Spoiler – “Università senza lode” nel prossimo Senza Filtro

Istruire ma non formare: perché le istituzioni, nel cinema come nella realtà, possono essere università, ma senza lode

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Si racconta che Zero in condotta (Zéro de conduite, J. Vigo, 1933) altro non sia che un paziente lavoro di memoria, in cui il regista Jean Vigo ricostruisce la sua esperienza personale con il sistema scolastico del tempo. Definito dalla critica anarchico, anticonformista, smitizzante, il film di Vigo racconta la vicenda di tre ragazzi, Caussat, Colin e Bruel, che al termine delle vacanze estive fanno ritorno al collegio. L’istituto è diretto da un nano barbuto e inflessibile, che esercita una dottrina autoritaria e coercitiva con l’aiuto dei sorveglianti Bec-de-gaz e Pète-sec. All’interno della struttura ogni cosa è fissata da regole inderogabili e la libertà è semplicemente fuori.

Durante la sera, i tre sono puniti per schiamazzi: sarà il primo “zero in condotta” dell’anno scolastico e, quel che è peggio, l’episodio comporterà la perdita del diritto al riposo domenicale. I ragazzi decidono di vendicarsi e, con l’aiuto di Tabard, che ha mandato al diavolo il rettore davanti all’intera classe e con il supporto dello stralunato Huguet mettono a punto una rivolta senza esclusione di colpi, al termine della quale il desiderio anarchico di libertà dei ragazzi avrà la meglio sull’ipocrisia borghese del mondo adulto, emblema di quell’università senza lode capace di istruire ma non di formare.

Si dice anche, che il capolavoro di Vigo, debitore verso i surrealisti per il lirismo di alcune sue immagini, sarà fra i principali punti di riferimento di una serie di film giocati sul tema della contestazione alle istituzioni, università anch’esse senza lode, ritenute incapaci di portare realmente a compimento il proprio ruolo pedagogico.

E così, in un istituto inglese retto da soprusi, ingiustizie e omertà Mich Travis e i suoi compagni si ribellano e nel corso della cerimonia di fine anno, sparano su compagni e docenti (If… L. Anderson, 1968); mentre in un collegio cattolico italiano fa il suo ingresso Angelo Transeunti che, anticonformista e teorizzatore del superuomo, mette in atto un piano di rivolta grottesco e blasfemo, finalizzato a sovvertire e destituire l’ordine istituzionale (Nel nome del padre, M. Bellocchio, 1972).

Università senza lode è quella frequentata da Benjamin Braddock, neolaureato californiano che diventa l’amante di una frustrata amica di famiglia (The Graduate, 1967, M. Nichols). Saranno in tanti i ventenni che si identificheranno nelle vicende del giovane protagonista, metafora di un’America in fermento e della critica nei confronti dei valori tradizionali.

Università senza lode è la Welton Academy, fondata su Onore, Disciplina e Tradizione e in cui il professor John Keating insegna ai ragazzi la forza creativa della libertà recitando i versi di Walt Whitman (Dead Poets Society, P. Weir, 1989). E, con uno sguardo decisamente più contemporaneo, università senza lode è quella che impedisce a un manipolo di menti brillanti di trovare un’occupazione commisurata ai propri studi e alle proprie aspettative. Ed è così che l’allegra brigata, con l’aiuto di un amico chimico, decide di sintetizzare e di mettere in commercio una nuova e potentissima smart drug (Smetto quando voglio, S. Sibilla, 2013).

Università senza lode è la religione. Alla morte di Oscar, la vedova Emile trova conforto nel protestantesimo e sposa il pastore Vergérus, che intende educare Fanny e Alexander, i due figli della donna, a una disciplina durissima. La vita dei bambini diventa un incubo e solo l’immaginazione, suggestionata dai discorsi dell’ermafrodito sensitivo Ismael, consentirà loro di fuggire dalla casa-canonica-prigione senza muoversi apparentemente dalla propria stanza (Fanny och Alexander, I. Bergman, 1982).

Università senza lode è la famiglia, portatrice di valori borghesi e conservatori. Come quella di casa in un’agiata villa di Bobbio e dove una madre vedova e cieca vive con i quattro figli. Uno di loro, epilettico, brillante ed esaltato, la uccide e uccide anche il fratello ipodotato, per poi congiungersi con sua sorella e fare un falò con i vecchi mobili della casa, per celebrare la libertà riconquistata (I pugni in tasca, M. Bellocchio, 1965).

E università senza lode può esserlo la vita, nel senso più universale del termine. Dalla morte del padre in un conflitto totale e sanguinoso alla disumanizzazione spersonalizzante della scuola, dall’inadeguatezza della figura materna al disincanto nei confronti dei sentimenti. La rockstar Pink – alter-ego di Syd Barrett e di Roger Waters – costruisce un muro invalicabile e difensivo, che lo soffoca fino a trascinarlo ai limiti della follia (The Wall, A. Parker, 1982).

Ma nel mondo del cinema le università senza lode sono soprattutto le istituzioni, il cui scopo formativo viene messo palesemente in discussione dalla prassi quotidiana. Antoine Doinel è un dodicenne parigino che, trascurato dai genitori, fugge di casa, ruba ed è rinchiuso in un riformatorio dal quale scappa per vedere il mare che non ha mai visto (Les Qutre Cents Coupes, F. Truffaut, 1959).

Il film, considerato il manifesto della Nouvelle Vague francese, propone un’invettiva lirica ma feroce al cosiddetto “mondo degli adulti”: le funzioni genitoriali vengono espletate da una madre nevrotica e da un patrigno incurante, che relegano il piccolo Antoine in uno spazio angusto, in casa e in famiglia, e che François Truffaut – di cui Antoine Doinel non è che l’alter ego – mette in evidenza attraverso le inquadrature ravvicinate; mentre il colloquio con la psichiatra del riformatorio, metafora della funzione ri-educativa delle istituzioni e che pensatori come Michel Foucault metteranno pesantemente in discussione, viene raccontata attraverso un intenso plan-séquence, in cui la refrattarietà del mondo adulto viene espressa dalla donna che pone le domande in un costante fuori campo.

La punizione inflitta ad Antoine seguirà un climax incalzante e sarà familiare, scolastica e infine sociale, per poi culminare in una conclusione fintamente liberatoria: la celebre carrellata finale che conduce Antoine al mare, con i piedi bagnati dall’acqua e lo sguardo fisso, rivolto alla macchina da presa, in un fermo immagine eversivo che abbandona, però, ogni illusione.

Lucana, studi umanistici. Dopo più di dieci anni in azienda riscopro la scrittura. E approdo alla carta: prima stampata, poi digitale. Sviluppo importanti collaborazioni con «L’Indipendente lucano», «Il Metapontino», «Biancolavoro» e «Blu TV» e, in ambito cinema, con “Reggio Film Festival”, “Il cinema ritrovato” e “Biografilm Festival”. Membro della giuria durante la 50+1 edizione della “Mostra del nuovo cinema” di Pesaro. Come giornalista mi occupo di cultura e sono attenta ai temi di genere, specie se legati al mondo del lavoro; come Project Manager sviluppo progetti culturali e comunicativi: dalla scrittura alla fattibilità, dal budget alle strategie di fundraising. Nutro una passione per i modernismi; ma anche per i post-modernismi e per le forme di ibridazione. E sono (da) sempre — come titola la raccolta di saggi di Greimas — alla ricerca Del Senso. [ Guarda tutti gli articoli ]

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