Editoriale 42. Dopolavoro

Quando la filosofia scende in campo con uno dei suoi cavalli di battaglia, il tempo, a Orazio ho sempre preferito Seneca. Non che il primo sbagli il tiro ma il secondo alza meglio la palla. Cogli il giorno fidandoti il meno possibile del domani, sostiene Orazio. Non abbiamo ricevuto una vita breve ma l’abbiamo resa […]

Quando la filosofia scende in campo con uno dei suoi cavalli di battaglia, il tempo, a Orazio ho sempre preferito Seneca. Non che il primo sbagli il tiro ma il secondo alza meglio la palla.

Cogli il giorno fidandoti il meno possibile del domani, sostiene Orazio.

Non abbiamo ricevuto una vita breve ma l’abbiamo resa tale, ribatte Seneca.

E’ proprio lì, dietro la curva un po’ scivolosa delle responsabilità di ognuno, che poggiamo i nostri confini prima che diventino scelte adulte. In tutto l’arco della vita lavorativa, la sensazione più diffusa è che il punto di partenza e quello di arrivo non si tocchino mai; il primo e l’ultimo giorno di lavoro sono invece i lembi della coperta con cui vorremmo coprirci una volta messo il punto finale. Ma chi la cura quella coperta nel frattempo?

La verità è che andiamo in pensione un po’ al giorno, tutti i giorni. E’ umano non vederla così ma è disumano non capirla così. Sgombrato il campo dalla certezza che le politiche del lavoro negli ultimi anni abbiano marciato prima con passo incerto e poi in finta accelerazione, resta da chiarire un paio di attitudini culturali che incidono non poco sulla intera ossatura nazionale.

La prima è che siamo il popolo del “mi è dovuto“.

La pensione è un diritto, così come il lavoro: vuol dire che urge una via d’uscita per garantire almeno il ricambio d’aria a tutte le finestre aperte dalla politica italiana per gli aspiranti pensionati. Intanto si levano critiche ai troppi ammortizzatori sociali che mettono le stampelle a crisi di impresa e carenza di lavoro, forse minando alla base quella intraprendenza necessaria per rimettere in circolo ossigeno un po’ più ricco. Si sommano le polemiche su coefficienti, buste arancioni e aspettative di vita. I dati Istat segnano oltre 400mila pensionati occupati nel 2016, gli psicologi registrano sintomi a rischio per chi smette di lavorare, le politiche sociali tentano la carta del volontariato come palliativo al vuoto di responsabilità. Quantificare il dovuto resta l’operazione più difficile perché non sarà mai abbastanza per le aspettative soggettive di ciascuno. I giovani non riescono a entrare nel mercato del lavoro, i vecchi non ne vogliono uscire: che si fa? Qualcuno, prima o poi, dovrà pur cedere.

La seconda è che siamo il popolo del “tocca a te“.

Tocca alla politica garantire equilibri più sani tra domanda e offerta di lavoro e tocca alle imprese ispirarsi al rispetto delle risorse che utilizza, siano esse persone o mezzi. Ma ogni tanto tocca pure a noi perché la pensione va pensata da lontano e costruita per tempo, le tappe di una volta sono saltate e il fatto che il sole scarseggi non ci esonera dal procurarci fin da ora un riparo. L’etologia ci ricorda costantemente che il rapporto tra stimolo e orientamento permette alle specie migratorie di coprire perfettamente le lunghe distanze; la scienza ha persino dimostrato come alcune di esse siano capaci di muoversi pur senza conoscere la posizione del sole nel cielo. Il mondo animale, col suo sistema di orientamento evoluto, a quanto pare vuol suggerirci qualcosa: anche se la meta sembra fuori dalle nostre rotte, resta pur sempre la nostra meta e merita tutti i nostri sforzi. Nessun altro può fare certe cose per noi.

 

Andare in pensione è un’espressione liberatoria ma al tempo stesso ansiogena perché contiene solo due certezze, movimento e direzione, senza alcun riferimento al quando e al come che, per chi vorrebbe avere risposte sempre pronte, comporta un bello sforzo.

Nella schiera dei pensionati è entrato da pochi giorni Barack Obama, giovane 55enne da 200mila dollari l’anno – la metà del suo stipendio presidenziale – al netto di scorta a vita e copertura spese per viaggi e sanità: per ironizzare, quasi un profilo da fare invidia alle baby pensioni italiane che, nel 1973, inaugurarono una stagione di vergogna di cui ancora oggi le casse dello Stato si lamentano.  

Tira aria di sfiducia in Italia.

Chiusa una porta si apre un portone, dicevano i nonni; peccato che qui si sentano soltanto finestre che sbattono.

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