Due City Angels in divisa mentre assistono un'anziana.

City Angels: tanti complimenti, poco sostegno

Parla il fondatore dei City Angels Mario Furlan: "Il terzo settore colma i vuoti del sistema pubblico. Ma lo Stato non ci considera".

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In giro per Milano, e non solo, ci sono gli angeli, anche al tempo del coronavirus. Con giubbotto rosso e basco blu, sono, nel mondo del volontariato, i City Angels; burocraticamente vengono inclusi nel “terzo settore”, quello degli “enti che perseguono finalità solidaristiche o sociali senza scopo di lucro”. Hanno reagito all’impatto del COVID-19 con nuove missioni. Eccoli: nelle mense destinate a chi non ha i mezzi per procurarsi un pasto, private temporaneamente di alcuni volontari abituali, spesso anziani troppo a rischio; per strada, dove aiutano le persone senza una dimora, porgendo mascherine, qualcosa da mangiare e anche ospitalità; casa per casa, dove portano cibo e medicine a chi non può contare su nessun altro per la spesa. I City Angels, lanciati nel 1994 da Mario Furlan, rappresentano una realtà che raccoglie – soprattutto a Milano e in Lombardia, ma anche in altre città italiane e persino a Lugano, in Svizzera – più di 600 volontari. Questa realtà offre un buon punto di vista per capire le funzioni concrete della rete solidale che affianca lo Stato e gli enti locali.

 

I City Angels a Milano, un pezzo del cuore generoso della città

Però prima facciamo un passo indietro, per inquadrare la situazione partendo da quella milanese, simile ad altre realtà italiane ma con alcuni aspetti peculiari. Dunque, nonostante l’enorme impatto della pandemia di COVID-19, Milano ha affrontato e affronta l’emergenza sanitaria senza perdere di vista la situazione sociale e le difficoltà di cui risentono le persone più emarginate, più disagiate, più sole, più anziane, disoccupate, con pochi soldi, a volte con molti figli; si tratta talvolta anche di uomini e donne senza un tetto sotto il quale trascorrere il periodo di confinamento (il lockdown, come si usa dire in questi tempi di inglesismi un tanto al chilo). Sono tanti.

Che fare? Viene in mente un vecchio modo di dire dialettale: “Milan col coeur in man”, “Milano con il cuore in mano”. È capace di ricordare anche nel XXI secolo che questa piccola metropoli è sempre capace di essere generosa, e lo deve pure al suo mosaico di radici: si sono intrecciate creando una rete di integrazione e accoglienza più robusta che altrove; la rete oggi include – con le decine di migliaia di italiani arrivati e in arrivo da altre regioni, soprattutto dal Meridione, nel corso degli ultimi cento anni – intere famiglie provenienti dall’Asia, dall’Africa, dall’Europa orientale e dall’America del Sud.

Basti pensare, per comprendere quanto le radici siano profonde, alla “Società Umanitaria”, una delle più antiche e longeve istituzioni solidaristiche laiche milanesi, tuttora molto attiva: fu voluta nel 1892 dall’imprenditore Prospero Moisè Loria, che destinò tutti i suoi beni ad “aiutare i diseredati a rilevarsi da sé medesimi, procurando loro assistenza, lavoro ed istruzione”; già nel 1907, alle spalle della vecchia Stazione Centrale, l’Umanitaria inaugurò la Casa degli Emigranti, per accogliere e assistere migliaia di lavoratori che, passando da Milano, lasciavano l’Italia.

Ebbene, questo patrimonio di umanità e di umanesimo conta sempre. E oggi il comune milanese è piuttosto attivo sul fronte dei servizi sociali. Però non è sfuggito ai contraccolpi del taglio dei finanziamenti pubblici. Per fortuna, il variegato “coeur de Milan” resiste: anche in queste settimane, segnate dal confinamento anti-coronavirus, il mondo del volontariato – laico e religioso (come la Caritas ambrosiana), grande e piccolo (come tante associazioni di quartiere) – ha compensato le lacune attraverso decine e decine di iniziative. Un esempio è, appunto, quello dei City Angels. Ne parla con Senza Filtro il loro presidente e fondatore: Mario Furlan, classe 1964, docente, giornalista e formatore.

 

 

Mario, chi sono i City Angels?

Un’associazione di volontariato nata per aiutare i più deboli, come senzatetto, migranti, tossicomani, etilisti, vittime della criminalità. Siamo un punto di riferimento per i cittadini e anche un deterrente per i delinquenti. Se vediamo qualcuno che commette un crimine non ci voltiamo dall’altra parte, interveniamo nei limiti delle nostre possibilità e segnaliamo tutto alle forze di polizia.

Siete nati tra 1994 e 1995 nella zona della Stazione Centrale. Perché proprio lì?

È una zona non facile della città, da sempre. In via Sammartini c’era il centro d’accoglienza per senzatetto del sacerdote camilliano Fratel Ettore Boschini. Pensai e pensammo di poterci rendere utili.

L’inizio è stato difficile?

Un po’. Però – dopo un’iniziale diffidenza e talvolta qualche evidente ostilità – arrivò il riconoscimento. Prima siamo entrati nell’albo delle Onlus. Già nel 1999 abbiamo avuto la maggiore onorificenza milanese, l’Ambrogino d’Oro, ottenuto anche nel 2008. Ora siamo circa 600 volontari in tutta Italia, un terzo dei quali di origine straniera, di ogni etnia e religione. Ci sono più donne che uomini, con un’età compresa soprattutto tra i 20 e i 45 anni, la media è di 33; però sono in pista anche ragazzi di 18 e persone più anziane. Dopo Milano, siamo nati a Roma, Torino, Varese, Parma, Brescia, Monza, Lecco, Varese, per citare qualche città. Ci sono per ora 18 sedi in Italia e una in Svizzera, a Lugano, dal 2014. In alcune realtà l’attività principale è l’assistenza per i senzatetto; in altre la prevenzione e il contrasto della criminalità da strada, grazie anche al corso di autodifesa, compreso tra le attività di formazione dei nostri volontari.

Nel 2007 a Milano è nata “Casa Silvana”, la vostra prima piccola struttura di accoglienza. Perché si chiama Silvana?

Sì, nella zona di Lambrate. L’abbiamo dedicata a una nostra cara amica, una senzatetto prima rapita per costringerla a prostituirsi, poi uccisa. Concepita all’inizio per donne e bambini in difficoltà, dopo è stata destinata anche a coppie e famiglie. È stata il primo centro d’accoglienza in Italia a essere aperto tutta la notte e ad accogliere pure gli animali dei senzatetto. A proposito, tra le nostre attività c’è anche la protezione degli animali dai maltrattamenti.

Poi come siete cresciuti?

Dal 2001 promuoviamo il Premio Campione, conferito ogni anno a personaggi – celebri e non – considerati esempi nel campo della solidarietà, della legalità, della scienza e del civismo. Nel 2016 sempre a Milano abbiamo inaugurato il centro d’accoglienza per senzatetto e profughi “Elio Fiorucci”, in zona Niguarda, con 130 posti-letto, intitolato allo stilista scomparso: è stato lui disegnare il nostro logo, con l’aquila a protezione della città. Nel 2017 abbiamo inaugurato l’Oasi del clochard: un villaggio che offre 200 posti, con tanti prefabbricati disposti intorno alla piazza principale; ci sono l’infermeria, la mensa, la biblioteca, il campo di calcio e altri spazi ricreativi.

Quante persone assistete?

Ogni giorno ci dedichiamo in vari modi a oltre 3.000 senzatetto. Sia sulla strada, sia nei nostri centri d’accoglienza. Lì possono dormire, mangiare, essere visitati da medici e psicologi, parlare con gli assistenti sociali, frequentare corsi di formazione. Ovviamente, durante l’epidemia si sono aggiunti altri impegni.

Veniamo proprio all’emergenza coronavirus. Come avete reagito?

Una parte dei volontari non se l’è sentita di svolgere l’attività prima del 4 maggio, per timore del contagio. Dopo, tutti o quasi hanno ripreso servizio. Il nostro è un impegno a 360 gradi, che si adatta alle necessità. Così ci siamo, come dire, riciclati: consegne di pasti e medicinali a domicilio; sostegno nelle attività di servizio dentro le mense dei poveri, rimaste sguarnite di volontari; controllo degli assembramenti, nel senso che invitiamo gentilmente le persone a rispettare le norme. Certo, i volontari rimasti in attività hanno dovuto lavorare anche di più, non solo a Milano ma in tutte le nostre sedi.

Un’esperienza indimenticabile capitata durante queste ultime settimane?

Vorrei citare quella capitata a Bergamo, città martoriata dal COVID-19. Lì i nostri volontari si sono fatti carico di molti anziani. Tra questi una signora di 89 anni. Suo figlio era rimasto bloccato lontano dall’Italia, così noi abbiamo provveduto a portarle cibo e farmaci, chiamandola spesso, come facciamo con altri suoi coetanei, anche solo per farle fare una chiacchierata. Qualche giorno fa non ha risposto al telefono. Così ci siamo precipitati da lei: era caduta e si era fatta piuttosto male; ora sta bene, dopo il ricovero. Se fosse stata davvero sola, avrebbe rischiato la vita. Sempre per quel che riguarda Bergamo, voglio ricordare il caro don Fausto Resmini, che a fine marzo è morto a causa del coronavirus. Cappellano del carcere, aveva dedicato la sua vita a detenuti, ragazzi difficili, prostitute, senza fissa dimora. Tra l’altro aveva avviato il servizio Esodo, per fornire pasti caldi. Con l’emergenza lo abbiamo aiutato da subito in quest’ultima attività, e tuttora diamo il nostro contributo.

Gestire tutto questo costa, nonostante il volontariato. Come riuscite a svolgere i vostri compiti?

Il Comune di Milano ci sostiene. Per il resto, diciamo la verità: noi, come altre associazioni di volontariato, veniamo riempiti di lodi, però sul fronte del sostegno lo Stato ci prende poco in considerazione, nonostante il cosiddetto terzo settore riempia spesso i vuoti che il sistema pubblico non può o non riesce a colmare. È un vecchio vizio italiano, che io sto toccando con mano da 26 anni, da quando esistono i City Angels.

Il 5 per mille – cioè la quota dell’imposta IRPEF che lo Stato ripartisce tra enti che svolgono attività socialmente rilevanti – non vi aiuta?

Dal 5 per mille (il codice fiscale da indicare nel CUD per i City Angels è 97514930151, N.d.R.) ci arrivano poco più di 10.000 euro l’anno. Vorremmo puntarci di più e faremo il possibile; ma la promozione richiede un lavoro molto impegnativo e campagne pubblicitarie che sono alla portata soltanto di grosse realtà. Eppure i costi che dobbiamo sostenere sono piuttosto elevati, anche perché nei centri di accoglienza, per legge e per buon senso, dobbiamo avere alcuni dipendenti che garantiscano continuità al servizio.

Quindi chi vi aiuta?

Ci aiutano parecchi privati. Vorrei ricordare lo storico Gabriele Nissim, fondatore e presidente del Giardino dei Giusti – Gariwo (acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide, Onlus con sede a Milano e collaborazioni internazionali, N.d.R.), attraverso il quale abbiamo un notevole contributo. Ci sostiene molto anche la Società Umanitaria. Vorrei ringraziare, tra gli altri, pure l’Arcigay di Milano.

La speranza?

Quella di poter fare, assieme ad altre associazioni, sempre di più. Con l’ulteriore speranza che chi sta nelle alte sfere si ricordi di noi non soltanto per farci i complimenti.

Nato a Genova nel 1958 (Acquario ascendente Gemelli) e cresciuto alla Spezia, dopo un innamoramento per Medicina a Pavia, si è dedicato a Scienze politiche. Fa il giornalista dal 1982 e detesta da sempre il giornalismo addomesticato. Ha lavorato 16 anni e mezzo all'Unità, dove è stato un inviato e ha seguito, tra l'altro, l'inchiesta "Mani Pulite". Nel 2000 si è trasferito a Bari per lanciare il Corriere del Mezzogiorno, cronaca pugliese del Corriere della Sera. Dal 2007 è di nuovo a Milano: come caporedattore di City, quotidiano free press del gruppo Rcs, fino al 2012; poi come caposervizio del Settimanale Nuovo (Cairo editore). Da luglio 2018 fa il free lance. Ha un blog su IlFattoQuotidiano.it, collabora con i siti d'informazione Strisciarossa.it e Tessere.org, scrive per FQ Millennium, mensile del Fatto Quotidiano. Tra i suoi libri: "Sud Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia" (Palomar, Bari 2006), "Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa" (Palomar, Bari 2008; con prefazione e postfazione dei medievisti Raffaele Licinio e Franco Cardini) e "L'imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia" (Tessere, Firenze 2019; con prefazione e postfazione dei medievisti Giuseppe Sergi e Tommaso di Carpegna Falconieri). Gli sono stati conferiti alcuni premi giornalistici: l'ultimo è il premio nazionale "Antonio Maglio", consegnato nel 2019 ad Alezio (Lecce). È socio dell'Associazione italiana di Public History (Aiph). [ Guarda tutti gli articoli ]

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