Spoiler – “Le Marche tremanti” nel prossimo Senza Filtro

Oggi i paesaggi del terremoto costituiscono una condizione particolare, che merita di essere raccontata, anche attraverso il cinema. Per costruire una memoria visiva e culturale, ma anche per mettere in evidenza il legame fra persone e territorio

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Il regista Sandro Baldoni ha definito il terremoto “la botta grossa”. Sì, perché il sisma che ha colpito il centro Italia nell’ottobre del 2016, con una scossa di magnitudo 6,5 e un raggio d’azione che ha devastato l’intera zona dei Monti Sibillini, è stata la più devastante da oltre quarant’anni, distruggendo paesi interi e provocando decine di migliaia di sfollati. E, pur non avendo provocato vittime, il sisma ha trasformato gli abitanti dei tanti, piccoli centri urbani in senzatetto, costretti a vivere per mesi nei capannoni della Pro Loco. O a una migrazione obbligata verso i comuni sul mare.

Ed è così che Sandro Baldoni intraprende un vero e proprio road-movie, tra le Marche e l’Umbria, tra strade dissestate e incontri con le Pro Loco locali – che diventano improvvisi ed estemporanei centri di aggregazione comune –, soggiorni imposti al mare, aule di scuola improvvisate e palestre adibite a spazi per gli psicologi. Nel tentativo di sopravvivere e di ricostruire un’umanità finalmente sostenibile (La botta grossa, S. Baldoni, 2017).

E dunque, l’urgenza nella routine e del reale: della vita ordinaria in situazioni extra-ordinarie. Perché, dopo il terremoto del 30 ottobre 2016, che per la seconda volta ha devastato il centro Italia – dopo il precedente sisma di Amatrice – anche il cinema si è sentito investito dell’impellenza di raccontare la vita dei luoghi e delle persone che ne sono stati colpiti, attraverso storie vissute di dolore, di perdita e di sbigottimento, ma anche attraverso esempi concreti di volontà, umanità e auto-organizzazione. Ed è così che le Marche tremanti diventano protagoniste di un cinema dai toni quasi catartici. Un cinema dell’urgenza, dell’emergenza. Per testimoniare il dramma e la resilienza, ma anche la solidarietà e la speranza.

Il cortometraggio Così in terra (id., P.L Pisano, 2018), girato ad Acquasanta Terme (AP) e proiettato nella sezione “Cinéfondation” del Festival di Cannes racconta i luoghi del terremoto un anno dopo e mescola le storie di oltre quaranta terremotati di Acquasanta – fra cui la protagonista femminile, Angelarosa Orsini, per la prima volta sul grande schermo – con il racconto di un sacerdote che ha vissuto il dramma, interpretato da Roberto Citran: un centro urbano piccolo, che col terremoto diventa ancora più piccolo; «Nessuno da salutare, nessuno con cui lamentarsi del caldo». Perché il terremoto, come evidenzia il dossier del corto, «non ha lasciato nemmeno il rumore dei respiri».

Ma fra le iniziative del cinema che raccontano i luoghi e le esperienze del terremoto c’è anche un festival. Sì, perché l’edizione 2017 del Corto Dorico Film Festival (in programma ogni anno ad Ancona, e punto di riferimento del cortometraggio d’autore e dell’impegno civile, attraverso la collaborazione con Amnesty International Italia) è stata dedicata proprio all’immaginario, alla forza e all’arte del ricostruire. Declinate anche in versione post-sisma.

Il progetto Storie dall’Appennino, presentato lo scorso anno al Festival anconetano e realizzato da un gruppo di ventuno ragazzi con la passione per il cinema e per la realtà aumentata ha dato vita a nove corti, interamente girati nei borghi delle Marche danneggiati dal terremoto. L’uomo delle nevi, ad esempio, propone un insolito viaggio in autobus e racconta la paura di un nonno di perdere la nipotina, durante la notte della prima scossa; Resurgo accompagna lo spettatore in un’ex conceria di Fermo, che oggi riprende nuova vita attraverso la street art. Frontiera racconta il silenzio del paesino di Visso (MC), situato in una conca circondata da montagne e pendii rocciosi; La parabola discendente è il resoconto di un anziano musicista, ex membro di una banda di Ascoli e che ha dovuto rinunciare alla sua passione. Mentre Bronx racconta la fondazione, all’indomani dal sisma, di una comunità autogestita per affrontare il dolore e gli ostacoli di questa nuova condizione.

Oggi i paesaggi del terremoto costituiscono una condizione particolare, che mette costantemente in discussione le sicurezze di chi ci vive, ma che dà anche vita a esempi virtuosi di collaborazione e umanità; voglia di fare e di ricostruire. E questa realtà merita di essere testimoniata, anche attraverso il cinema: non soltanto per costruire una memoria visiva e culturale di questo profondo dramma collettivo, ma anche per mettere in evidenza il rapporto che lega le persone alle comunità e al territorio. Perché proprio il terremoto dimostra, da sempre, come i paesaggi costituiscano un riferimento fondamentale per le persone: in termini di identità, di identificazione e di riconoscimento.

Lucana, studi umanistici. Dopo più di dieci anni in azienda riscopro la scrittura. E approdo alla carta: prima stampata, poi digitale. Sviluppo importanti collaborazioni con «L’Indipendente lucano», «Il Metapontino», «Biancolavoro» e «Blu TV» e, in ambito cinema, con “Reggio Film Festival”, “Il cinema ritrovato” e “Biografilm Festival”. Membro della giuria durante la 50+1 edizione della “Mostra del nuovo cinema” di Pesaro. Come giornalista mi occupo di cultura e sono attenta ai temi di genere, specie se legati al mondo del lavoro; come Project Manager sviluppo progetti culturali e comunicativi: dalla scrittura alla fattibilità, dal budget alle strategie di fundraising. Nutro una passione per i modernismi; ma anche per i post-modernismi e per le forme di ibridazione. E sono (da) sempre — come titola la raccolta di saggi di Greimas — alla ricerca Del Senso. [ Guarda tutti gli articoli ]

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