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Telelavoro: l’Italia è ferma ai tempi del libro Cuore

Telelavoro: l’Italia è ferma ai tempi del libro Cuore

Lo smart working come opportunità per competere

Federico Ott

22 Aprile 2015

“Aveva preso da una Casa editrice, che pubblicava giornali e libri a dispense, l’incarico di scrivere sulle fasce il nome e l’indirizzo degli abbonati, e guadagnava tre lire per ogni cinquecento di queste striscione….”

Molti ricorderanno la commovente storia, narrata da De Amicis nel libro Cuore, del piccolo scrivano fiorentino che ogni notte di nascosto passava ore e ore a scrivere centinaia di indirizzi per aiutare il vecchio padre (che magari non aveva nemmeno cinquant’anni!).
Era l’antenato del telelavoro, sopravvissuto sino a pochi decenni fa quando “lavoro a casa” voleva dire solo “lavoro a cottimo”, quello svolto da molte famiglie numerose dove tutti, dai più piccoli ai più vecchi, per un compenso da fame passavano ore a montare penne a sfera o oggetti similari, quando questo tipo di lavoro costituiva spesso l’unica possibilità di guadagno per chi non era riuscito ad entrare nel ciclo produttivo industriale o per chi voleva arrotondare lo stipendio.

Oggi invece parlare di lavoro a casa significa parlare di telelavoro. Non è un semplice cambio di denominazione ma un potenziale enorme passo avanti nel concetto di lavoro dipendente, una conquista resa possibile dall’evoluzione tecnologica nonché necessaria dalle mutate esigenze del lavoratore “moderno” (anche se possibile solo per alcune limitate categorie di lavoratori).

Il telelavoro è potenzialmente una realtà, e non certo da ieri: è vero che solo il 27 febbraio scorso l’INPS ha emesso una circolare contenente le disposizioni attuative dell’Accordo Nazionale sul progetto di telelavoro domiciliare, ma questa attività lavorativa che si svolge al di fuori dai locali dell’azienda è stata riconosciuta a livello europeo sulla base di un Accordo quadro stipulato nel 2002 – ben 13 anni fa- e recepito in Italia nel 2004 con Accordo Interconfederale.

Anche  il Governo, dopo una importante pausa di riflessione, ha introdotto nel 2011 alcuni “Incentivi per il Telelavoro”, “incentivi per i datori di lavoro che adottano il telelavoro  al fine di  migliorare la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, misure confermate e perfezionate l’anno successivo con la  Legge di Stabilità e che  riceveranno sicuramente altro smalto dalla   proposta di legge   presentata  alla Camera all’inizio del 2014  da tre deputate appartenenti a partiti diversi  per il grande balzo in avanti del telelavoro, ridenominato per l’occasione smart working.

Considerando infine che secondo uno studio del Politecnico di Milano il telelavoro  costituirebbe una alternativa vantaggiosa sia sotto il profilo familiare che sociale per il lavoratore sia in termini di produttività e risparmio per il datore di lavoro, che solo in Italia questo nuovo modo di lavorare  potrebbe comportare circa 27 miliardi di € di ricavi in più e 10 miliardi di costi in meno e rilevato il sempre maggior focus sul work-life balance è d’obbligo porsi la domanda sul perché, in Italia, il telelavoro non abbia mai veramente attecchito.

Perché in Europa, ma soprattutto in Italia, in questo difficile momento di congiuntura economica sfavorevole non viene meglio sfruttata l’opportunità di prendersi cura della famiglia, di organizzare il lavoro con e-mail e videoconferenze evitando stressanti ingorghi e costosi spostamenti realizzando nel contempo un importante saving di costi?
Sono le imprese ad ostacolarlo ritenendo che solo la presenza fisica del lavoratore sul posto di lavoro ne assicuri la produttività o sono gli stessi lavoratori a diffidare delle novità e sono più tradizionalisti dei loro datori di lavoro?

Ciò che è certo è che l’Italia vanta il triste primato di fanalino di coda in Europa per numero di telelavoratori (meno del 4% contro il 15,2% della Repubblica Ceca che primeggia nel Vecchio Continente) senza considerare che la media europea è ancora molto distante da quella dei paesi emergenti (circa il 50% in India, il 34% in Indonesia e circa il 30% in Messico, Argentina e Sud Africa).
Questi dati ci obbligano ad una ulteriore riflessione: se le new economy vi ricorrono massicciamente un motivo ci sarà ed in un momento storico in cui il recupero della competitività per la old economy è divenuto sinonimo di sopravvivenza probabilmente è necessario uscire dal nostro schema datato e ritrovare il nostro spirito di navigatori ed esploratori.