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Con la cultura non si mangia? Dipende dalla fame

Con la cultura non si mangia? Dipende dalla fame

La cultura genera indotto e arreca grandi benefici a diversi comparti. Vediamo come nella recensione di "Con la cultura non si mangia. Falso!" di Paola Dubini.

La cultura non serve, a chi può interessare?, non rende, non paga, non è attività d’impresa, e chi più ne ha più ne metta.

Perché quando si parla di cultura lo si fa sempre con scarsa fiducia e abbondanza di pregiudizio. Per questo il saggio di Paola Dubini Con la cultura non si mangia. Falso! può essere una lettura agile e utile per scardinare alcuni tra i più noti luoghi comuni relativi al tema culturale.

Che cos’è la cultura?

La cultura, infatti, non è da intendersi solo come un insieme di opere d’arte, musei o edifici storici di particolare rilevanza, bensì come un sistema che connette sviluppo e consapevolezza, realtà e capacità di dare il giusto valore e la giusta importanza, identità e senso di appartenenza. Questi sono solo alcuni degli aspetti che non sono spesso associati al termine “cultura” e che si potrebbero sviluppare più ampiamente.

Di preciso la cultura a che cosa serve? Dal punto di vista sociologico, ad esempio, la cultura serve a generare benessere diretto o indiretto per le persone, e quindi per le loro relazioni o il loro modo di vivere spazi e luoghi del quotidiano. Serve a riqualificare zone degradate alle quali ridare potenziale. Serve come strumento di analisi nell’ambito del marketing territoriale. Serve a migliorare i luoghi di cura con una funzione terapeutica di cui ormai si è scritto molto. E serve anche a fare impresa: lo dimostra Europa Creativa, l’unico programma dell’Unione europea dedicato al settore, che nel periodo 2014-2020 ha messo a disposizione 1,5 miliardi per sostenere attività e progettualità dando ossigeno alle tante realtà presenti sul territorio nazionale, che molte volte si vedono diminuire finanziamenti e opportunità proprio perché, se da un lato la cultura piace dall’altro su di essa non si investe mai abbastanza.

La cultura serve a fare da volano ad altre attività e comparti che ne beneficiano indirettamente: basti pensare al mondo degli eventi, della ristorazione, degli alberghi e alle tante attività non considerate culturali in senso primario ma collegate a questo ambito, e che proprio da questo ricavano indotto. La cultura, quando funziona nel modo migliore, sa fare rete, e lo fa da molto prima che questa espressione diventasse una tendenza.

Con la cultura si mangia, eccome: alcuni dati

A chi interessa la cultura? Molte volte a questa domanda si risponde che la cultura interessa a pochi; ma pochi rispetto a cosa, a quale parametro di riferimento preciso?

Dal libro si può leggere che “il museo del Louvre, il più visitato al mondo nel 2016, ha avuto 7,4 milioni di visitatori; nel 2017 il Colosseo ha avuto 7 milioni di accessi. Il record di sempre nel settore cinematografico è del 2009: Avatar, con 2,8 miliardi di dollari di incasso…”. Questi numeri sembrano dire non solo che la cultura, nelle sue diverse forme, interessa a molti, ma che è capace di generare anche un riconoscimento economico importante e profittevole. Sono dati interessanti da leggere e da conoscere per provare ad argomentare sul tema della cultura in modo diverso, cercando di uscire dalla zona confortevole dei luoghi comuni che molte volte ingabbiano, più che creare confronto costruttivo.

La cultura non serve, a chi può interessare, non rende, non paga, non è attività d’impresa forse si può provare a rileggere queste espressioni dando loro risposte diverse.

Perché leggere Con la cultura non si mangia. Falso!

Perché un libro sulla cultura? Perché, forse, è arrivato il momento di ripensare alle cose, e quindi “(…) è stato necessario innanzitutto riconoscere che la cultura è in bella mostra sotto i nostri occhi in una ricca varietà di forme, ma è in grande parte discreta, pervasiva, soggettiva a valutazioni personali, risultato di scambi e condivisioni non necessariamente secondo regole di mercato. L’enfasi non si addice alla cultura… non ne cogliamo il senso perché non la vediamo; ma se non la vediamo, non riusciamo a riconoscere che concorra a produrre nutrimento”.

Questo libro andrebbe letto perché è importante provare a vedere le cose da un punto di vista diverso: come quello suggerito da Paola Dubini, che tende a sfatare alcuni dei più noti luoghi comuni riservati alla cultura e sceglie di farlo con dati, numeri e indicazioni puntuali e attente. Il contributo di questi elementi non è scontato e la lettura gode di un senso di concretezza interessante.

La scrittura è veloce, come la struttura scelta: un luogo comune che diventa titolo del capitolo, poche righe di apertura ad ampliamento dell’argomento, che non diventa mai troppo didascalico e lungo. Nel complesso il saggio si legge velocemente e, pur passato qualche anno dalla sua prima pubblicazione, ha ancora molti spunti di attualità e curiosità che vale la pena conoscere. Un saggio che non resta alla teoria, ma che diventa pratica analisi della realtà e della sua eventuale confutazione, utile a innescare anche un confronto che nel tempo si è dimostrato vivace e dinamico, a significare come l’argomento interessi non solo chi la cultura la fa, ma anche chi pensa di conoscerla.

I luoghi comuni, in fondo, hanno almeno due validi motivi per essere presi in considerazione: per la possibilità di far vedere quante persone ne sono portatrici e per far capire quante persone sono disposte a metterli in discussione.