La Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, nel cuore di una delle più importanti città del Nord Italia

Sapessi com’è strano sentirsi un po’ italiano a Milano

Milano rischia di danneggiare il Made in Italy e di oscurare il resto del Nord Italia: un sottobosco di aziende che produce eccellenza anche fuori città.

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Il poeta salentino Mino de Santis canta: Lombardia Lombardia tutti pacci per la fatìa (“Lombardia, Lombardia, tutti pazzi per il lavoro”), ed è sicuramente questo ciò che si pensa della Lombardia al di fuori della Lombardia stessa. Il Nord Italia viene visto dagli italiani come un luogo di sviluppo, di qualità di vita, di lavoro sicuro; questo è ciò che appare nell’immaginario collettivo.

I movimenti migratori del Sud verso il Nord non sono di certo nuovi, e si può affermare che sono tuttora numerosi. Io però, credo che questo concetto sia abbastanza impreciso perché dicendo Nord ciò che viene subito alla mente è Milano, il luogo in torno al quale gira tutta quest’idea. Sempre Mino de Santis ha ragione nel cantare: Ci boi cu te dicu cummare Maria, / tanimu nu fiju ca stae in Lombardia, / in Veneto, Emilia, nel suolo toscano, / ma quandu unu parte se dice Milanu (“Che vuoi che ti dica comare Maria, / abbiamo un figlio che sta in Lombardia, / in Veneto, Emilia, nel suolo toscano, / ma quando uno parte si dice Milano”). Per questo uno degli obiettivi che vorrei dare a queste righe è quello di mostrare Milano come un’entelechia che fa ombra su tante realtà aziendali e impedisce a tante aziende lombarde di essere più visibili. Puntare gli occhi su queste altre realtà diventerà un ulteriore scopo di questo articolo: identificare il Made in Italy, trovare aziende di eccellenza e di qualità, significa anche uscire da Milano.

 

Milano non è una città italiana

Arrivato a questo punto è doveroso raccontare due dati su di me: sono spagnolo e faccio parte della generazione alla quale tutti si riferiscono come “millennials”, anche se quei test che si trovano sul web mi posizionano a mezza strada tra loro e gli “X generation”. Credo che entrambi gli aspetti facciano del mio sguardo uno sguardo diverso, in un certo senso più libero da bias e pregiudizi. Per questo vorrei affermare che una delle mie prime esperienze, dal momento che mi sono trasferito a Milano, è che Milano non è Italia; o almeno che Milano è la città meno italiana dell’Italia, pur essendo una bandiera a livello mondiale.

Parlare di Milano al di fuori dell’Italia è parlare di affari, di business, di progresso, ma anche di Made in Italy, “il vero Made in Italy”. È questo ciò che reputo impreciso. Milano è senza dubbio la città meno italiana dell’Italia, e invece viene identificata con il Made in Italy al di là delle frontiere italiane.

Ho avuto l’opportunità di percorrere l’Italia da Nord a Sud: è innegabile che sia un Paese complesso, con delle regioni ricche di cultura e di storie non sempre traversali, ma Milano non appartiene a nulla di quanto menzionato. Certo, il Duomo di Milano ha dato inizio al Rinascimento che sarebbe fiorito a Firenze, e Firenze non si può capire senza Milano; ma oggi il capoluogo meneghino sembra voler negare se stesso e non vuole farsi riconoscere come Italia, ma come Europa – come potenza economica. Il luogo in cui si fanno le cose su serie, come dice ancora il poeta.

Spesso, verso la stessa ora – circa le 7.05 del mattino – capita che mi sembra di guidare contro corrente. A volte sono arrivato a pensare che le persone che mi vedono in quel momento dalla corsia opposta ridano di me e pensino: “Ma dove va? Starà sbagliando strada”. Questo perché verso le 7.05 entro in tangenziale est direzione Venezia, quando devo andare in qualche azienda lombarda. In quel momento resto sempre colpito dalle luminose serpentine che raggiungono la metropoli da ogni singola strada: migliaia di persone che entrano a Milano alla stessa ora nella quale io vi esco. Perché Milano è il polmone non della Lombardia, ma dell’Italia. Il luogo delle multinazionali, delle banche, degli istituti finanziari, del design, del tessile; almeno così si pensa fuori dall’Italia, ma anche, e a volte tristemente, all’interno del Belpaese.

Certo è che i dati sembrerebbero dare ragione a tutto questo. Nella Lombardia ci sono poco più di 800.000 aziende registrate e attive, delle quali il 40% è nella provincia di Milano.

 

L’ombra di Milano sul Nord Italia

Non ho la pretesa di fare un’analisi minuziosa di ciò che è Milano, anche perché non penso di essere la persona più adatta, ma posso raccontare ciò che vedo.

Ho la fortuna di svolgere un lavoro che mi porta spesso in giro, non solo all’interno dell’area lombarda, e il mondo aziendale che ho scoperto anche fuori da Milano mi ha sempre colpito. Reputo il manufacturing italiano di una qualità invidiabile. Credo anche che l’industria italiana non abbia nulla da invidiare alle industrie altrui. Mi sembra giusto chiarire che intendo il Made in Italy come un prodotto di nicchia, curato, non prodotto su grande scala; molte volte fabbricato in aziende padronali, non molto grosse, nelle quali c’è la cura per molte dimensioni del prodotto e non soltanto per quella economica: il brand, la riconoscibilità, la qualità.

Ho avuto la possibilità di conoscere molte aziende che rientrano in questa caratterizzazione, ed è proprio su di loro che vedo abbattersi l’ombra di Milano, la grande città europea e mondiale, punto di riferimento come lo sono New York, Parigi o Londra. Una città che vuole essere lì, presente e riconoscibile come la capitale di questa Lombardia – e del Made in Italy. Mi colpì molto, quando arrivai a Milano, scoprire che tante persone avevano delle profonde radici del Sud. Mi colpisce salire in metro e vedere una rappresentazione chiara di tanti Paesi del mondo. È sicuramente questo, la multiculturalità di Milano, ciò che la rende molto più Europa che Italia. Inoltre, forse, questa ricchezza di Milano è ciò che rende più difficile che il Made in Italy lombardo venga riconosciuto con facilità.

In realtà non lo so. Semplicemente vedo che Milano non mi parla dell’Italia tanto quanto me ne parlano Brescia, Como, Lecco, Bergamo. Anzi, Milano non mi parla del Made in Italy quanto invece me ne parlano queste altre città. Credo che dobbiamo puntare gli occhi al di là del capoluogo per curare e valorizzare tutto il know-how della Lombardia e lasciare che Milano sia Milano, la realtà multiculturale che mi auguro diventi interculturale. E della quale spero che un giorno si possa dire, come canta Mino de Santis: Ddra susu a Milanu le cose su serie / te tane sicuru nu mese de ferie / e ci se malazza, ci chiede permessu / la ditta lu paca, lu paca lu stessu / Cumpare Dunatu nu è come a quai a nui / ca ci manchi nu giurnu nu te olene cchiui / è tuttu diversu, nu nce paragone / cu stu Meridione (“Lassù a Milano tutto è più serio / di certo gli daranno un mese di ferie / e se si ammala, se chiede permesso / la ditta lo paga, lo paga lo stesso / Compare Donato, non è come da noi / che se manchi un giorno non ti vogliono più / è tutto diverso, non c’è paragone / con questo Meridione”). Sì, facile da dire. Adesso tocca renderlo reale e per tutti.

 

Foto di copertina by Instagram https://www.instagram.com/nicktamas/

È un consulente aziendale spagnolo che si occupa di temi legati all’interculturalità aziendale e al decision-making etico. Dopo aver studiato chimica e filosofia in Spagna decide di fare un’esperienza di 3 anni in America Latina dove si occupa di sviluppo e formazione. Una volta trasferitosi in Italia approfondisce i suoi studi attraverso un post graduate in filosofia, un master in risorse umane e uno in filosofia pratica per le organizzazioni. È padre di una bambina di due anni. Ama leggere, scrivere e studiare. Collabora con l’Università Statale di Milano ed è docente di interculturalità aziendale ed ethical problem solving in diversi master a Milano e a Bologna. [ Guarda tutti gli articoli ]

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