Alla finanza non interessano le pmi del Sud

Nel giro di pochi anni, il mondo della finanza ha messo a disposizione delle imprese italiane una serie di strumenti utili a reperire le risorse economiche necessarie per fronteggiare la crisi. Tra agevolazioni fiscali e finanziamenti di vario tipo, minibond e programmi specifici per quotarsi in Borsa, per una piccola o media impresa oggi sembra paradossalmente […]

Nel giro di pochi anni, il mondo della finanza ha messo a disposizione delle imprese italiane una serie di strumenti utili a reperire le risorse economiche necessarie per fronteggiare la crisi. Tra agevolazioni fiscali e finanziamenti di vario tipo, minibond e programmi specifici per quotarsi in Borsa, per una piccola o media impresa oggi sembra paradossalmente più facile poter accedere ai capitali in maniera alternativa al ricorso alla banca. Un imprenditore può scegliere, ad esempio, se tentare la strada verso Piazza Affari a Milano appoggiandosi a una “Spac”, ossia a una società quotata creata per unirsi con l’impresa non quotata portandola di conseguenza in Borsa, o emettere un piccolo bond, chiamato appunto “mini”, per sostenere eventuali piani di sviluppo. O in alternativa ricorrere a finanziamenti esterni, usufruendo di fondi europei o regionali. Ma questo discorso non sembra valere allo stesso modo se ci spostiamo nel Mezzogiorno.

Osservando il panorama finanziario, il numero delle società italiane quotate in Borsa sul listino principale, l’MTA, è pari a 239. Di queste, 101, cioè il 42,3%, ha sede in Lombardia. Solo quattro sono campane, ancora meno quelle pugliesi e calabresi, mentre sono del tutto assenti imprese siciliane. Sul listino Aim, quello dedicato alle Pmi, la situazione peggiora. Delle 61 italiane, 26 hanno sede in Lombardia, mentre non ci sono società provenienti da Campania, Molise, Sardegna, Puglia e Sicilia.
Stessa fotografia se guardiamo ai minibond emessi nel corso dell’ultimo anno. A usufruire di questo strumento introdotto nel 2014 con il decreto “Sviluppo” sono state solo cinque società del Mezzogiorno su 86, stando al report di Borsa Italiana di febbraio 2015, ossia il 6% delle imprese totali. Inoltre, dei 5,7 miliardi emessi durante l’anno, solo lo 0,7% proviene dal Sud.

Il problema , secondo Simone Strocchi, presidente di Ipo Challenger, Spac che di recente ha quotato Italian Wine Brands, società nata dall’unione di Provinco Italia e Giordano Vini, è nel numero. “Alla finanza – spiega Strocchi – interessano aziende con una certa dimensione, un fatturato sopra i 50 milioni di euro e un prodotto vendibile sul mercato. Nel Sud Italia ci sono oggettivamente poche imprese di questo tipo rispetto al Nord e questo limita molto l’interesse degli investitori. Inoltre, la maggior parte di loro sono terziste , una categoria poco attraente per il mondo della finanza”.
A parte questo limite, per Strocchi “non esiste, da parte della finanza, un pregiudizio di tipo geografico quando si tratta di esaminare opportunità di investimento”. Con Ipo Challenger, aggiunge, “su 20 aziende che abbiamo esaminato lo scorso anno, cinque erano tra la Campania e la Sicilia. Si tratta di realtà molto interessanti con imprenditori curiosi e volenterosi, ma di fatto sono ancora troppo pochi e il numero di capitali che riescono ad attirare è ancora esiguo”.

Capitali che, però, non mancano. In particolare quelli provenienti da programmi di respiro europeo come il Fondo sociale europeo (Fse) o quello di sviluppo regionale (Fesr). Sul piatto al momento ci sono quasi 100 miliardi destinati alle regioni del Sud: 9-10 da vecchi fondi europei da rendicontare entro il 31 dicembre, altri 50 miliardi di nuovi fondi Ue della programmazione 2014-2020 e altri 43 miliardi del Fondo sviluppo e coesione (Fsc). Tutte risorse che “creano un clima di fiducia e che sono fondamentali per agevolare nuove iniziative imprenditoriali”, evidenzia Giuseppe Cramarossa, commercialista ed ex assessore comunale nel barese, “ma anche per risolvere quei problemi che bloccano tali iniziative, come ad esempio la mancanza di infrastrutture adeguate che colleghino il Sud al resto d’Italia”.

Su questo fronte, Confindustria e Cerved evidenziano, nel loro rapporto Pmi Mezzogiorno 2015 presentato a giugno, che “un utilizzo mirato e concentrato degli strumenti finanziari e fiscali, comunitari e nazionali, a partire dai Fondi strutturali e da quelli nazionali per la coesione può fornire buona parte del carburante necessario” alla ripresa del Sud. Stando alla ricerca, nel 2014 sono nate al Sud 29 mila nuove imprese, sul totale di 83 mila in Italia, sono aumentate le aziende solvibili e diminuite quelle più a rischio. Per il futuro, le Pmi meridionali dovrebbero veder crescere sia il fatturato (+1,2%), sia il valore aggiunto (+2,1%), ma solo se riusciranno a essere in grado di attirare questo flusso di investimenti e a usarlo tutto, presto e bene.

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