Editoriale 88. Il libro nella giungla

Editoriale 88. Il libro nella giungla

Una fiera sull’editoria che volutamente non mette in mostra alcun libro è il messaggio nuovo che ci voleva, in mezzo a tanti polveroni mediatici per accaparrarsi medaglie. Che lo sguardo si sposti sulle persone che tutti i giorni lavorano in silenzio dietro i libri. Come per i titoli di coda che sigillano i film, meriterebbero di comparire anche le decine di mestieri che spariscono tra le pagine e che solo gli addetti al settore sanno riconoscere.

A fine novembre The Publishing Fair ha preso casa a Torino per tre giorni e in quei tre giorni ha corso l’impossibile per far venire a galla tutta la filiera editoriale del libro; del resto è abituata a correre l’editoria, sempre in lotta con le chiusure e le consegne e da qualche anno anche in lotta contro l’improvvisazione del fai da te e contro le litanie del copia e incolla piratesco, contro i numeri asfittici delle vendite e contro l’ignoranza dilagante.

Lo stato di salute è fragile. La filiera che mette insieme tutti i tasselli dei libri non sa di esistere, è una famiglia numerosa che si parla di rado e che si scambia informazioni al minimo: la differenza è che nelle case ci si può permettere di blindare le proprie questioni private ma qui c’è di mezzo il sapere, la conoscenza e la tanto reclamata formazione. L’esternalizzazione spinta che caratterizza il settore non è un male in quanto tale ma un male perché non si sa ancora quanto pesi e quante risorse impieghi: la mappatura dei mestieri è il primo impegno che si sono assunti pubblicamente gli organizzatori Marzia Camarda e Lorenzo Armando. Li aspettiamo coi numeri in mano l’anno prossimo.

 

Per il resto i numeri non mancano per chi ha voglia di leggerli tutti d’un fiato: ci ha pensato l’Istat come ogni anno, a fine anno, per l’anno precedente. Ma, si sa, i numeri da soli non dicono tutta la verità e anche l’editoria è un campo dove serve dare un contesto e un perché.

Insomma, anche i numeri vanno letti.

Sono 1.564 gli editori attivi censiti nel 2018 (su un totale di circa 5mila): il 51,1% ha pubblicato un numero massimo di 10 titoli all’anno (“piccoli editori”), il 33,8% fra le 11 e le 50 opere (“medi editori”) e appena il 15,2% ha pubblicato più di 50 opere annue (“grandi editori”). I grandi editori coprono quasi l’80% della produzione in termini di titoli (79,4%) e il 90% della tiratura.

Con 75.758 titoli pubblicati, il 2018 conferma il trend in crescita della produzione editoriale dell’anno precedente. Rispetto al 2017 c’è un lieve aumento della produzione editoriale (+1,1% in totale; +1,2% per i grandi; +1,7% per i medi e -3,3% per i piccoli) in un mercato che punta sempre più alle novità (61,7% di “prime edizioni”) e molto meno sulla longevità dei prodotti pubblicati (32,7% di “ristampe” e 5,6% di “edizioni successive”).

Vediamo l’offerta e i temi. L’editoria per adulti ha dominato il 2018 (78,6%), le opere scolastiche si sono assestate al 13% e quelle per ragazzi appena sotto il 10% ma in crescita rispetto all’anno prima. Sulla scolastica salta all’occhio l’aumento di produzione in termini sia per titoli (+2,8%) che per copie stampate (+11,8%).

Sui prezzi di copertina dei prodotti editoriali c’è un segno più nel 2018, non così evidente ma comunque da segnalare: il costo medio di un libro è passato da 19,65 a 20,04 euro: sui titoli dei piccoli editori si registra l’incremento maggiore (+2,04 euro sul 2017; 24,08 euro il prezzo medio 2018) e sui titoli dei grandi editori quello più contenuto (+26 centesimi; 19,49 euro il prezzo medio).

Conti alla mano, ogni giorno si pubblicano circa 270 libri e i lettori arrivano appena a 4 milioni. 

Un fraintendimento pericoloso è fare il classico fascio di tutta l’erba: l’editoria si divide infatti in due grandi gruppi che sono la Narrativa da una parte – chiamiamoli romanzi – e la Non-fiction dall’altra – libri scolastici, grandi opere, scolastica, accademica, professionale, saggistica, giornalismo, cibo, manualistica, grandi opere, graphic novel. Non è difficile intuire che la Non-fiction costi tanto, dreni molti mestieri dalle competenze più svariate e garantisca ricavi solo ai grandi editori che una posizione se la sono fatta e che, forti di questo, lavorano per lo più in-house.

La maggior parte degli editori ha il fiato corto e cerca buone strategie se non fosse che i distributori continuano a saturare l’aria e a fare cartello: le novità vengono sparate in libreria per non più di quindici o venti giorni, il ritmo è forsennato, i lettori languono, le librerie indipendenti non tengono il ritmo e nemmeno più la cassa, gli agenti commerciali hanno più libri da gestire che parenti.

Il sistema è saltato, resistono i grandi che a qualche compromesso sono pur costretti a scendere.

Si salvano i nomi che hanno fatto propria un’immagine di sé rimandandola ai lettori negli anni: il libro è anche una questione di fiducia e spesso si compra più la casa editrice che l’autore. Molti editori hanno svestito i panni, vanno a caccia dei best seller, strizzano le tirature, al posto dei direttori editoriali di una volta hanno piazzato i presunti geni dei numeri che di deterioramento culturale se ne fregano.

La cultura si deteriora se si usa male o si usa poco.

Chi grida alla salvezza guardando al digitale deve solo stare attento a non confondere i piani perché l’Italia ha una storia lunga alle spalle ma sul futuro è appena adolescente. Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il digitale.

Certo sugli e-book gli editori investono sempre di più e la percentuale è passata in soli due anni dal 35,8% (circa 22mila titoli nel 2016) a quasi il 40% (più di 30mila titoli nel 2018): sul podio del digitale i libri di avventura e gialli (82,1%), i testi di informatica (62,9%) e matematica (61,4%), i libri di attualità politico-sociale ed economica (56,1%).

L’impatto della rivoluzione digitale si comincia a sentire nei vari comparti e, su tutte, c’è la distribuzione: prima le librerie erano molto più numerose, quindi era possibile fare una mappatura delle esigenze di mercato attraverso il filtro del libraio che funzionava come mediatore culturale. Adesso la mediazione è fatta da attori come Amazon, attraverso algoritmi basati sulla vendita diretta. Gli algoritmi naturalmente danno indicazioni utili dal punto di vista numerico, ma sono poco raffinati dal punto di vista della sensibilità sul pubblico di lettori. Nella libreria trovi non solo il libro che stai cercando ma anche quello che non stai cercando (è la seredendipity della libreria): questo non capita su Amazon, che al contrario tende a rafforzare la nicchia di preferenza con i libri suggeriti. Questo, se da un lato ha generato la mancanza di relazione, può anche avere il pregio di essere un vantaggio per il piccolo editore, visto che si ha a disposizione un catalogo pressappoco infinito e quindi non ci sono limiti ai libri da esporre.

Se c’è una battaglia che la filiera editoriale può combattere è solo quella della qualità. Niente come i libri, di carta o di pixel, potrà mai ridare un senso alla cultura: servono mestieri sempre meno invisibili e qualità sempre più raffinate, servono le competenze digitali degli youtuber e dei blogger però non si può prescindere dal controllo sul contenuto e dalla raffinatezza dei bravi editor.

Mai come oggi i libri ci stanno provando a raccontare quanto lavoro è capace di accogliere, il lavoro che si dice manchi ma che forse non sappiamo più cercare dopo averlo nascosto negli angoli delle industrie. L’editoria è un’industria, ripartiamo da questo. “Il nostro comparto ha come missione quella di trasmettere la competenza, perché se tu non sei in grado di trasmetterla essa muore con te. Qui entra in gioco la responsabilità di restituzione: come tu l’hai ricevuta da qualcuno, sarebbe tuo dovere ritrasmetterla a qualcun altro. E la trasmissione del sapere non è una questione da poco”. Parola di Marzia Camarda.