Covid-19, il disordine perfetto

Il COVID-19, tra le altre cose, può essere letto come una richiesta di mediazione: in un mondo che cambia, mutano anche le istanze di imprese e associazioni.

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Per i cittadini e le imprese, ogni cambiamento è un’apocalisse che genera un pacchetto consistente di insicurezze e incertezze, e il bisogno di qualcuno che dica loro cosa fare.

Così tutti i grandi processi degli ultimi anni hanno creato una grande domanda di mediazione: l’11 settembre del 2001, la crisi finanziaria del 2007/2008 e le due recessioni successive, i flussi migratori incontrollati, la questione ambientale, e chissà cos’altro ancora arriverà. La riposta, o meglio l’offerta di mediazione, spetta ai corpi intermedi, che lo fanno senza fini di lucro, come le associazioni di categoria e di rappresentanza, i sindacati, il terzo settore e le istituzioni religiose, e agli intermediari, che lo fanno per profitto.

 

La più grande domanda di mediazione

Negli ultimi anni, il fallimento esteso delle élite e delle strutture che intermediano tra i cittadini e le complessità del presente ha riempito gli scaffali delle librerie. In questo racconto diffuso, che ha per lessico la sfiducia, l’insoddisfazione e l’insofferenza, la parte dei cattivi la fanno i partiti, le istituzioni religiose, le grandi rappresentanze economiche, i giornali, le istituzioni internazionali. La (loro) mancata mediazione produce nelle vittime la solitudine magnificamente inscenata da Joaquin Phoenix nel film Joker, e crea il fermento disordinato, disaggregato e senza guida delle piazze urbane e digitali.

Ora “i cattivi” si trovano di fronte al COVID-19, il Grande Disordine che produce la più grande domanda di mediazione del secolo. È un disordine perfetto perché, per la prima volta, è un evento che tocca tutti i punti più sensibili dell’uomo. Lo frusta nel corpo con la malattia, nella mente con l’ansia, nei suoi spazi con la claustrofobia, nei rapporti sociali con l’inibizione di ogni condivisione e relazione. Lo abbatte materialmente nel portafoglio quotidiano e nell’accumulo futuro dei risparmi, ma anche nella sfera della trascendenza religiosa con la scomparsa dei riti collettivi.

Ne stravolge le libertà capitali di cittadino, perché spinge lo Stato a riaffermare la gestione dei confini – perfino domestici – della forza e della coercizione, costretto a svelare, istituzionalizzandole, le già diffuse limitazioni della sfera privata.

Ma ne sconvolge anche le più effimere libertà di consumatore, che deve arbitrare costantemente e in maniera stressante tra la produzione autonoma, la ricerca di fonti e luoghi di approvvigionamento, e il riordino delle necessità per assicurarsi che l’essenziale preceda sempre il superfluo.

 

Le (tante) offerte sbagliate

Qual è l’offerta di mediazione di questo caos, da parte dei tantissimi intermediari e corpi intermedi? Con quali strumenti viene costruita?

Prendiamo l’incipit di Anna Karenina di Lev Tolstoj: «Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Così ogni associazione, tra le categorie, il terzo settore e le infinite rappresentanze di imprese e di lavoratori, ha un “modo suoper cui non funziona e per cui la sua offerta di mediazione non è adeguata.

Complessivamente, ognuna di queste realtà crea sfiducia e insofferenza perché drena risorse prodotte e provenienti da altri (private, dei propri rappresentati o associati, o pubbliche, dalla collettività). Ma singolarmente ognuna ha i propri motivi per cui estrae questa ricchezza senza produrne altrettanta e senza riversarla sulla propria comunità di riferimento, economica o sociale.

C’è già la goccia lenta del tempo a erodere molta della loro utilità: con gli anni i difetti si calcificano, i cambiamenti sono rimandati o respinti, e gli stimoli sono lasciati fuori dalla porta. C’è poi la ministerializzazione, un fenomeno che punta a equilibri impossibili e retti su liturgie istituzionali inutili, presidenti eterni, direttori e segretari generali compiacenti, che del ritardare tutte le decisioni – ordinarie, importanti e urgenti – ne fanno un mestiere onorevole. E può un ministero essere privo di una sede? Certo che no. Infatti, c’è anche quella. E dev’essere grande, anche quando il lavoro, così come gli uffici, si smaterializzano; e anche quando andrebbe scambiata o ridotta, per ottenere liquidità preziosa.

Questo equilibrio (o meglio equilibrismo) instabile è spesso sostenuto da un continuo compromesso (finto sinonimo di mediazione) con la politica che comanda in quel momento, o che informalmente è azionista di maggioranza di quella stessa struttura. Altrettanto spesso è puntellato da una governance ridondante, fatta di poltrone eccessive, ruoli che si sovrappongono o che si sdoppiano (come i direttori affiancati dai segretari, perfetto mix per il non decidere di cui sopra) e condita con un ricambio generazionale nullo, dove si procede solo per cooptazione: in ogni struttura c’è un vice che aspetta la pensione o il decesso del capo, sapendo che il posto sarà suo se non rompe il famoso equilibrio.

Tutto ciò mal si concilia con qualsiasi idea di managerializzazione. Infatti, se un’impresa sopporta un’ipotetica quota fisiologica (del 20% o meno) del personale scelto per prossimità con i vertici grazie all’80% che ha meriti e professionalità, in queste strutture il rapporto è invertito: è il 20% (o meno) di Don Chisciotte che lavora per il bene degli associati a sopportare una quota patologica dell’80% che lavora per sé o per la propria “cordata”.

Queste scelte hanno un potenziale deflagrante, soprattutto se accompagnate da un’età media dei dipendenti elevata, e dall’illusione che le sfide e le incognite nuove si possano affrontare con gli stessi uomini e donne di sempre. Dunque, le strutture che funzionano in questo modo come possono sopravvivere? Infatti, non sopravvivono. E anche qui, i modi per cui muoiono sono tanti e diversi: c’è chi è costretto a fondersi con una realtà più grande, chi per inerzia si lascia sopraffare da un concorrente nuovo e chi, più raramente, si lascia fallire; circostanza assai inusuale questa, dato che il sistema territoriale circostante, di solito, si stringe a corte applicando alla perfezione il principio Alitalia: chiudere mai.

Ben prima della morte però, c’è un interminabile percorso di galleggiamento, retto sulla più semplice delle menzogne: si bara sui numeri, quelli degli associati e quelli di bilancio.

 

Le (pochissime) offerte che funzionano

Se il mondo della mediazione è quindi in piena crisi dell’offerta, la domanda è invece viva e ampia. È sostenuta da sfide consuete e note, che partono da lontano, e da sfide urgenti e ignote.

Il COVID-19 è tra quelle sconosciute, che non sapevamo di non sapere. E tocca il lavoro, la povertà, la richiesta di assistenza da parte di imprese e cittadini in difficoltà. A cui si aggiungerà presto la necessità di individuare nuovi percorsi per le filiere economiche e nuove modalità di consumo. Per esempio: ci siamo preparati per un invecchiamento attivo, nel lavoro, nella famiglia e nella casa, ma potremmo trovarci a breve con la popolazione anziana mondiale dimezzata.

Ci sono poi le sfide conosciute ma latenti, che sapevamo di non sapere: l’alfabetizzazione digitale, l’Europa, le tecnologie, l’immigrazione. Visti i tanti modi in cui la mediazione a queste sfide non funziona, quando invece funziona presenta pochi e stabili ingredienti comuni, tutti impostati su un’attività che parte dall’ascolto, procede con una sintesi che porta soluzioni, e termina con una concreta opera di servizio. E soprattutto è costruita su strutture leggere e relazioni forti.

I protagonisti che funzionano hanno un rapporto con i propri associati diretto e forte, impostato su relazioni continue, pochissime intermediazioni e senza troppe regole istituzionali. Raccolgono costanti informazioni sui loro problemi restando sempre in modalità di ascolto. Finché, dopo periodici confronti interni ed esterni, elaborano le proposte da metabolizzare con il proprio mondo, da spiegare in modo semplice, e da applicare in maniera fruibile anche fuori dal proprio perimetro rappresentativo, in modo inclusivo e non corporativo.

Spesso, per arrivare a questo si è costretti alla fusione con realtà territoriali limitrofe, magari troppo piccole per elaborare risposte robuste e ampie. Si tratta di un passo necessario, ma per molti motivi faticoso: le risorse rimangono poche, il numero di soggetti da assistere aumenta, e servono metodi efficaci per restare ben attaccati al territorio.

E come restare ben attaccati agli associati? In un periodo di calo diffuso e progressivo del numero dei tesserati, che parte da lontano, il primo modo per rafforzare le relazioni è mantenere un forte spirito di servizio. Fare ogni giorno buoni servizi non significa fare profitto, ma impegnarsi per ciò che serve davvero: un lavoro fatto bene è la prima cosa che rafforza il rapporto tra le persone, i corpi intermedi e gli intermediari. Restituisce gradualmente quella credibilità che nel tempo è andata persa; poi restituisce anche le tessere.

Un buon servizio porta la relazione di mediazione su un terreno concreto, fertilizzato da una risposta certa, tangibile, misurabile, come il servizio CAF o di tutela da parte di un sindacato, un asilo nido o un centro per anziani da parte di un’associazione, il centro estivo, la raccolta di abiti usati o l’assistenza agli indigenti o agli immigrati da parte di un oratorio.

Ogni struttura ha ragione di esistere se risolve problemi. Può decidere di farlo in modo nuovo e diverso e con persone nuove e diverse, oppure di farlo come sempre. Consapevole che il mondo là fuori cambia.

Consulente aziendale, è nato a Milano nel 1979, dove vive, ma lavora anche in provincia. Ha pubblicato tre saggi, Esportare l'Italia, virtù o necessità (Guerini e Associati), Food Economy (Marsilio ) e Uberization, il potere globale della disintermediazione (Egea). [ Guarda tutti gli articoli ]

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