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Crisi energetica, per serre e vivai bollette schizzate da 1.700 a 6.100 euro. Lo Stato li lascia appassire

Crisi energetica, per serre e vivai bollette schizzate da 1.700 a 6.100 euro. Lo Stato li lascia appassire

Il settore florovivaistico sta risentendo del rincaro energetico, dell'aumento generalizzato dei costi e della recente guerra in Ucraina: la perdita netta per azienda è stimata a 1.250 euro, il tutto nel silenzio dello Stato. La manifestazione di protesta a Forte Marghera di Coldiretti e la testimonianza di un'imprenditrice.

Bouquet di rincari e bollette, aspettative di aiuti recise da tempo: è un connubio micidiale quello che colpisce il settore florovivaistico italiano, oggi più che mai sull’orlo di un collasso vero e proprio. Un bilancio che senza nessuna ironia ma con amaro realismo era già scoccato proprio a ridosso di una delle feste commercialmente più redditizie per il settore e attesa come occasione di rilancio dopo due anni di denti stretti: San Valentino. Ad accelerare la gravità della situazione l’odierno conflitto in Ucraina, come ha evidenziato a gran voce da Coldiretti che ha organizzato diverse manifestazioni di protesta tra cui quella di Forte Marghera (Mestre) dove circa 800 lavoratori e lavoratrici del settore agricolo sono scesi in piazza per dire stop alle speculazioni che stanno strozzando le aziende e no alla guerra che, come denuncia Coldiretti, rischia di cancellare completamente le esportazioni made in Italy in Russia e in Ucraina e di far schizzare il caro concimi con aumenti fino al +170% con ripercussioni gravi sulla filiera agroalimentare italiana. 

Serre e vivai, bollette da 1.700 a 6.100 euro

Focalizzandoci sul segmento serre e vivai, a delineare la complessa situazione è sempre Coldiretti, secondo cui la produzione di fiori quest’anno arriva a costare alle imprenditrici e agli imprenditori agricoli ben il 30% in più a causa dell’impennata dei costi energetici.

Il caro bollette ha così innescato una dinamica paradossale, con casi di vivai praticamente costretti a produrre in perdita: un ossimoro da crisi conclamata e con effetti già tangibili e diffusi nel nostro Paese. Il comparto florovivaistico rappresenta infatti un segmento strategico per l’economia agricola nazionale che conta 27.000 aziende florovivaistiche attive, le quali coinvolgono complessivamente 200.000 occupati, tra lavoratori e lavoratrici, e che generano un valore superiore ai 2,57 miliardi di euro, sempre secondo i dati forniti da Coldiretti.

L’emergenza energetica ha impattato con violenza sui gestori di serre per piante e fiori, che nel periodo invernale si devono affidare al riscaldamento prolungato per mesi, soprattutto al Centro-Nord dove gli inverni sono più lunghi e rigidi. Dalla testimonianza di Coldiretti, sul fronte nazionale i numeri dei rincari sono da capogiro: nell’arco di un anno la bolletta mensile di un’azienda florovivaistica media è passata da 1.700 euro a 6.100 euro.

Al rincaro di energia elettrica si aggiungono gli aumenti riguardanti i carburanti per la movimentazione dei macchinari e i costi delle materie prime e degli imballaggi: ad esempio i costi degli imballaggi in plastica sono triplicati, e in termini percentuali nelle serre si spende il 50% in più per gasolio ed elettricità, il 400% in più per concimi e metano. Secondo le stime di Coldiretti per una serra di circa mille metri, dove viene coltivato un fiore tipico del periodo come la viola a ciocche, la perdita netta per i vivaisti è pari a 1.250 euro. Numeri e disagi che si commentano da soli.

Giulia Baldelli, Ecoflora: “Produzione ridimensionata o interrotta”

Per il nostro servizio ci focalizziamo sul territorio veneto, contesto fervido dal punto di vista florovivaistico e non esente, come il resto d’Italia, dalle problematiche fin qui descritte. Coldiretti regionale evidenzia come tra le 1.500 aziende del settore non siano mancate scelte nette come quella di evitare la produzione di alcune varietà di fiori o di ridimensionare la coltivazione di altre varietà proprio per non gravare sulle tasche dei consumatori.

Per tastare il polso della situazione ci siamo confrontati, prima dello scoppio bellico, con chi questa crisi la sta affrontando a testa alta nel quotidiano: abbiamo raggiunto telefonicamente Giulia Baldelli, co-titolare insieme ai genitori e al fratello di Ecoflora, azienda a conduzione familiare della provincia di Rovigo e con in spalla più di trent’anni di storia.

“I miei genitori hanno dato vita all’impresa negli anni Ottanta”, racconta. “Sono partiti dalle classiche serre in nylon per arrivare a quelle in ferro-vetro. Nel tempo sono stati effettuati diversi investimenti”. L’impresa coinvolge anche una fattoria didattica e ha implementato progettualità di inclusione lavorativa e di respiro sociale, tra cui laboratori e tirocini, a favore di persone con disabilità e fragilità, vincendo il premio come impresa socialmente responsabile. “Sono laureata in psicologia e ho sviluppato queste mie conoscenze all’interno dell’azienda”, puntualizza la nostra intervistata. “Abbiamo ancora tanta strada da fare: vorremmo tutelare tutte queste attività insieme alla clientela”.

Il Giardino della pace firmato Coldiretti Veneto

La preoccupazione per il periodo è tangibile. Tocchiamo subito il tema delle ricadute determinate dall’aumento dei costi: “Il caro bollette ha inciso molto sui prezzi finali di vendita del prodotto, dobbiamo pagare il 50% in più rispetto all’anno scorso. Anche l’aumento delle materie prime come terra, concime, vasi di plastica ha avuto il suo peso”. E spiega: “Consideriamo che per riscaldare le serre cominciamo a spendere tanto da ottobre fino all’arrivo di temperature più calde in primavera. Conosco tanti garden che hanno proprio deciso di chiudere la produzione di tutte quelle piante, come ad esempio le ornamentali, che necessitano di riscaldamento per tutto il periodo invernale e di notte, almeno qui al Nord Italia, anche per il mese di aprile”.

Le chiavi di svolta? Energia pulita e risparmio energetico. E lo Stato resta a guardare

Riguardo alla questione dei prezzi finali del prodotto chiediamo alla co-titolare di Ecoflora come la stiano affrontando.

“Nel nostro piccolo cerchiamo di aumentarli in modo equo, e quindi di contenerli. Ad esempio un vasetto di primula lo vendiamo a 70 centesimi, applicando un aumento minimo: aumentare eccessivamente i prezzi significherebbe infatti tagliarci le gambe. Lo stesso prezzo l’abbiamo però trovato all’ingrosso. Purtroppo ho notato che il rialzo dei prezzi è stato notevole nell’ambito dei mercati e supermercati.”

La strategia di tutela dell’azienda cerca di affidarsi ad altro: “Usiamo le centrali a metano, ma per l’energia elettrica stiamo pensando di puntare fortemente sul fotovoltaico, che già abbiamo presente sulla tettoia della fattoria didattica, da implementare sulle serre. Altro aspetto è quello del risparmio energetico per venire incontro agli scenari futuri”.

Rispetto al tema aiuti dallo Stato Giulia Baldelli commenta con amarezza: “Al momento tutto tace. Così come abbiamo fatto durante questi due anni di pandemia, siamo noi a doverci rimboccare le maniche”. Non dimentichiamo infatti che questa crisi energetica arriva dopo un periodo di chiusure massacranti anche per questo settore, soprattutto in stagioni strategiche dal punto di vista commerciale come la primavera.

Perché la crisi florovivaistica è un colpo al Made in Italy

Costi lievitati e spesso insostenibili, produzioni messe in stand-by, tutela degli incassi e tenuta dei clienti che suonano come una dicotomia: lo scenario per il settore florovivaistico italiano mette a dura prova su diversi fronti, ma non manca all’appello un’altra questione non meno insidiosa.

L’eclissarsi dal mercato di determinate tipologie di fiori italiani rischia di compromettere il Made in Italy e di favorire l’importazione dall’estero. I Paesi stranieri nel 2021 hanno già registrato un aumento del 20% in valore, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat relativi ai primi dieci mesi dell’anno. In gioco non ci sono solo questioni economiche: purtroppo ci sono casi di piante e fiori ottenuti da situazioni di lavoro sottopagato e senza adeguata tutela dei diritti.

“Il rischio di compromettere la produzione di fiori italiana è reale e lo vediamo dalle aziende florovivaistiche che hanno bloccato la produzione o proprio chiuso”, chiosa a questo proposito Giulia Baldelli. “Facciamo fatica a trovare i fiori recisi, che sono spesso d’importazione dai Paesi più caldi come Sud America o Africa, dove i prezzi sono minori proprio perché il clima è più favorevole e impatta meno sui costi di gestione”.

Non possiamo infine dimenticare la questione ambientale legata allo spreco: chi gestisce un vivaio non può decidere da un giorno all’altro di bloccare la produzione, pena la morte delle piante o la mancata fioritura. “La programmazione della produzione dei fiori avviene molti mesi prima di avviarla, perché se non le vendi nelle stagioni giuste le piante si rovinano: la natura ha i suoi tempi. Ad esempio le produzioni della primavera si cominciano a programmare in autunno; tra poco penseremo già alle stelle di Natale e ai ciclamini. Nel nostro ambito funziona così e dobbiamo tenere conto anche degli imprevisti dati dalle condizioni atmosferiche. Già con il lockdown molti garden hanno ridotto la produzione per timore di ulteriori chiusure, che avrebbero portato ad altre perdite”.

La preoccupazione resta tanta per i gestori e lavoratori dell’intero comparto, come ci confermano le parole della nostra intervistata: “Lo scenario è abbastanza nebuloso, perché risposte a livello politico non ce ne sono. Siamo tutti collegati, le ricadute di un settore hanno effetti sull’altro, e non abbiamo la possibilità di muoverci sul mercato come prima. L’importante resta salvaguardare le persone che lavorano al nostro interno e i clienti”.

Una salvaguardia che fa parte dell’equipaggiamento quotidiano di sopravvivenza di molti vivaisti, che continuano ad affrontare un contesto economico finora arido di risposte e supporti concreti.

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Nella foto di copertina: Manifestazione a Forte Marghera. Credits: Coldiretti