abbiamo bisogno di condividere spazi comuni attraverso una rete informale. Non vogliamo pesare sulle prossime generazioni. Semplicemente ci abbiamo messo la faccia.

Giornalista professionista, video reporter. Ha scritto per giornali, radio-tv e web, tra Italia, Spagna e Stati Uniti. Prima Il Messaggero, poi El Diario de Sevilla, quindi E’ tv- Rete 7, dove ha realizzato anche servizi per Mediaset e La7. Da freelance ha realizzato un reportage in Iraq al confine delle zone controllate dall’Isis. Dopo una laurea in Scienze della Comunicazione e un Master in Risorse turistiche e marketing del territorio, si è occupato anche di enogastronomia collaborando con Carlo Cambi a "Il Gambero Rozzo", Newton Compton editore. Musicomane, scrive canzoni, canta, tormenta il basso. Con la sua band, Secret Sight, ha girato per l'Europa con live shows in Inghilterra, Francia, Belgio, Austria, Germania, Repubblica Ceca. Ha vagato musicalmente anche per l'Italia, isole comprese. [ Guarda tutti gli articoli ]

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