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Agromafie in Italia, la “lupara verde” minaccia il Nord

Agromafie in Italia, la “lupara verde” minaccia il Nord

Infiltrazioni mafiose nell'agricoltura, in Veneto 150.000 animali scomparsi nel 2018. Una vittima: "Abbiamo dovuto chiudere, poche tutele".

Sara Bellingeri

28 Settembre 2020

Non conosce confini, steccati, stagioni. È un danno tutto trasversale quello compiuto dalle agromafie in Italia, sviluppando vere e proprie filiere di malaffare con ripercussioni tangibili dal punto di vista economico e occupazionale, oltre che della salute, visto che parliamo del settore agroalimentare.

Sfatiamo subito lo stereotipo – tuttora diffuso – che lega il problema ad alcune zone d’Italia e focalizziamo l’attenzione sul Veneto, dove la situazione mostra numeri disarmanti. La ristorazione regionale nel 2020 rischia infatti un crack da 34 miliardi a causa della crisi economica che si lega, in epoca COVID-19, al crollo del turismo e a consumi fuori casa ridotti drasticamente. La dinamica si aggrava se si aggiunge il fenomeno delle infiltrazioni mafiose che approfittano del disagio generale. A confermarlo il dossier di Eurispes redatto con l’Osservatorio Agromafie promosso da Coldiretti.

In particolare Coldiretti Veneto denuncia un triangolo insidioso a livello regionale e che coinvolge i territori di Verona, Padova e Treviso, dove si sono registrati livelli alti (anche sopra la media nazionale) di infiltrazioni malavitose nel settore primario. Tra questi citiamo sia i casi di importazione di suini dal nord Europa e fatti passare per nostrani, con tanto di marchio falso, sia quelli di adulterazione di bevande alcoliche e di superalcolici.

L’agromafia studia, e anche tanto, per colpire meglio

Mentre l’Osservatorio Agromafie sta imbastendo il nuovo rapporto relativo al fenomeno a livello nazionale, delineiamo il quadro della situazione con Stefano Masini, docente di Diritto Agroalimentare all’Università Tor Vergata di Roma, oltre che componente del comitato scientifico dell’Osservatorio stesso.

Innanzitutto chiediamo quali sono le regioni più colpite dalle infiltrazioni da parte delle agromafie. “Sono quelle che presentano un più elevato indice di trasformazione e distribuzione di prodotti agroalimentari”, evidenzia Masini. “L’azione dell’illegalità si concentra soprattutto nella sostituzione di ingredienti di bassa qualità, oltre che privi di una propria tracciabilità geografica e merceologica, in prodotti a marchio”.

Ma esiste un identikit delle realtà più ambite dalle azioni malavitose? “Sicuramente le produzioni che rispondono di più all’obiettivo di promozione del Made in Italy. Le agromafie operano nei settori in cui sono più rilevanti le occasioni di lucro”.

Focalizzandoci invece sui segmenti della filiera lavorativa, Masini spiega che il più bersagliato dalle agromafie è quello della trasformazione, a cui corrisponde la truffa delle etichette: “In pratica acquistano un prodotto di bassa qualità che poi viene messo in commercio dopo averlo ‘trasformato’ in prodotto di finta alta qualità”. Processi che rischiano di provocare l’erosione del Made in Italy con peggioramenti determinati dall’emergenza COVID-19, poiché il disagio diventa uno tra i più grandi alleati della mafia.

Altro dato inquietante è il profilo delle nuove leve di agromafia provenienti da famiglie che hanno investito sulla formazione, anche alta, di figli e nipoti, proprio per colpire con successo. “C’è una trasformazione di queste coalizioni, che riducono il coefficiente di violenza e l’aggressione a beni pubblici, per attrezzarsi in termini professionali”, spiega Masini. “Parliamo di persone che hanno studiato e che hanno affinato le competenze,perché per aggredire in modo competitivo servono competenze specialistiche. Per questo è fortemente necessario il lavoro di controllo da parte delle forze dell’ordine, in particolare delle guardie di finanza”.

Agromafie e furti di bestiame: in Veneto 150.000 animali scomparsi

È come quando ti arrivano i ladri in casa; anche se poi non riescono a rubare nulla la sensazione di minaccia ti resta addosso”. Il racconto di M. prende vita così: nitido e schietto, come se i fatti ricordati accadessero nel qui e ora, perché il danno resta indelebile. Per proteggere il nostro intervistato da eventuali ritorsioni ed essendo tuttora in corso un importante processo, come riferimento utilizziamo soltanto una lettera. La testimonianza alla quale diamo voce proviene dal Veneto.

M. è un imprenditore con una grande passione per il suo lavoro, che però ha dovuto in parte modificare, a livello di attività, dopo la notte in cui all’interno dell’azienda zootecnica di famiglia ha fatto irruzione il malaffare. Parliamo di un reato chiamato abigeato, ossia la sottrazione di bestiame nelle aziende agricole, e che solo nel 2018 in Veneto ha portato alla scomparsa di circa 150.000 animali (rapporto Zoomafia 2018). Dati allarmanti su cui la stessa Coldiretti ha posto l’attenzione.

L’abigeato si lega a un altro fenomeno molto preoccupante: quello della macellazione clandestina. I riflessi pericolosi di questo reato non impattano solo sulle imprese colpite direttamente, ma anche sulla salute dei consumatori, poiché non vengono rispettati i crismi sanitari previsti. E se non si riesce a intervenire la carne del malaffare raggiunge poi le nostre tavole.

“Lo ricordo come se fosse ieri: una notte il nostro cane ha cominciato all’improvviso ad abbaiare in modo diverso dal solito”, inizia a raccontare M. “Io e mio padre ci siamo insospettiti e siamo usciti per raggiungere l’allevamento, che dista circa 200 metri dalla nostra abitazione. Abbiamo subito capito che c’era qualcosa che non andava: le sbarre che separano la zona di lavoro erano aperte. Puntando la luce della pila abbiamo visto che c’era un camion, confermando quanto temevamo. In pochi secondi abbiamo dovuto decidere che cosa fare e non è stato facile, perché ti assale la paura. Abbiamo sparato dei colpi di fucile in aria per dissuadere i ladri, ma io stesso sono subito corso verso casa perché il terrore più grande era per la mia famiglia: chissà che cosa poteva succedere se fosse entrato qualcuno in casa. Nel frattempo ho contattato i Carabinieri: una pattuglia nei paraggi è stata la nostra fortuna”.

Il tentativo di furto nell’azienda di M. è stato l’ultimo anello di una sequenza di atti che ha fatto scattare l’operazione delle forze dell’ordine, portando, dopo diversi passaggi, all’arresto di ben 14 persone. A essere bloccata è stata l’attività criminale di una banda originaria di Foggia che colpiva nei territori di Vicenza, Rovigo, Verona e Padova. A Foggia era tra l’altro attivo un macello adibito alla lavorazione finale delle carni, messo poi sotto sequestro. Ma il processo prosegue tuttora, come spiega M.: “Partecipiamo come testimoni ma non presenziamo in aula: c’è solo l’avvocato che ci rappresenta. Per fortuna quella notte chi agiva non ci ha visto in faccia”.

I complici delle agromafie lavorano nella filiera. La questione dei basisti

M. ci racconta anche che sul camion c’erano animali del valore commerciale di circa 50.000 euro. Ma l’aspetto più inquietante è dato dalla capacità di infiltrazione che le mafie hanno nella filiera degli allevamenti, della macellazione e della distribuzione della carne. Chi coordina le operazioni del malaffare è infatti spesso una persona insospettabile che si insinua nel processo lavorativo e che magari ha un contratto, una qualifica oltre a competenze di un certo livello.

“Il basista in questione, che guidava il gruppo criminale, lavorava nientemeno che come trasportatore di animali delle aziende della zona”, evidenzia M. “Questo gli permetteva di studiare la logistica, le abitudini e la diversa organizzazione delle imprese per poi colpire con più sicurezza. Quella notte, ad esempio, non dovevamo essere presi di mira noi, ma un’altra impresa in cui però hanno trovato delle difficoltà. Ad aiutare questa gente, disposta a tutto pur di fare soldi facili, è anche l’isolamento delle aziende zootecniche e agricole. Possono agire in maniera indisturbata se non ci sono gli adeguati controlli”.

Oltre a fornire un valido aiuto nel processo, M. partecipa a incontri di sensibilizzazione sul tema destinati alle imprese del territorio: “Sollecito amici, colleghi e dirigenti del mondo agricolo, e le stesse forze dell’ordine, a tenere alta l’attenzione su questi aspetti. E a informare, perché noi siamo le principali sentinelle del territorio e abbiamo bisogno di essere uniti”.

La denuncia della vittima: “Dopo il tentativo di furto ho dovuto chiudere l’allevamento”

Dopo quella notte la vita imprenditoriale di M. e della sua famiglia è cambiata fortemente, con la decisione sofferta di chiudere l’allevamento e di puntare sull’agricoltura, che porta comunque a importanti traguardi. “Quello che vorrei far capire è che un tentativo di furto di questo livello, dal punto di vista psicologico, crea una situazione irrecuperabile. Si vive con la paura di subire ritorsioni e il timore riguarda soprattutto i propri cari. Da qui la decisione di chiudere, perché per lavorare bene non si può dormire con un occhio chiuso e uno aperto. È un vero peccato, perché avevamo un allevamento fiorente che dava lavoro anche ad altre persone”.

Allo stesso tempo M. punta il dito sul sistema giudiziario: “Ci sono delle maglie troppo larghe e troppa incertezza sulla pena: in tutto questo la malavita ci sguazza. Adesso nel nostro territorio vengono rubati i macchinari e i trattori,con altri danni economici alle persone”.

L’amarezza riguarda anche i luoghi comuni che gravitano ancora sul mondo imprenditoriale, specie quello che prolifica in zone definite benestanti, ma che ora, in fase coronavirus, si deve scontrare con un periodo complesso. “Spesso si pensa agli imprenditori come a persone che lavorano per un arricchimento personale, dimenticando invece l’onestà di buona parte di noi e il fatto che diamo lavoro ad altri”, sottolinea M. “Allo stesso tempo garantiamo manutenzione al territorio che altrimenti sarebbe tutta a carico dello Stato. Siamo in un certo senso i custodi del territorio e amiamo il nostro lavoro. Abbiamo però bisogno di tutele vere per continuare a farlo bene e serenamente”.

Photo credits: www.irishtimes.com