Dalla parte dei giovani

Non è facile stare dalla parte dei giovani, nel mondo del lavoro: quali sono i loro desideri? Al festival di Nobìlita si è provato a dare una risposta.

Con il mio lavoro ho scelto di stare dalla parte dei giovani, ed è per questo che partecipando a Nobìlita ho cercato di catturare quanti più stimoli possibili per comprendere il pensiero dei professionisti nei loro confronti. In questa epoca di trasformazione continua, perfetta per il proverbiale spirito dinamico e rivoluzionario dei giovani, essi sembrano soffrire di uno spaesamento e di una difficoltà alla scelta tipica della loro età, ma che non è mai stata così differenziata e categorica come in questi tempi.

Lo spaesamento del non saper scegliere

Le parole
che più hanno delineato l’impatto dei
giovani con il mondo del lavoro
sono state ascoltate all’interno del panel sul welfare aziendale, quando Katia Sagrafena, co-founder di Vetrya, ha risposto alla domanda del
moderatore su ciò che cercano i giovani nel lavoro.

“Ciò che
cercano di più è la fiducia.
Vogliono essere liberi di dire la loro, contribuendo così al successo
aziendale.” Sembrano parole convenzionali, ma nella realtà professionale
italiana avere mentori tra le persone con più esperienza non è usuale. Molte
volte si verificano situazioni in cui i ragazzi che entrano in azienda non
vengono coinvolti nelle dinamiche aziendali fino a che non hanno un’età più
matura, o anni di esperienza sulle spalle. Basti pensare ai molti annunci stage, ormai il primo passo
obbligato in azienda per un giovane che esce dall’università o da un corso
professionalizzante, che riportano richieste di candidati con esperienza o con competenze già spiccate. Ma non doveva essere un periodo di
formazione?

Situazioni
che confermano l’idea che nelle aziende c’è posto per i giovani (le opportunità
di stage sono tantissime), ma non c’è il tempo di formarli adeguatamente,
perché si preferisce puntare sull’esperienza
e sulla seniority del personale,
che troppo spesso in Italia vengono equiparate all’anzianità di servizio e non
alla competenza professionale. La formazione viene quindi lasciata ad altri
ambiti, con poche possibilità di contaminazione.

Il giovane in Italia è spaesato: mille stimoli, mille consigli da
più pulpiti (genitori, coetanei, media, università), tutti a dire una cosa
diversa, a consigliare percorsi professionali molte volte non in linea con la
persona. Il dramma più grande, in Italia, è che manca un orientamento professionale già dalle scuole superiori, e
questa ricerca su se stessi e sul proprio futuro professionale si affronta nella
scelta dell’università, o quando ci si trova con un curriculum in mano e tante
risposte negative da parte delle aziende.

E se è vero quello che la Sagrafena aggiunge, ovvero che la “dignità del lavoro [per loro] passa dalla realizzazione dei propri sogni”, significa che alla base deve esserci un momento in cui questi sogni vengono fatti emergere, metabolizzati e resi possibili. E ancora, questa delicata fase dovrebbe passare da un orientamento ben strutturato e fatto di esercizi su di sé, sul contesto professionale in cui si vuole operare, sul modo in cui si ricerca lavoro e ci si presenta in azienda. Solo con una dovuta preparazione è possibile vedere i propri sogni realizzarsi e prendere forma.

Essere pronti per l’azienda

Altro
aspetto da tenere in considerazione, per prepararsi correttamente ad affrontare
il mondo professionale, è quello suggerito da Antonella Salvatore nel panel
relativo alle
imprese famigliari
e alle “generazioni parallele”.

“C’è urgente
bisogno di formare i giovani alle soft
skills
, a quelle abilità che le aziende cercano a gran voce”. Siamo troppo concentrati
a offrire competenze tecniche nei corsi scolastici e universitari, ma
l’azienda, come primo approccio, chiede se lo studente è “sveglio”, se ha
capacità di risoluzione dei problemi, se è una persona che riesce a comunicare
con empatia con i clienti e i superiori. È un approccio legato all’emotività
del selezionatore, che impiega molto tempo a scegliere la persona giusta tra
diversi profili con le stesse competenze tecniche. Si tende sempre più a
omologare anziché differenziare – e, soprattutto, valorizzare.

La questione delle competenze trasversali è un fatto legato alla relazione, al saper stare in azienda. Ci si trova molto spesso in aziende che devono gestire quattro generazioni contemporaneamente, ed entrarvi in modo troppo ingenuo o con una scarsa preparazione equivale a lasciar gestire la propria carriera e il proprio lavoro ad altri, senza mai prendere in mano la propria vita.

L’irrequietezza ci salverà?

I giovani
che ce la fanno, invece, sono una generazione di irrequieti, usando le parole ascoltate nel JobX di Ivan Ortenzi; giovani che entrano nel
contesto professionale portando con sé pensiero critico, creatività, empatia,
ossessione del dato, buon senso e senso dell’umorismo. L’irrequietezza è un elemento
che mette scompiglio: la sua missione innata è quella di rompere gli schemi
imposti, di distruggere quel “si è sempre fatto così” presente in tante
gestioni aziendali, e di portare vera
innovazione
.

Sono i
giovani a fare tesoro delle possibilità di fronte a loro quando un professore li
stimola allo studio, alla ricerca, per poi mettere loro in mano una valigia. Perché
fondamentalmente quello che abbiamo scoperto a Nobìlita, per bocca di molti
relatori, è che l’Italia non è un Paese
per giovani
, e il fatto che esista un’emigrazione molto forte significa che
questa asserzione un fondo di verità ce l’ha, ed è un pugno nello stomaco per
il futuro professionale italiano.

Antonio Pescapé l’ha detto chiaramente nel panel
dedicato alle diverse territorialità professionali
dell’Italia
: “Non abbiamo creato circostanze e opportunità, andare via
quando si è bravi è quasi obbligatorio per dare voce al nostro senso di
responsabilità”. Forse tutto questo avviene perché si pensa sempre a gestire i
territori, e mai a disegnarne di nuovi per creare opportunità su cui investire
e trattenere i giovani. Anche se è evidente che esiste un’immigrazione di
ritorno, forse dovuta alla volontà di “provarci” quando ormai si sono acquisiti
gli strumenti necessari a farlo; ma in questa logica rientrano persone già
adulte, con grande esperienza e capacità.

Va bene così, è già qualcosa di molto importante per il futuro dell’Italia che lavora, ma i giovani sono ancora un’altra storia, e non possiamo risolvere la questione facendoli invecchiare in fretta.

Photo by Samuel Zeller on Unsplash

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