Scuola e cultura. Ma scuola è cultura?

In Austria la scuola non ha chiuso per il virus. E se fosse quello il modo per imparare a convivere con gli altri, nello scenario imposto dal virus?

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Sembra ormai che in Italia, rispetto ad altri Paesi europei, prima che sanitaria l’emergenza sia diventata culturale, perché se non si riesce a far rispettare le regole anti-contagio è la cultura che manca, con la formazione alla collettività. La scuola è cultura, e senza cultura la libertà muore, e con essa la capacità di assumersi le proprie responsabilità rispettando il prossimo.

Durate questa emergenza, piuttosto che puntare alla formazione e tutela dei lavoratori e dei cittadini per evitare il contagio, si è ricorsi all’uso della sottrazione di libertà. Come se gli italiani fossero delinquenti da tenere segregati in casa. Nelle relazioni, nella società e a scuola si apprende la capacità di seguire regole di cooperazione, soprattutto quando si tratta di riformulare le condotte interpersonali che abbassano il rischio contagio; a scuola si comprende la differenza tra diritti e doveri, il saper stare insieme anche quando è richiesta una distanza fisica per sopravvivere.

Però proprio la scuola, in Italia, sembra verrà garantita in ritardo su tutto il resto, mettendo a rischio l’infanzia e la formazione dei nuovi cittadini italiani. Che compito gravoso quanto prezioso, quello degli insegnanti, che in Italia sono vittime del precariato e vengono tenuti sulla soglia della povertà. Insegnanti che al giorno d’oggi devono competere con le proposte formative di due adolescenti su YouTube che si lanciano sfide e si chiamano “Me contro Te”, o con pseudo musicisti che inneggiano alla violenza sulle donne e cantano a Sanremo. Che brutta aria che tira nel Belpaese.

Riaprire le scuole a settembre vorrà dire ritrovarsi tra i banchi studenti lobotomizzati che non hanno strumenti per comprendere che la società civile non è quella che stiamo offrendo loro. E che la crisi non c’entra niente con il virus, perché le istituzioni, che non sanno proteggere l’infanzia assicurandole cultura e possibilità esistenziali, formazione alle nuove modalità di socializzazione anti-contagio, potrebbero generare uno Stato destinato a morire di una morte ben più cruenta di un’emergenza sociosanitaria. I bambini non socialmente educati di oggi sono gli adulti di domani, che intanto stanno apprendendo che il lavoro di papà è più importante di quello di mamma. Donne chiuse in casa con i loro figli. Questa è retrocessione dei diritti dei lavoratori.

 

“Io” è un pronome plurale

Ascoltando i nostri sussulti dell’animo, sappiamo bene che nessuno appartiene mai completamente a sé stesso: ogni parte di noi emerge per interazione con il prossimo. La questione rilevante è: siamo ancora nelle condizioni di scegliere a chi appartenere”, quali relazioni coltivare, e come?

Non c’è libertà senza la capacità di affermare: “Mi assumo responsabilità”. E non c’è nemmeno libertà se non so costruire e negoziare le relazioni, imparando a stare in una relazione e tutelare il noi piuttosto che l’io. Mi sono già ritrovata a dire: “Certo che hai ragione, ma cosa te ne fai di quella ragione, se per averla, perdi la relazione? Non sarebbe meglio cercare ragioni per proteggere la relazione e non solo te stesso?”. “Ma così vinco io”, mi fu risposto. “Si può far vincere la coppia”, suggerii. Ma poi, a ognuno i propri obiettivi.

Quante volte non siamo in grado di comunicare al nostro interlocutore relazionale che ci sta facendo male, e piuttosto che trovare insieme un modo per tutelare la relazione tagliamo la corda perché troppo stretta? Non sarebbe più costruttivo provare a trovare una mediazione adeguata per entrambi? Invece accade spesso che creiamo relazioni di potere o distruggiamo la relazione stessa, ritraendoci spaventati. Non è quello che è anche accaduto, per certi aspetti, tra i cittadini italiani e le istituzioni nella gestione dell’emergenza virus?

Sembrano temi da consulenza di coppia, se non fosse che spesso entriamo in conflitto anche tra parti di noi e la mediazione dobbiamo farla con noi stessi: concedendoci la libertà di ascoltare e dare valore a ognuna delle parti che costruiscono quello che chiamiamo “io”, legittimandoci alla complessità, alla moltitudine di ruoli e punti di vista che si acquisiscono con formazione, esperienze di vita, cultura di appartenenza. Sempre collocati in ruoli sociali scelti, presi in prestito e fatti nostri dal mondo in cui viviamo. Abbiamo tante più possibilità di sopravvivere alle fatiche della vita, quante più possibilità esistenziali ci vengono offerte, e scegliamo. L’io è pronome plurale.

Plurale: il collettivo, il sociale, il relazionale, in Italia, non è più tutelato. Questo riverbera sul singolo, che diventa sempre più solo, messo in un angolo.

 

Non c’è libertà senza responsabilità: la prigionia del “restiamo a casa”

Tra i tanti significati della parola libertà, quella che sfugge spesso è che implica l’assunzione di responsabilità. Per praticarla, la libertà, è necessario che si sappia accettare il rischio di sbagliare.

“Abbiamo perso la libertà!”, dicono, o “abbiamo lasciato che ci privassero della nostra libertà per non assumerci responsabilità”. La libertà non si perde, si delega. Un primo esercizio da fare è riassumersi la responsabilità delle proprie vite per riuscire a guadagnare la libertà, e questo significa spesso lasciare la strada più battuta, quella con meno rischi di errore, per percorrere quella che sentiamo più confacente a noi stessi.

Che fatica la sperimentazione di sé e della propria individualità, imparando a rispettare i confini nostri e del prossimo. Queste sono abilità che le istituzioni formative dovrebbero contribuire ad accrescere nei cittadini con la cultura, la scuola, l’arte, la musica, la letteratura, che attraversano i secoli e ci parlano dell’evoluzione delle civiltà e del valore di ogni individuo. Ci viene offerto, invece, un mondo che sempre più propone modelli standard e globalizzati votati a vendere gli stessi prodotti a tutti con lo slogan: compra questo o quello e sarai realizzato. La realizzazione fittizia del possedere, che non sazia mai.

Abbiamo barattato la nostra libertà e pluralità con il vantaggio immediato di sentirci bravi, “aventi” e accettati, protetti dall’ignoto, evitando di assumerci il rischio di risultare sbagliati agli occhi di chi ci osserva. Compresi gli occhi dello sconosciuto allo specchio, che molte volte sa bene quali vestiti indossare per appartenere al mondo in modo adeguato: lo ha imparato dalla pubblicità, ma fatica a indossare gli abiti per appartenere a se stesso, evitandosi la sgradevole sensazione di vivere la vita di qualcun altro. Sensazione da cui ci si libera assumendosi i rischi del vivere e della ricchezza esistenziale.

Siamo rimasti tutti prigionieri distiamo a casa”, piuttosto che esigere un dialogo con le istituzioni deputate a proteggere i cittadini. Un dialogo attraverso il quale costruire insieme un mondo libero, ma in cui è necessario assumersi la responsabilità della salute anche del prossimo, oltre che nostra.

 

Il virus è diventato il microscopio per osservarci

Sono una mamma, una psicologa psicoterapeuta, un’insegnante. Sono italiana e vivo a Vienna. In Austria le scuole sono rimaste aperte, non a scopo formativo, ma di tutela dell’infanzia e dei genitori che dovevano lavorare, per evitare che i bambini venissero portati dai nonni, categoria più a rischio virus. I miei figli li ho tenuti con me in casa ugualmente, questi due mesi, ma ho scelto in questi primi giorni di maggio di portarli a scuola. Una scelta fatta a partire dalle mie competenze di psicologa: mi sono accorta che erano sempre più piegati su loro stessi, nonostante lo sforzo di provare a offrirgli qualcosa di diverso dal fascino che YouTube ha su di loro. Abbiamo dipinto pareti, cucito vestiti, cucinato, giocato, fatto i compiti, videochiamato nonni, zii, cugini, amici. Eppure tutto questo non è bastato.

L’ho visto ben chiaro: sempre più chiedevano tablet, cellulari, pc, anestetizzati da prodotti mediatici, nel ruolo di consumatori. Sempre più spettatori, e non protagonisti e costruttori attivi delle loro vite. E questo non riuscivo più a sopportarlo: mi è stato chiaro che noi (io e il padre) non gli bastavamo per soddisfare la loro vivacità relazionale, attraverso la quale realizzano il bisogno di conoscenza del mondo e di loro stessi. In questa povertà di ruoli e relazioni, diventavano sempre più consumatori di prodotti televisivi (scadenti, peraltro) e videogiochi. Non è questo che intendo offrire ai miei figli, con la scusa di proteggerci dal virus.

Devo portarli a scuola affinché apprendano a stare nel mondo seguendo le regole sociali anti-contagio, contribuendo a costruire e rispettare a loro volta la società che li tutela durante la crescita nella loro complessità: figli, studenti, amici, nipoti, sportivi. Non sono solo figli miei, sono anche cittadini austriaci, e a stare nel mondo infettato dal virus si impara nei contesti sociali, non chiusi in casa con mamma e papà.

Così abbiamo imparato tutti le regole sociali: chi più e chi meno. Specifica necessaria, questa, perché è chiaro che qualcuno pensa che il mondo gli appartenga in modo esclusivo e possa disporne come vuole. Punto di vista pericoloso, a partire dal quale si attuano comportamenti incivili, che non contemplano che il mondo sia di tutti i suoi partecipanti, e che l’apprendimento e il rispetto collettivo delle regole sociali è l’unico strumento che abbiamo per garantire serenità e libertà a tutti. Eppure sembra sempre più che il mondo appartenga a pochi eletti nominati da volontà divine, che non contemplano la tutela della società prima dei propri vantaggi personali o saperi locali. Ci diciamo società del progresso, e invece ci muoviamo ancora su principi vetusti, e per certi aspetti anti-collettività.

Anche la quarantena pare sia una strategia di gestione dei contagi formulata nel 1300, periodo in cui non esistevano microscopi e non si comprendevano appieno le modalità del contagio. Niente di nuovo ci offrono allora i nostri tecnici della task force. Abbiamo bambini non istruiti, donne nel ruolo totalizzante di casalinghe, la quarantena è diventata “cinquantena” e l’Italia sta rischiando una gravissima recessione non solo economica, ma ancora più grave: civile e culturale.

Smettendo di guardare solo il virus al microscopio, con annessa ricerca di vaccino, ci accorgiamo che il virus è diventato il microscopio attraverso il quale vedere quanto l’Italia è infettata da idee per cui il nostro Stato non appartiene a tutti, ma solo a chi comanda, che manda in campo la polizia o le ambulanze per sedare chi parla troppo.

Per questo virus dello strapotere i vaccini ci sono già, e si chiamano cultura e scuola.

 

Photo credits: Ben Mullins on Unsplash

Italiana migrante a Vienna, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta, ha conseguito la laurea in Psicologia Clinica ad indirizzo Neuropsicologico a Padova e il titolo di Psicoterapeuta presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Interazionista. Ha la passione per la psicoterapia, la ricerca scientifica e la scrittura divulgativa, attraverso la quale racconta la psicologia rendendola accessibile ai non addetti ai lavori. Tra le sue recenti opere troviamo il libro: “ Allucinazioni: sintomi o capacità? Racconti di errori diagnostici, soluzioni, ribellione e libertà”, edito La Fabbrica dei Segni Editore, Il Melograno. Ha collaborato come autrice con varie riviste italiane tra cui “Rivista di Scienze dell’Interazione” e “Mad in Italy”, e internazionali, come “Frontiers”, “Community Mental Health Journal” e “Mad in America”. Per anni cultrice della materia in Psicologia Clinica e Psicoterapia, dipartimento di Psicologia Generale, Università degli Studi di Padova. Attualmente docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Interazionista e Presidente “Ediveria”, Associazione per la ricerca internazionale e la consulenza “dell’udire voci” con sede a Vienna. Da anni si occupa di ricerca e psicoterapia delle allucinazioni, di neuro possibilità e complessità esistenziali, di processi migratori e di epistemologia delle scienze cliniche della psiche. [ Guarda tutti gli articoli ]

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