Clothest: ai poveri serve un lavoro, non paillette

Raccontiamo l’esperienza di un e-commerce nato dalla Casa-famiglia Caritas di Montevarchi e curato da volontari: raccoglie donazioni di abiti di alta moda e li rivende, per estenderne l’utilizzo e sostenere l’ente benefico da cui ha origine

Clothest: una modella prova un capo in uno scenario industriale

Proprio perché l’abito non fa il monaco, alla Casa-famiglia Caritas di Montevarchi, in provincia di Arezzo, hanno deciso di riscrivere le regole dell’usato e di mandare un messaggio chiaro: se volete liberarvi di abiti di lusso o di alta moda, noi li rimettiamo in circolo per sostenere persone economicamente svantaggiate. È una questione di buon senso e Letizia Baldetti, ideatrice del progetto Clothest insieme al vulcanico Don Mauro Frasi e a una trentina di giovani volontari, di buon senso ne potrebbe donare a tonnellate, tanto quanto i chili di abiti che ogni anno arrivano in parrocchia.

“Sono un ingegnere delle antenne, intendo dire un ingegnere delle comunicazioni, ma lavoro da anni nel mondo della moda. Negli anni sono diventata anche una formatrice certificata e ho cercato di mettere a frutto tutte le mie competenze e attitudini nell’attività di volontariato che faccio in Casa-famiglia. L’idea è nata nel 2015 e si chiamava Francesco the S-Hope, ispirandoci a San Francesco e giocando sul doppio senso dello shop e della parola speranza. Troppo lungo e poco efficace nella comunicazione, ci disse Paolo Iabichino quando come noi si innamorò del progetto, e decise di affiancarci contribuendo senza voler essere pagato. Gliene sarò grata per sempre, lo avevo conosciuto e ascoltato a una giornata sul mondo no profit organizzata dalla Comunità di San Patrignano, e più parlava, più mi sembrava di conoscerlo da una vita, perché spiegava l’etica e il messaggio civile e sociale proprio nel modo che avevo in testa e nel cuore io. Con lui passammo quindi a Clothest, che oggi per il volume di entrate ancora non riesce a garantire un sostegno costante alle persone che ospitiamo in Casa-famiglia – in media circa una trentina e a volte di più – ma che vorremmo diventasse presto un’impresa sociale per dare lavoro e reddito soprattutto a loro. Le premesse per riuscirci ci sono tutte, ma serve il sostegno di molti, tante più donazioni di abiti, e soprattutto tanta fiducia e pazienza.”

Ad oggi Clothest è un’associazione di promozione sociale e una piattaforma di e-commerce di rivendita di abiti usati. Sta in piedi con l’impegno irriducibile dei volontari, età media una trentina d’anni, giovani che ancora studiano, alcuni lavorano già, altri si stanno specializzando. Ognuno di loro fa il suo per il progetto dei vestiti superlativi e, nel fare ognuno il suo, trasformano abiti mentre trasformano sé stessi.

Uno degli abiti di Clothest indossato da una modella che fa parte dello stesso progetto
Uno degli abiti di Clothest indossato da una modella che fa parte dello stesso progetto

“Ognuno dona per ragioni diverse”: l’usato virtuoso dell’alta moda di Clothest

“Chi era appassionato di fotografia si è messo a disposizione per organizzare shooting e servizi fotografici, chi aveva la passione per la moda e le sfilate – soprattutto alcune di noi ragazze, perché la maggior parte degli abiti donati è da donna – si è messa a disposizione come modella o indossatrice, chi era bravo coi numeri e la logistica ha organizzato il database e lo stoccaggio dei vestiti, chi era più creativo si è dato da fare per il sito; insomma ce n’è per tutti. Tutto quello che vedete dal sito lo facciamo noi, siamo davvero noi, è tutto vero. Il regalo più grande è che ci divertiamo nel provare a ridare una dignità non solo ai vestiti ma ai messaggi della sostenibilità, li rendiamo concreti ogni volta che ci riuniamo, stiamo bene in mezzo a questo gruppo che si dà da fare e crede nel sogno di poter magari un giorno lavorare per Clothest insieme alle persone della Casa-famiglia. Io adesso sto per trasferirmi a Bologna per la laurea specialistica, ma certo non lascio il progetto.”

Allegra Carapelli si porta ogni giorno il mare della speranza dentro gli occhi azzurri con cui mi racconta chi è, cosa fa, cosa desidera. Ci vediamo al bar, lei un caffè e io un succo. Le chiedo se un’idea tanto nobile e sovversiva – e di rado i due aggettivi si tengono per mano – abbia messo le radici anche dove è nata, cioè a Montevarchi, o se l’aria di provincia soffoca ardori ed entusiasmi.

“Un po’ è vero, ci conoscono di più a Firenze o a Milano che non qui, ma proprio in questi giorni stiamo organizzando la prima sfilata in città per presentare ufficialmente Clothest. Sono giornate pienissime, infatti, anche di emozioni”.

Tra gli adulti che tengono le fila c’è anche Annalisa Rotesi, psicologa, una frangetta nera dritta come le cose che sanno dove andare. Si sente che ha a che fare con l’umano perché di tutto quello che si combina in Clothest lei rimarca il gesto della consegna, l’attimo in cui la camicetta di seta o la gonna di paillette o la giacca da uomo del matrimonio passano dalla mano del proprietario a lei.

“È un istante di sospensione, spesso quasi di imbarazzo, è il momento in cui le persone si staccano da qualcosa per loro prezioso e chissà cosa pensano o cosa temono. Io vado sempre di persona a ritirare abiti di questo genere, anche per creare un legame con le persone del territorio, e aspetto di poterlo prendere, non forzo mai il gesto. Oppure incontro quelli che mi mettono subito tutto in macchina, di fretta, senza fiato, come a volersene disfare il prima possibile per non correre il rischio di ripensarci. Donare una parte di sé sta anche in un gesto o in un oggetto, in un vestito, e ognuno di noi dona per ragioni diverse”.

Clothest è un miraggio dentro un sistema arido e dolente come la moda, è una rimessa in circolo di giovinezza non solo per i vestiti, ma per l’anima di chi dà e di chi prende. Andate sul sito clothest.it; poi aprite i vostri armadi e prima la mente; infine donate, meglio se glieli portate di persona, fatevelo un viaggio italiano verso quella Casa-famiglia che sta riscrivendo le regole dello spreco e del disagio.

C’è solo una raccomandazione che sta a cuore più di ogni altra ai volontari e ai fondatori: “Vi chiediamo di non donare mai abiti usati dentro i sacchi neri della spazzatura, ci capita spesso di riceverne”.

Oltre che di abiti superlativi, è tempo di superlativo rispetto.

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