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Sindacato partite Iva: uno, nessuno e centomila

Sindacato partite Iva: uno, nessuno e centomila

Esiste un sindacato per le partite Iva? Non proprio, ed è parte del problema. Un viaggio nella galassia di associazioni di rappresentanza degli autonomi.

Monia Orazi

30 Aprile 2020

Italiani popolo di santi, poeti, navigatori e partite Iva, in totale 5.319.000 nel 2018, con le nuove aperture cresciute del 6,4% nel 2019, rispetto all’anno precedente, secondo i dati dell’Osservatorio partite Iva del Mef. Numeri importanti, la cui rappresentanza è frammentata in una miriade di soggetti sostanzialmente diversi, divisi tra organismi basati sull’aggregazione per tipologia professionale, movimenti di protesta che fanno rete sul web e nei social, forme associative trasversali a cui si aggiungono organismi di raccordo, ben lontani dall’avere una visibilità mediatica e una forza contrattuale con i decisori politici, tipica dei settori professionali dipendenti più sindacalizzati.

Il paradosso che colpisce è che la categoria dei lavoratori autonomi non organizzati in collegi professionali o albi è la più numerosa, con oltre tre milioni di appartenenti, e ha solo sei forme aggregative, individuate ufficialmente dal Ministero dello Sviluppo economico, che siedono ai tavoli ministeriali ufficiali.

 

Le partite Iva e il mondo della rappresentanza

Un mondo variegato a cui resta difficile fare massa critica e avere potere contrattuale unitario con il mondo politico, disperso nella rappresentanza di forma fornita da ordini e collegi professionali, o in quello delle associazioni di categoria che hanno una caratterizzazione diversa in base al settore professionale di appartenenza, a cui si aggiungono forme di aggregazione spontanea che nascono da momenti di forte protesta sociale. Con diverse centinaia di gruppi attivi sui social.

In questo periodo vanno per la maggiore le “Partite Iva Incazzate”, il cui gruppo Facebook ha raccolto oltre 40.000 partecipanti. Adesioni di poco superiori alle 5.000 persone sono state raccolte dal Movimento nazionale Partite Iva; e poi c’è APIM (Associazione Partite Iva Manifestanti). A questi si aggiungono numerosi gruppi regionali di “Partite iva insieme per cambiare”, a cui si collega il nome della regione di riferimento, e poi ancora altri gruppi riferiti alla base territoriale regionale: “Autonomi e partite Iva”, “Partite Iva unite”, “Popolo partite Iva”, “La rete delle partite Iva”, i cui componenti variano dai 307.000 del gruppo nazionale di “Partite iva insieme per cambiare”, al centinaio o poco più di piccoli gruppi locali.

Discorso simile riguarda le pagine. Circa un’ottantina quelle attualmente presenti: si va da “Partite Iva d’Italia” con meno di cento aderenti alle “Mamme con la partita Iva”, a pagine informative come “Il giornale delle partite Iva”, “Infoiva, il quotidiano delle partite Iva”, all’estemporanea “Mascherine per partita Iva”. Ha qualche migliaio di aderenti il “Sindacato delle partite Iva”. Raccoglie 310.000 follower “Autonomi e partite Iva, 10 volte meglio”, che si propone come formazione politica in vista delle prossime elezioni. Poco più di settemila per “Associazione partite Iva insieme per cambiare; intorno alle ventimila “Partite Iva unite, professioni ed imprese unite per l’Italia”. Un quadro che restituisce appieno l’immagine di una rappresentanza frammentata nell’organizzazione, e di conseguenza nella forza contrattuale con il mondo politico.

Sul fronte della rappresentanza organizzata, all’interno della CGIL è attivo da diversi anni il NIdiL, che tutela i lavoratori atipici, tra cui collaboratori a partita Iva, mentre la CISL ha dato vita a “vIVAce!”, che raccoglie i freelance. ACTA (Associazione Consulenti del Terziario Avanzato), rivolta ai freelance, è collegata alla Freelancers Union americana, che conta 490.000 iscritti e fornisce anche un’assicurazione medica e attua strategie di lobby politica. CoLAP, il Coordinamento delle Libere Associazioni Professionali, raccoglie 300.000 iscritti da oltre 200 associazioni professionali, e insieme a CNA professioni, Confassolistiche, CONFEPI (Confedrazione Europea Professionisti e Imprese), Federcounseling e PIU (Professioni Intellettuali Unite) è una delle sei forme aggregative ufficiali individuate dal Ministero dello Sviluppo Economico riguardo le professioni non organizzate in ordini, albi o collegi. Esistono organismi di raccordo trasversale delle associazioni, come Confassociazioni e Confprofessioni. La prima si configura come organismo di rappresentanza di gruppi e organizzazioni e non fornisce servizi ai singoli; la seconda è stata riconosciuta parte sociale nel 2001 e ha il ruolo di firmataria del contratto collettivo dei dipendenti degli studi professionali.

 

I numeri dei lavoratori indipendenti

Secondo i dati della Rilevazione delle forze di lavoro Istat, nel 2018 i lavoratori indipendenti erano il 22,9%, contro il 77,1% dei dipendenti. Tra le partite Iva gli imprenditori sono il 5,6% del totale, i professionisti iscritti ad albi e collegi professionali esistenti sono pari al 26,9% del totale, gli autonomi il 57,3%, mentre altri lavoratori indipendenti sono il 10,2%. Sono 27 gli ordini e i collegi professionali, che raccolgono poco meno di due milioni di professionisti iscritti, i quali generano il 6,6% del Pil nazionale. Coloro che invece non sono organizzati in ordini e collegi professionali sono tre milioni e mezzo di persone, di cui solo un milione è iscritto a 1.500 associazioni professionali, per un valore del settore che rappresenta il 9% del Pil a livello individuale e il 21% con le aziende collegate.

Se poi si guarda ai soli liberi professionisti, le partite Iva per eccellenza, in Italia questa categoria rappresenta il 18 per mille della popolazione italiana, il numero più alto d’Europa dopo il 21 per mille dei Paesi Bassi, in base alla Rilevazione europea sulle forze di lavoro fornita da Eurostat. Secondo i dati Istat in dieci anni, tra il 2009 e il 2018 i lavoratori indipendenti sono diminuiti del 7,5%, mentre si è registrata una forte crescita del 24,6% tra i liberi professionisti.

Un fenomeno che viene spiegato così da Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni: “La spiegazione sembra stare in due fenomeni concomitanti: da un lato, la crisi economica e l’impatto della rivoluzione digitale, che hanno investito il lavoro autonomo tradizionale inteso nella sua accezione più ampia, composto cioè in larga misura da artigiani e commercianti, spesso con bassi livelli di studio, in età avanzata e prossimi all’uscita dal mercato del lavoro; dall’altro la sempre maggiore attrattività della scelta libero professionale per le fasce più giovani e istruite del mercato del lavoro, anche in virtù della progressiva spinta verso l’economia digitale. Non si tratta di un caso circoscritto all’Italia, perché entrambi i fenomeni – il calo dei lavoratori indipendenti e, al loro interno, la contemporanea forte crescita dei liberi professionisti – sono osservabili in tutti i Paesi dell’Unione europea, seppur con diversa intensità. Il secondo ostacolo da superare è la fragilità delle definizioni e del perimetro del mondo libero professionale, e quindi la difficoltà di capire chi ne faccia davvero parte. In questo terreno dai confini molto labili, infatti, si muovono soggetti che presentano le caratteristiche del libero professionista pur non dichiarandolo, e di contro soggetti che, pur non avendo tali caratteristiche, si dichiarano professionisti”.

 

Il freelance non è un lavoro per giovani. E per donne

Usando una metafora, il mondo delle partite Iva è come un arcipelago formato da una miriade di isole, tutte diversissime tra loro per estensione e caratteristiche interne. Ciò rende complesso individuare organismi di rappresentanza trasversali alle categorie di appartenenza dotati di un peso politico che garantisca un rapporto alla pari, con il decisore pubblico o sui media, lontanamente simile a categorie quali quella degli industriali. Il maggior peso numerico è quello dei circa tre milioni di lavoratori autonomi, iscritti a 1.500 associazioni professionali diverse. Un organismo di raccordo è Confassociazioni, nata nel luglio del 2013, che conta 464 organizzazioni professionali, con circa 798.000 professionisti coinvolti e 139.000 imprese.

Riguardo agli ordini professionali, una ventina di casse di previdenza private sono rappresentate nell’AdEPP. “La composizione dei professionisti iscritti alle Casse di previdenza si è notevolmente modificata nell’arco degli ultimi 14 anni. Gli under 40 rappresentavano, nel 2005, quasi il 41% del totale degli iscritti; tale quota è scesa costantemente negli anni, arrivando ai circa 28,3 punti percentuali del 2018”, si legge nel nono rapporto AdEPP sulla previdenza privata. “Tale fenomeno è dovuto a diversi fattori, sicuramente hanno influito le riforme previdenziali che hanno comportato l’innalzamento dell’età pensionabile e la sempre maggiore proporzionalità delle prestazioni pensionistiche ai versamenti effettuati (contributivo) e non più al reddito (retributivo). Altri fattori vanno ricercati nell’invecchiamento della popolazione italiana e nella diminuzione degli iscritti alle università”.

La popolazione iscritta alle casse di previdenza ha subito un invecchiamento, dovuto secondo il rapporto AdEPP “principalmente all’alta qualificazione dei professionisti, che per accedere agli ordini professionali devono superare un esame di abilitazione che prevede, in molti casi, l’aver già conseguito una laurea. Quindi, i professionisti entrano nel mercato del lavoro ad una età maggiore rispetto alla media degli altri lavoratori italiani”. Un altro fattore che determina le condizioni di lavoro e vita è il reddito dei professionisti, che dallo stesso rapporto è diminuito, “tra il 2010 e il 2016, di circa il 12%. Interessante notare che la variazione è tornata positiva nel 2017 portando a crescere, per questo anno, il reddito del 3%”. Poi si precisa: “Se includiamo gli effetti dell’inflazione sui redditi, come mostrato, notiamo che questi sono scesi, in termini reali, del 14,5% dal 2005. Come si diceva le cause di tale decrescita vanno imputate alla crisi del settore professionale ma non solo. In particolare, oltre all’effetto riforme, la diminuzione dei redditi è anche dovuta alla crescente quota di donne nelle professioni che, come vedremo nelle analisi successive, hanno mediamente redditi inferiori a quelli dei colleghi uomini”.

Un altro fattore di differenziazione tra i professionisti è l’età, che determina sostanziali differenze nel reddito, come rileva l’AdEPP: “In particolare, vediamo che i professionisti sotto i 30 anni dichiarano circa un quarto dei loro colleghi con età compresa tra i 50 ed i 60 anni. Tale differenza decresce con l’età del professionista, ma resta comunque marcata fino ai 50 anni”. Il reddito medio di un libero professionista nel 2018 è di 35.571 euro, mentre quello medio di un professionista dipendente 70.226 euro.

Rilevante la differenza tra fasce di età riportata nel rapporto: si parte dai 13.047 euro medi annui di un professionista fino a 30 anni, passando per i 35.000 della fascia di età tra i 40 e i 50, e si sale al massimo compenso nella fascia tra i 50 e i 60 con 49.000 euro, livello che si mantiene stabile sino ai 70 anni, mentre dopo questa età, con redditi da pensione, la media si aggira intorno ai 30.000 euro.

Le donne professioniste percepiscono meno degli uomini: “Il dato complessivo, al 2018, fa registrare una differenza di reddito pari a circa il 45%. I dati raccolti dimostrano che il gender pay gap tra uomo e donna è più marcato nel settore delle libere professioni che nel lavoro subordinato. Se nel settore del lavoro subordinato questo si assesta su una percentuale di circa il 4%, le libere professioniste guadagnano in media il 45% in meno dei colleghi uomini”, si legge nel rapporto AdEPP.

 

 

Photo credits: Roberto Monaldo, La Presse